#ZeroDieci – la galassia Juve vede gli altri 7 pianeti

di Sandro Scarpa |

ZEROchance concesse al Porto, zero pericoli, trame offensive, zero Buffon, zero sospironi, cross o spifferi, zero Porto. In 11 e in 10. Non così scontato. La Juve in 10 segnò e creò a Lione (fuori casa) e il Porto poteva metterla sul piano dell’impresa epica, del coraggio maramaldesco con lo stadio ululante e le moine in campo. E invece, il compassato, macchinoso, noioso, paziente giropalla Juve anestetizza e sfianca poco a poco. Tiquinho è parso un Falcinelli esotico, il guizzante Brahimi è andato fuori giri. Inghiottiti nel lentissimo e inesorabile BUCO NERO Juve.

UNOil gruppo, unito, senza sé e ma, accantonando individualità carismatiche, rancori o antipatie. Uno è l’obiettivo, il collettivo e lo spirito. Ci bulliamo della nostra cultura del lavoro, compattezza, mentalità famelica e nucleo di Uomini e società blindata. La vittoria è balsamo su crepe plateali forse irrisolte, i gol dei subentranti con abbracci dei titolari/panchinati è un antibiotico per le nuove tensioni della galassia Juve, in cui in 14-16 ambiscono alla titolarità. Tutto va tenuto insieme da un collante superiore. La tensione alla vittoria. Come un’ORBITA GRAVITAZIONALE che lega il movimento di chi le ruota intorno.

DUE – azioni gemma in cui entra Higuain. A secco in CL ma immerso nella mentalità bianconera di attesa e pazienza senza strappi e assalti scriteriati. Higuain una sola volta di districa in area con tiro fuori di uno sputo, poi entra nell’azione gioiello con assist di Pjaca non suggellato da Khedira. Stavolta la scatola non la apre lui. Ma questo Higuain primus inter pares è ciò che sognavamo con questa maglia. Terminale non isolato che dà sempre appoggi sicuri ai nostri, il nostro ZENITH lì davanti.

TRE – ad Alex Telles, che come Franco Vazquez ci spiana la strada spostando l’asse di una gara che vira da ostica a lenta asfissia, fino al doppio morso in sequenza. Probabilmente i due ex-italiani avevano troppa tensione antiJuve accumulata, stare per un po’ in Serie A ti ottenebra la mente quando vedi bianconero. Meglio per noi. La MATERIA OSCURA che ha mosso Telles non spetta a noi esplorarla.

QUATTROvittorie in quattro trasferte. Partitella a Zagabria, travagliata vittoria a Lione, laborioso stritolamento di Siviglia e Porto. Roccaforti violate. Eppure resta un nonsoché di irrisolto. Non sappiamo ancora quanto siamo forti, dove davvero possiamo arrivare e competere. Abbiamo intanto fatto il nostro dovere e non sprecato chance. Non è poco ma la VIA LATTEA del cammino CL è ancora infinita.

CINQUEmesi senza KO del Porto in casa, e si fa presto a dire ragazzini di categoria inferiore, ma la Juve si scrolla di dosso i pareggini scandinavi e le nevi turche. Cinque a Juan Cuadrado, ipersonico nelle praterie ma a disagio ieri, senza entrare nel campo e saltare l’uomo, con errori nell’ultimo/penultimo passaggio che fanno crollare castelli pazienti. Cuadrado è un PULSAR intermittente, ieri sera spento del tutto.

SEI – a Leo Bonucci. Per la sofferenza accumulata, l’inquietudine esibita. Sapeva di avere milioni di occhi addosso a scrutare smorfie e disappunti. Così è parso più freddo del bollore che aveva dentro. Algido al primo gol, nella consapevolezza della cam puntata. Poi scoppia al secondo. Uno di noi. Che la NEBULOSA che lo ha avvolto ora si diradi.

SETTE – a Dani Alves, che ne ha viste mille e vinte tutte. Poteva stare in piscine losangeline a gustarsi l’MLS, in oceani di tifosi nel Brasilerao, in torri ciclopiche di qualche emirato a giochicchiare con Xavi o invadere la Cina con salario interstellare. Invece si è cacciato nel campionato più legnoso e infame, nella squadra dove i superbig si fanno il mazzo, nel club più scalognato di CL. Si è rotto. E’ ritornato. Si è fatto campi disastrati di provincia senza duettare con Iniesta e Messi ma con Sturaro. Ieri ha sentito la musichetta colonna sonora della sua carriera dalla panchina. E’ entrato con voglia e leggerezza di un millennials. Ha aggredito l’area, stoppato dolcemente e infilato come un dannato talento. Tutti sul carro brasiliano, stella SUPERGIGANTE che ancora non si è spenta.

OTTO – a Marko Pjaca. Bastano due millesimi, stop e passo per dargli del fenomeno. Ma non bastano 180 minuti contro Mesbah e Aleesami per azzeccare mezzo dribbling. Pjaca però è un predestinato. Deve gestire i suoi superpoteri, fare le scelte giuste e incanalare fisico e piedi dinamitardi. L’ha messa dentro al momento, stadio e torneo giusto. Una SUPERNOVA finalmente esplosa. Otto anche ad Alex Sandro, l’esterno più vicino ad un dio robotico che il calcio brasiliano potesse creare.

NOVE – a Miralem Pjanic che fa il palleggiatore di volley, il play di pallanuoto. Tesse e regge i fili di una Juve che fa mille U, che gira lenta da destra e sinistra, come un tergicristallo su un vetro secco. E’ il faro, il motore, la miccia, il centro esatto del controllo sulla gara. E’ il passaggio prima del cross di Sandro per Dani Alves, è la goccia che scava la roccia, anzi il distillatore di gocce che scavano il Porto. E, nei dopo-gara, è diventato sublime. Metterlo al centro della Juve è stato il BIG BANG del nuovo corso.

DIECI – a Massimiliano Allegri, genio perché indovina i cambi al 70°, capra perché sbaglia fino al 70°. Magnifico perché vince a Lione, Siviglia e Porto; culone perché vs 10 vince solo con “episodi”. Allegri perfetto che vince senza Bonucci, inadatto che non ha polso e punisce Bonucci. L’incredibile alone di perplessità, acredine e sfiducia che avvolge un mister vincente resta intatto e non si dissolverà. Ma nemmeno conta. Alla Juve conta vincere. Pensare solo a quello, anche 5 minuti dopo l’ultima vittoria. Quella è la COMETA da seguire. Il resto sono chiacchiere.

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