Virtù, difetti e prospettive della Juventus di Allegri

di Davide Terruzzi |

Non è mancato nulla del 2015 di Massimiliano Allegri. Prima il campionato, la Coppa Italia, la finale di Champions; poi la rivoluzione estiva, la Supercoppa, le difficoltà, le critiche, la rimonta con le sette vittorie consecutive, il passaggio di turno in Europa senza patemi. E’ stato l’anno in cui Allegri si è impossessato totalmente della Juventus. La scelta di abbandonare la rigidità degli schemi che hanno contraddistinto il triennio di Antonio Conte a favore di una maggiore libertà concessa dalla trequarti in su ai giocatori ha avuto come conseguenza l’esigenza di corrette e puntuali letture delle situazioni. Il vero cambiamento deriva dalla filosofia allegriana: la Juventus è diventata una squadra che interpreta i vari momenti delle partite ed è quindi in grado di cambiare il proprio atteggiamento all’interno della stessa gara: momenti di ripartenza, controllo degli spazi e del pallone, dominio del campo, difesa bassa.

Concetti che si erano manifestati con vigore e continuità nella prima parte della stagione; le scelte di mercato hanno tolto al tecnico almeno due dei pilastri (Vidal e Tevez) della formazione provocando un periodo di assestamento e la ricerca di adattamenti adeguando i giocatori alle sue idee. La vittoria in Supercoppa fece intendere che la Juventus sarebbe rimasta la stessa: grintosa, ordinata, concreta. La preparazione estiva accelerata in vista dell’impegno con la Lazio, oltre all’infortunio dei giocatori maggiormente predisposti a guai muscolari, ha provocato un ritardo atletico causando una mancata brillantezza nella fase di corsa. Una difficoltà che si è unita ad altre: un rilassamento mentale, problemi in ogni fase di gioco, l’adattamento a un realtà che deve vincere ogni partita. La Juventus fino a fine ottobre – e non è ancora del tutto “guarita” – è stata una formazione eccessivamente perimetrale nella circolazione del pallone, senza un continuo gioco interno a centrocampo in grado di aprire spazi sulle corsie esterne. Allegri, tra i pochi allenatori in Europa a schierare con continuità e convinzione due attaccanti centrali, punta molto sulle qualità tecniche dei propri giocatori e sulla loro capacità di combinare nello stretto; nella concezione del gioco del tecnico bianconero risulta fondamentale la capacità di smarcamento di almeno un calciatore, meglio due, nella zona del trequartista, compito che per la prima parte del 2015 spettava regolarmente a Tevez e Vidal. L’assenza di movimenti coordinati tra i due attaccanti, in grado di destrutturare muovendo la linea difensiva avversaria, unita alla perdita di due giocatori fondamentali nello scacchiere tattico hanno provocato una fase prolungata nella quale la manovra bianconera ha trovato sbocchi solo sulle corsie e con conclusioni dalla media distanza. Allegri ha provato a cambiare più volte modulo ricercando una soluzione ad hoc per i giocatori a disposizione, ma la svolta stagionale offensiva è arrivata quando è stato schierato in campo con continuità Dybala: la tevezizzazione del giovane argentino è un processo ancora in corso che sta aiutando l’intera squadra portando vivacità, tecnica e intelligenza calcistica. L’ex Palermo, sebbene sia più un attaccante centrale, gioca ora tra le linee ricalcando quello che è stato il compito tattico di Tevez. Una soluzione che, unita al miglioramento della condizione fisica generale e al recupero di giocatori come Mandzukic, dovrebbe consentire sempre più alla Juventus un raccordo costante e di qualità, un credibile gioco interno e la creazione di manovre offensive maggiormente pericolose.

Quello che sta facendo Allegri è un processo di adeguamento delle sue idee ai giocatori a disposizione indipendentemente dal modulo scelto. L’uscita del pallone dalla difesa, cioè, prevedeva fino a giugno l’abbassamento del regista sulla linea dei centrali, l’innalzamento dei terzini sopra la linea dei mediani, il trequartista che scivola sulla linea dei centrocampisti, l’attaccante di raccordo alle spalle del centravanti.

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Un meccanismo che garantiva fluidità, l’apporto dei giocatori di maggiore qualità (i centrocampisti) nella fase di costruzione, sebbene limiti tecnici di alcuni difensori e la tendenza a una certa frenesia col pallone tra i piedi hanno causato difficoltà con avversarie dal pressing ultra offensivo estremamente organizzato. Quello che Allegri sta facendo nelle ultime settimane è ricalcare questo set di movimenti adeguandosi al modulo utilizzato: nel 352 non è necessario l’abbassamento del regista, i due esterni possono imitare il compito dei terzini della difesa a 4, gli interni allargano la loro posizione, l’attaccante di raccordo garantisce un appoggio verticale assieme alla punta.

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La fase difensiva bianconera resta una delle migliori a livello europeo. Nella prima parte dell’anno, la Juventus si presentava in fase di non possesso con un 4411 compatto, ordinato, stretto: la creazione di un blocco difensivo solido veniva aiutato dall’abbassamento di Vidal sulla linea dei centrocampisti, un blocco in grado di scivolare orizzontalmente e salire aggressivamente. Questo sistema ha trovato difficoltà con avversarie abili nel mantenere il possesso ricercando continui cambi di campo e in grado di sfruttare l’abituale tendenza del centrocampista ora al Bayern di portare pressione in solitaria. In generale, la Juventus di Allegri è una squadra più attenta al lavoro tattico, a un controllo delle linee di passaggio in grado di garantire un maggior numero di intercetti: meno contrasti, più attenzione al posizionamento. Da agosto in poi non è cambiata la filosofia alla base: anche nei momenti di maggiore difficoltà in campionato, tra settembre e ottobre, quella bianconera rimase la formazione dal minor numero di tiri concessi, ma con uno evidente squilibrio tattico. Nel calcio tutto è legato: è importante perdere bene il pallone così come è fondamentale avere grande attenzione nelle coperture preventive. Non è un caso che il rendimento difensivo della Juventus sia migliorato con il recupero di Marchisio, unico nell’abbinare qualità di costruzione a senso della posizione; un miglior possesso, e un centrocampista dinamico e intelligente, hanno permesso maggiore efficacia nelle transizioni negative. Virtù e vizi del 352 in fase di non possesso sono conosciuti: l’allenatore non sembra, adottando un ragionamento di lungo respiro, volersi fossilizzare su un modulo che comporta un abbassamento eccessivo del baricentro. Un’idea potrebbe presentare un 442 contro il possesso palla consolidato delle avversarie per mantenere un uomo in più davanti, utile nelle transizioni, ripresentando uno scenario tattico simile a quello proposto nei primi mesi dell’anno.

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In base agli esterni schierati cambia il sistema di scalate.

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Può vincere il campionato questa Juventus? Utilizziamo una statistica avanzata attualmente di moda e molto utile per ragionare sopra le occasioni prodotte e concesse da una squadra. Il modello di Michael Caley, basato sugli Expected Goals (xG), vede la formazione di Allegri primeggiare quasi in qualsiasi classifica: difensivamente è la formazione che concede il minor numero di tiri (150), subisce meno conclusioni dalla “dangerous zone” (40 contro i 72 dell’Inter e i 63 del Napoli), ha effettuato 275 conclusioni (primo il Napoli con 288), primeggia nei tiri dalla DZ (103 contro i 78 degli azzurri). Ci sono discrepanze tra gol effettivi e gol “attesi” subiti: la Juventus ha concesso 14 reti con un’attesa fissata sull’8.9. Difensivamente, quindi, è lecito attendersi un miglioramento nelle marcature subite, ma un altro dato che deve far riflettere è l’indice SoTD (tiri nello specchio effettuati meno tiri nello specchio concessi): i bianconeri sono secondi (più 40), dietro al Napoli (più 58), a dimostrazione anche di una maggiore efficacia, mira degli uomini di Sarri.

I numeri confermano quanto l’occhio suggerisce. La Juventus resta la squadra da battere ed è una formazione ancora non vicina dall’esprimere tutto il potenziale a disposizione. Un miglioramento che passa prima dai singoli poi dal collettivo. La condizione fisica è necessaria ma non sufficiente per esprimere un gioco qualitativamente efficace: quella di Allegri è stata una formazione non compiuta, come è logico che fosse, e non lo è ancora oggi; un gruppo con una chiara determinazione a voler fare determinate cose spesso riuscendoci in fase difensiva e con problemi tattici e di conoscenza tra i giocatori in attacco. Se è sbagliato, ed è sbagliato, giudicare allenatore, partita, calciatori e società partendo solo dal risultato, lo è altrettanto porre una contrapposizione tra cultura del punteggio e cultura della prestazione: premesso che in qualsiasi sport conta vincere, ognuno deve poi arrivarci attraverso l’ottimale concretizzazione della propria idea. Allegri ha nei prossimi mesi il compito di radicare nella Juventus i suoi principi di gioco partendo da quei movimenti di cui si è parlato sopra migliorando il rendimento e dei singoli e della squadra. Si dovrebbe arrivare a una formazione in grado di interpretare al meglio i diversi momenti della partita, ma in grado, specialmente e soprattutto in campionato, di mantenere il più alto possibile il livello di concentrazione e attenzione lungo i novanta minuti riposandosi quando necessario mantenendo il possesso senza forzare le giocate. I miglioramenti, individuali e collettivi, nascono dalla tecnica (pulizia e dosaggio nei passaggi,giocate nello stretto), e dalla tattica (smarcamento, spaziature chiare) per sapere cosa fare e come farlo quando si trova in campo. Le migliori partite del 2015 sono arrivate anche quando la Juventus è riuscita a trovare facilmente l’uomo tra le linee: il trequartista non è un ruolo, non è un uomo, ma è una posizione da occupare con più di un calciatore. E, mio giudizio personale, una soluzione più consona alle idee di Allegri potrebbe essere questa: la qualità al centro di tutto.

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