#ZeroDieci – Fame o gioco? E quelle 7 sconfitte

di Sandro Scarpa |

ZERO – Il numero di contrasti vinti ieri nel 1° tempo, ma anche le uscite pulite nei primi 45′, quando la nostra manovra veniva stroncata sul nascere da errori su errori o falli tattici. Ci si aspettava una Fiorentina aggressiva alla quale anteporre pari irruenza. La verità è che la Viola al dinamismo ha abbinato il gioco e noi siamo stati travolti. Zero a Zero è anche il risultato che avevamo in testa quando siamo scesi in campo. E se parti così, hai già perso.

UNO – Non è un numero UNO qualsiasi, Gigi Buffon, è il miglior numero 1 degli ultimi 20 anni, uno dei migliori di sempre, in campo e fuori. Stima, lodi e gratitudine per lui dureranno altri 20 anni, ma oggi va detto che Gigi non è più il numero 1. E’ tra i top 10 per esperienza, posizionamento, scelte, tempi e doti innate, ma non è più invincibile. Anche ieri -tra i meno colpevoli- il diagonale di Kalinic era forse imparabile, ma quante volte, in passato, Gigi ha parato l’impossibile? Quante volte vediamo miracoli dai vari Donnarumma, Handanovic o perfino Szczesny? Intendiamoci, non cambierei Gigi con loro, ma da SuperMan ora il numero 1 è un eroe vulnerabile, nelle uscite alte come nell’esplosività a terra.

DUE – Come le reti subite, la prima con contatto falloso di Bernardeschi, peccato che Sandro, Bonucci e Chiellini siano più reattivi nel protestare che nell’arginare i viola; la seconda con tiro “velato” da Chiesa. 16 in 19 gare, troppe, per una squadra inviolata l’anno scorso per 10 gare di fila. Due anche gli episodi “sfortunati” sul piano arbitrale, detto del primo gol, c’è un braccio largo di Gonzalo a 2 metri dal cross di Pjaca. Lo so, patetico parlare di arbitri dopo una gara così…eppure è la quarta volta che ce lo diciamo, mentre altrove si battono record storici dagli 11 metri..

TRE – Il numero di maglia che dovrebbe avere Alex Sandro, per noi il miglior “3” su piazza. Anche ieri: ritmo, fisicità, dribbling, spinta e propulsione e un terribile Chiesa domato alla lunga. Eppure Sandro non può cantare e portare la croce e, se il brasiliano incide quando giochiamo e attacchiamo, si trova nei casini quando siamo bassi e soffriamo. Ieri subisce fallo sul primo gol e ha un centesimo di ritardo sul secondo. Quando la squadra vola, Sandro le mette le ali, quando la squadra è a terra, Sandro nulla può. Tre anche i centrocampisti travolti da Borja-Vecino e Badelj. Del resto, Marchisio al 50%, Khedira con ritmo da MLS e Sturaro sono un centrocampo da 4°-5° posto. Poi la difesa è la migliore, l’attacco è atomico e le gare si vincono, ma se il centrocampo va sotto e ci sono errori individuali dietro e avanti, perdi. Senza appello.

QUATTRO – I ko in trasferta, contro squadre di “vertice” (Inter, Milan e Fiore) e un Genoa versione deluxe. Numericamente non una tragedia, perché nelle altre 5 la Juve ha bottino pieno. 15 punti, come fare 3 vittorie e 6 pareggi, stessi punti e molte umiliazioni/MoriremoTutti in meno e magari anche scosse successive. Eppure, se a Firenze si può perdere e una giornata storta (Genova) capita, le due di S. Siro erano evitabilissimi e soprattutto, contando le vittorie non esaltanti a Lione e Siviglia, la Juve fuori casa è debole, vulnerabilissima. Una NonJuve fuori, colpa anche di Allegri (4 ieri, dato da un Allegriano..)

CINQUE – A Dybala. Secco. Dopo giorni di Palloni d’Oro e centinaia di milioni, la Joya si fa notare in 2-3 ripartenze e poi sbaglia tutto: passaggi, guizzi e la palla del pari sul sinistro. Il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un’artista. Ma dopo lo stop di due mesi, Dybala tende a strafare, saltarne sempre uno di troppo, incunearsi in spazi in cui passi solo se sei davvero in giornata messianica, ed è troppo frettoloso e poco lucido sottoporta. Eccessive responsabilità, di recuperare i mesi persi e anche l’assenza di Pjanic con cui dialogare e spartirsi marcature e oneri. E’ ridicolo crocifiggere il nostro talento più puro, questi sono passaggi ovvi nella carriera di un potenziale fenomeno

SEI – A Pjaca, che continua a mostrare miracoli a metà. Allegri poteva puntarci subito, dando segnali alla squadra e ai rivali, tenendo sotto pressione un Sanchez centrale mai aggredito. Pjaca sbaglia alcune partenze a testa bassa ma, come sempre, fa girare la testa 2-3 volte al suo marcatore entrando con facilità in area (unico dei nostri che ci arriva). Poi una volta lì, Marko “chiude gli occhi” e fa scelte errate, tiri complessi, cross imprecisi. I veri campioni alternano cose sublimi a cose semplici: il sublime per passare da A a B dribblando due avversari, il semplice per passarla da A a B libero, e gol.

SETTE – Come le sconfitte in una A da 34 gare della prima e seconda Juve di Lippi, con Scudetto e finale Uefa e poi Scudetto-Champions. Altri tempi, altre rivali, altri KO. Eppure quella Juve capì subito la rivoluzione dei 3 punti e preferiva 2 vittorie e 2 sconfitte a 4 pareggi. Che sia di auspicio per il cammino in Champions. Ora siamo a 4 KO (5 l’anno scorso e 3 al primo anno di Allegri)  e non perdiamo perché troppo aggressivi ma perché esageratamente passivi. I bonus sono finiti….

OTTO – A Kalinic (sempre perfetto contro di noi) e soprattutto a Paulo Sousa. In un ambiente complicato (e ostile verso un “gobbo”), in un torneo con 5 squadre più attrezzate, il portoghese l’anno scorso aveva iniziato alla grande con un calo nel ritorno e quest’anno ha meno punti di quelli meritati. Gran gioco, organizzazione difensiva altalenante, lancio di giovanissimi e soprattutto capacità di plasmare mentalità vincente, non provinciale. Poi, fuori dal campo, Sousa è il migliore, mai una polemica, un alibi o tiritere e retoriche scontate. Discorsi alti, lavoro sulla filosofia calcistica. Paulo è pronto a tornare a casa. I saltelli alla presentazione in viola si dimenticano presto.

NOVE – E’ il nove per eccellenza, Higuain. 3 palle 1 gol e mezzo. Ma anche scatti sulla linea, lanci, cambi campo. Predica essenzialità nel nulla di una Juve bassa e depressa. Poi le solite zampate. Uno così va valorizzato non distillato.

DIECI – Va, sulla fiducia, alla nostra capacità di rialzarci, ritornare, ri-agguantare la presa. Abbiamo staccato la spina troppe volte. Forse dopo 5 anni e mezzo è arrivato quel logorìo psico-fisico dei senatori, del blocco storico, BBC+Marchisio e Licht e il centrocampo è stato svuotato a favore di esterni e attaccanti di lusso. Dopo la gara i vari post social dei nostri “Fame, Palle e Intensità, loro si noi no” o “Ci rialzeremo” e bla bla, sembrano la solita litania già vista dopo S. Siro, Genova, Doha e fanno quasi incazzare. Eppure, siamo coerenti: se in 5 anni gli stessi calciatori con le stesse riflessioni su fame, reazione e palle hanno battuto tutti i record della storia del calcio italiano, ora bisogna credere in loro e riporre la stessa fiducia di questi 5 anni. Perché il calcio è tecnica, gioco, episodi, ma se quella fame ci ha dato il surplus che andava oltre tutto questo, quella voglia può compensare le lacune che ci mancano. Grinta e fame. Sì, perché in quel primo scudetto di Lippi citato, e in quell’epico Juve-Fiorentina (3-2) col leggendario gol di Del Piero, la vittoria arrivò con un gesto tecnico superlativo, tra i migliori del decennio. Ma prima di quell’epifania, arrivò la doppietta di Vialli, la reazione rabbiosa, la fame oltre alla tecnica e al gioco. E prima del sublime, c’è la rabbia, quella di Ravanelli, di Vialli, questa: