Vivo in provincia di Napoli e vi racconto una storia…

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Sono una nonna, vivo in provincia di Napoli e tifo Juventus fin da quando ero bambina. Sono cresciuta con due fratelli e ho condiviso con loro giochi e passioni; perciò fu inevitabile la mia iniziazione al calcio.

Proprio al calcio giocato, sulla terrazza della nostra casa nella stazione ferroviaria, della quale nostro padre era il capostazione titolare.

La terrazza era lunga e rettangolare, insomma un piccolo campo di calcio, senza erba e senza porte.

Io non possedevo particolari qualità tecniche, per cui mi relegavano in difesa.

Spesso il pallone cadeva giù dalla terrazza ed i viaggiatori in attesa del treno lo rilanciavano a noi.

Quando divenni troppo grande per praticare il calcio con i miei fratelli, che scendevano a giocare con gli amici in strada, nella piazza davanti alla stazione, io li contemplavo, come se fossi stata in una curva dello stadio.

Se il pallone, lanciato con troppa foga arrivava in curva… cioè in terrazza, io lo rilanciavo subito ai giocatori.

Era un modo per partecipare al loro gioco.

Diventare tifosa della Juventus per me fu la conseguenza naturale del desiderio di imitare il mio fratello maggiore.

Mi affascinava la storia della squadra, fondata da studenti di liceo con quel nome in latino.

Nella Juventus ci identificavamo noi che eravamo giovani, ricchi di sogni e di speranze.

E quando la Juventus con Boniperti, Charles e Sivori iniziò a vincere, ci sembrò che tutti i nostri sogni potessero realizzarsi.

La mia vita è stata accompagnata dalla Juventus: ho trasmesso la juventinità a mio figlio e, spero, al mio nipotino.

Ricordo un episodio che segna la differenza con quanto accade oggi tra opposte tifoserie.

Ero insegnante al Liceo classico, di Latino non a caso.

Il 21 maggio 1998, il giorno dopo la sconfitta della Juve, in finale di Champions League, ad opera del Real Madrid, fui accolta dagli alunni di una mia classe che sventolavano sciarpe del Real ed intonavano un coro inneggiante alla squadra spagnola.

Visi gioiosi, che esprimevano affetto e fiducia, non soddisfazione astiosa.

Abbozzai un sorriso e con calma serafica mi rivolsi ai miei allievi: “Ora che vi siete divertiti, iniziamo la lezione. Oggi però non interrogherò!”.

La mia decisione fu accolta con un applauso.

Avrei potuto invece far passare loro un brutto momento approfittando della mia posizione,- ero pur sempre la prof-, ma una juventina doveva saper accettare la sconfitta e le inevitabili prese in giro; poi quei visi così allegri mi avevano divertito davvero.

Erano tutti tifosi del Napoli.

Anche mio padre seguiva il Napoli, ma non era un tifoso fazioso. Ogni domenica ascoltavamo tutti insieme le partite di “Tutto il calcio minuto per minuto”alla radio. E lui sorridendo scuoteva il capo:” Ma guarda un po’, tre figli e tutti juventini!”

Peccato che, quando il Napoli ha vinto lo scudetto, lui non c’era più.

 

Caterina