Da zero a novanta: tutti a parlare di Higuain

di Luca Momblano |

Tutti a guardare Gonzalo Higuain. Come se la Juventus fosse il Napoli, come se per dare un senso alla sua ingombrante presenza tutto, cioè il bene e il male delle singole partite nonché il trend della squadra, dipendesse da quanto Higuain si erga a protagonista, quanto leader, quanto ci metta in termini di continuità, intensità possibilmente fioccando triplette in serie.

Cioè, il messaggio che passa è: o Higuain è per lo meno ai livelli di un Drogba massima maniera, catalizzatore e distruttore, o questa Juventus è destinata a deludere le aspettative. Che poi già qui sorge un problema, perché non sono le aspettative, termine da associarsi più a tifosi e media, quanto piuttosto gli obiettivi fissati dai vertici societari a segnare i punti più o i punti meno. Obiettivi, va ribadito, che se oggi non sono più soltanto di lungo termine (il famoso “piano quinquennale” et similia) restano come minimo sempre di medio raggio.
Non c’è sana azienda al mondo dotata di un minimo di logica, anche nel mondo più competitivo e capitalista possibile, che possa puntare a un rapido stravolgimento (in positivo, ovviamente) di una traiettoria. Fanno eccezione gli squali e gli sprovveduti.
La Juventus di Agnelli è ben lontana, palesemente, da entrambi questi estremi. I novanta milioni non sono stati quindi un segnale di svolta, ma l’efficace fotografia di una crescita ritenuta sostenibile. Nonché il momento più alto di decisionismo di questa dirigenza, sempre apparentemente in movimento (in sede di mercato) sul filo del rasoio.

Tornando a Higuain, la scelta è ricaduta sul miglior finalizzatore su piazza, come ha spiegato Pavel Nedved con un italiano pratico almeno quanto il suo calcio. Ovvero una nuova pedina chiave che permetta di aggiornare e alimentare quella traiettoria.
Si è ragionato per settori, pare piuttosto chiaro, dopo l’exploit di Dybala nella stagione appena precedente. Un exploit tecnico, prima che di valore, rintracciato nel modo di stare in campo a lui più congeniale, e non così scontato come lo si vive oggi, mentre si lavora e si attende il prossimo step della Joya. In avanti, l’avanzamento passava attraverso l’identikit di un cecchino che giochi tra i due centrali avversari.
E se è vero, come è vero, come una grande squadra è un macchinario composto da un complesso sistema di ingranaggi, è vero anche che il calcio contiene, senza pietà, la quarta dimensione. Una dimensione plastica al punto che chiunque tu vada ad acquistare tra Pjanic, Matuidi, André Gomes, persino Iniesta o chi si voglia, non sarà mai il calzante sostituto di Pogba. Ragionamento che vale per ogni singola pedina, riserve o presunte tali incluse. Non c’è nessun giocatore uguale a un altro.
La dimensione plastica del calcio, in pratica, è il corrispondente della volubilità dell’unicum della dimensione umana individuale.

E in tutto questo, Higuain?
Ecco, Higuain è un pezzo particolare. Diverso. Appunto, non più uno che ti fa vincere o perdere i trofei da solo (giusto qualche partita qua e là, al netto del peso specifico), e non lo sarà mai come non lo erano neppure Tevez e Vialli, che pure avevano il fare del trascinatore. E qui risiede l’errore di fondo delle equazioni di chi prova a semplificare una realtà come quella dello status a cui mira oggi la Juventus. Un pezzo, Higuain, più solido di quel che Allegri è volto (o costretto) a mettere fin qui in mostra. Un giocatore fatto e quasi finito, per cui lavorarlo da subito su tre livelli (mentale, atletico e pure tecnico) pare effettivamente paradossale: sviluppare ulteriormente i primi due sarebbe già tanta roba. Un pezzo da “novanta” è diverso dagli altri, anche se è tenuto a seguire le stesse regole degli altri.
Già, Allegri ama smontare il calcio delle collocazioni ideali, si diverte a proporlo anche al contrario, e l’effetto possono essere tanto le bizze quanto gli stimoli per i suoi calciatori. Quando alle spalle dell’argentino termineranno i maneggi, si dovrà essere nelle condizioni ideali per vedere l’esito del nuovo effetto ottico. Come succede con i Lego. Il colpo d’occhio ideale, finale, da bocca aperta e capo che annuisce. Quello si cerca, mentre tutto prima può apparire senza senso o direzione.
Poi, anche lì, si guarderà il risultato.
Una traversa, vedi Juve-Siviglia, passa in cavalleria.
Un giorno sei in forma toccandola una volta, un giorno sei a pezzi facendoti il mazzo.

Risultato che per ora, per quanto riguarda il finalizzatore Higuain, è di 9 reti in 16 gare ufficiali, una ogni 122 minuti giocati, proiezione 30 gol stagionali. Un calcolo rigoroso, rigido come la natura di Gonzalo, potenzialmente sufficiente. Ad hoc per chi continuerà a cercare una  sintesi da calciomercato sue conseguenze. Non necessariamente, però, per le sorti della Juventus che prova a essere meno piemontese chiedendo ai suoi calciatori invece di diventarlo. Più si alzerà l’asticella, più sarà un delicato equilibrio, necessario, di identità.
Detto che 90 gol in 3 anni è l’esatto motivo per il quale il nostro fu acquistato.