Voglio perdere lo scudetto, voglio chiudere col Tardo Impero

Sono juventino e spero che la Juve perda lo scudetto.

Speravo anche che uscisse contro il Tottenham.

Perchè? Perchè sono uno stupido, sono un imbecille, un ipocrita, un viziato.

Può darsi, ma di certo non sono in malafede, né bugiardo.
Penso che ogni evoluzione, ogni cambiamento passi da un momento di necessaria distruzione e ricostruzione di meccanismi superati, in un processo dialettico.

Nel caso della Juventus, a cui voglio molto bene, penso che questi meccanismi siano profondamente radicati e ormai interiorizzati, come a farne caratteristiche distintive e intrinseche della squadra. Serve perciò un’opera di radicale eliminazione per poter rimuovere quelli che secondo me sono dei grossi ostacoli concettuali per il raggiungimento di una dimensione superiore.

 

INTROMISSIONE DELL’EDITORE

– Caro Mattia, lascia ancora un piccolo spazio a me, come io fossi la tua coscienza profonda. È come se tu avessi scritto: “Amo la mia fidanzata. Bella gnocca, bel corpo, ma non ha certo il fisico di Belèn Rodriguez. E non lo avrà mai, di questo passo, perché non sa rinunciare alla Nutella e alle patatine. Spero a questo punto che diventi obesa, o le venga il diabete. Così imparerà ad andare in palestra e mangiare macrobiotico”. Ma anche la Juve, come la fidanzata, appartiene alla sfera affettiva, alla passione? Domandiamocelo. –

 

Purtroppo in un ambiente che vive la tirannia del risultato, perdere, e farlo in modo incontrovertibile rappresenta l’unica via per operare un cambiamento radicale. Un cambiamento che porti persino a superare questa schiavitù che rende le sconfitte un’ossessione e le vittorie semplicemente un sollievo passeggero.

Trovo che la mancanza di competizione in serie A abbia rimandato più e più volte i momenti di riflessione a Torino, nell’illusione della ragione si sono annientati i pesci piccoli nello stagno piccolo, facendoci credere di essere perfetti in tutto e per tutto.
Qualche doloroso sveglione in salsa europea ha momentaneamente destato la nostra coscienza, ma nessuna di queste sconfitte ha generato un vero cambiamento o un dibattito che vertesse sulle reali problematiche, perchè, a quanto pare, anche se vincere è un obbligo, in Europa ci sta di perdere.

A me, scusatemi, non sta bene, in vita mia ho ricordi solamente di finali perse e un modo di presentarsi remissivo sui palcoscenici internazionali. Di avere 40 scudetti e schiacciare gli insetti della Serie A che faticano a sopravvivere non interessa, darei tutto per provarci seriamente per la coppa, anche se so che è difficile.

Ecco quindi perchè desidero una sconfitta didattica, perdere un campionato che per noi non val nulla e per gli azzurri vale tutto vorrebbe dire per la prima volta perdere contro una squadra inferiore, così come lo sarebbe stato uscire contro gli inglesi a Wembley. Farebbe aprire gli occhi, prendere contatto con la realtà.

 

SECONDO INTERMEZZO DELL’EDITORE

– E però se una volta nella vita avessi ceduto alla tentazione di spendere 500€ per la Juve tra aereo, albergo, albergo a Londra, biglietto per Wembley… dopo quell’uno-due argentino avessi perso la voce, abbracciato gli sconosciuti e prosciugato tutti gli spillatori dei pub di Londra… E sticazzi del “prendere contatto con la realtà”. O forse ancora no? –

 

Probabilmente andrà diversamente e la sconfitta la troveremo per mano del Real Madrid, una sconfitta “inutile”, perchè scusabile, con la momentanea isteria del giorno dopo presto cancellata da un crollo del Napoli.
Al che l’unica cosa che mi rimane da sperare è che per una volta si vada al di là del risultati, e si comprenda che le prestazioni offerte quest’anno, sia in coppa che in campionato, sono già un sinonimo di sconfitta.

Una sconfitta tecnica che ha dei responsabili e delle cause scatenanti.

In primis un allenatore che vive di espedienti e procrastinazione, che ha brutalizzato la dimensione collettiva della squadra in questi anni, appiattendo la prestazione a uno showroom di figurine. Comodo nel suo posticino dorato, preoccupato più a goderselo che a fare il suo mestiere prendendo i rischi e le decisioni autorevoli e impopolari che gli competono.

Una metodologia sul mercato che predilige il valore assoluto dei giocatori al naturale incastro tattico collettivo, che bada a mantenere lo status quo, penalizzando gli avversari privandoli dei loro punti di forza piuttosto che provando ad aumentare la propria competitività. Che usa i giovani come merce di scambio per mantenere gli ingaggi di alcuni grandi vecchi.
Una mentalità tossica che prevede sempre e solo un’aderenza a presunti valori caratterizzanti, che dimentica il significato della parola Juventus, proprio quello semantico su cui era stata fondata, «gioventù», dimentica il passato europeo più vincente e memorabile, il ciclo Lippiano.

Non sopporto più gli slogan propugnati dagli stessi grandi vecchi che farebbero bene a farsi da parte, e che invece pretendono di fare quello che vogliono imponendo rinnovi, presenze in campo, leadership morali e tecniche che non hanno più ragione d’essere e che non competono certo a loro.

Vorrei che una grande sconfitta, in assenza di una presa di coscienza collettiva, ripristinasse valori come la dimensione collettiva in campo, l’identità tecnica, che riportasse al centro del discorso parole come prestazione, crescita, competitività, futuribilità, talento, ambizione.

 

TERZO INTERMEZZO DELL’EDITORE

– Non c’è un “piano B”, mio Mattia? Se incartassimo il Real come due anni fa o meglio ancora  come il Barca lo scorso anno e arrivassimo a giocarcela a Kiev durando davvero per novanta minuti, e riuscissimo finalmente ad alzare quella coppa? Sarebbe accettabile? Sarebbe comunque ora di ripristinare “certi valori”? Esistono nel calcio valori migliori di altri? Esiste quella coppa? Aiutiamoci a vicenda. –

 

Vorrei che l’orizzonte finalmente si spostasse su traguardi più ambiziosi, al di là delle Alpi. Realmente, non voglio sentire il mio amato capitano parlare da perdente prima di una partita contro il Madrid o uno dei miei leader tecnici terrorizzato dal cambiamento che potrebbe penalizzare lui e aiutare i suoi compagni.

Questa Juve seduta su se stessa, decadente, ha bisogno di una svegliata, altrimenti farà la fine di altre grandi squadre che non hanno saputo reinventarsi, come Milan e Inter.

Con la triste differenza che la nostra potrebbe essere un’inesorabile e insignificante decadenza dorata costellata di trofei dal valore relativo, perché al momento non c’è davvero nessuno che abbia i mezzi o le capacità di prendere il nostro posto, e di spronarci quindi a migliorare.

 

POSTFAZIONE DELL’EDITORE

– E meno male almeno che la decadenza sarà dorata! Cosa scrivere, invece, di chi non ha la capacità per colmare il gap con questa mentalità tossica! Ma è questo che ci fa essere lì tutti gli anni: mai giustificarsi guardando in casa altrui. Sempre avanti! In fondo, ragazzo, magari non lo sai, ma non sei così diverso dalla Juventus. Quella di oggi, quella di Allegri! Abbracciamoci forte forte… sia che lo scudetto si vinca, sia che lo si perda. Amen. –