Conoscere il Wanda a febbraio per tornarci a Giugno

di Nevio Capella |

Nei giorni immediatamente precedenti il sorteggio degli ottavi di finale a dicembre, continuavano a risuonarmi nella testa le parole con cui Gigi Buffon aveva commentato, esattamente 4 anni prima, l’abbinamento agli ottavi al Borussia Dortmund, nell’edizione che poi si sarebbe conclusa per noi con la sconfitta di Berlino: “Evidentemente è destino che per arrivare a Berlino si debba passare per Dortmund”, con chiaro riferimento al percorso che aveva già compiuto, seppure con la maglia della nazionale, qualche anno prima, citazione evocativa alla quale mancò solo l’atto finale per bissare la gioia già vissuta.
Così, è stata forse anche un po’ colpa mia se da quella pallina è uscito il nome dell’Atletico Madrid quasi come se lo avessi invocato, visto che il mio cervello era andato in fissa per motivi ignoti sul concetto che per guadagnarci il Wanda Metropolitano avremmo dovuto “assaggiarlo” una prima volta al cospetto dei padroni di casa.

In effetti, a spulciare tra le 33 partecipazioni della Juventus alla Champions League, fu Coppa dei Campioni, si scopre che è successo una sola volta che i bianconeri siano passati durante la fase ad eliminazione diretta per lo stadio in cui poi si sarebbe disputata la finale, riuscendo poi a tornarci visto che; questo unico precedente è legato ad una delle sette edizioni in cui è stata proprio la finale ad impedirci di alzare l’ambita coppa al cielo.
Precisamente parliamo dell’edizione 2002-2003 e della finale di Manchester persa contro il Milan che, almeno a giudizio personale di chi scrive, è anche la più bruciante di tutte: quell’anno la formula della Champions prevedeva per la quarta (e ultima) stagione consecutiva la disputa di due gironi eliminatori prima di allineare le superstiti ai quarti di finale, e nel secondo dei gironi la Juve si incrociò in doppia sfida con i Red Devils guidati da Sir Alex Ferguson, nella partita che in quel decennio fu un vero e proprio classico europeo.

La gara dell’ Old Trafford, designato quell’anno come stadio ospitante per la finale del 28 maggio, andò in scena giusto 16 anni fa, il 19 febbraio 2003, con una Juventus estremamente condizionata da una serie incredibile di defezioni che aumentarono la sera prima del match a causa di un virus influenzale che decimò lo spogliatoio bianconero, al punto che Lippi dovette schierare, tra gli altri, Chimenti, Zenoni e Olivera , finendo per soccombere seppur di misura con il punteggio di 2-1 per lo United, grazie ai gol di Brown e Van Nistelrooy dimezzati solo nei minuti di recupero da una perfida rasoiata di Nedved.

Per completezza di informazioni, c’è da ricordare che la Juve perse (e male) anche la gara del Delle Alpi la settimana successiva, con un cocente 0-3 che rischiò di compromettere il passaggio ai quarti, ottenuto solo grazie a un fantastico e miracoloso gol di Tudor durante un disperato assalto finale alla porta del Deportivo la Coruna, nella penultima gara del girone.

Come detto la Juventus riuscì poi a tornare al “Teatro dei sogni” tre mesi dopo proprio come auspichiamo possa accadere quest’anno, anche se in quella circostanza sappiamo che i sogni si trasformarono nel giro di tre ore in incubi a tinte rossonere.

Volendo invece esorcizzare qualsiasi esito negativo della doppia sfida che ci attende con i “colchoneros”, ricordiamo che in 62 edizioni complessive di Champions League, è successo solo quattro volte che una squadra abbia giocato in casa la finale e di queste, le prime due volte i padroni di casa hanno anche conquistato il trofeo (Real Madrid nel 1957 contro la Fiorentina al Bernabeu e Inter nel 1965 contro il Benfica a San Siro) mentre le ultime due hanno dovuto soccombere, in entrambi i casi ai calci di rigore (la Roma all’Olimpico contro il Liverpool nel 1984 e il Bayern Monaco in epoca più recente nella nuova Allianz Arena contro il Chelsea nel 2012).