Vincere vs fare bene

di Antonio Corsa |

“Complimenti di che? Quando in spogliatoio vedo i volti tranquilli dei giocatori sconfitti che aspettano di farsi fare i complimenti per la buona prestazione, mi viene un malessere difficile da spiegare”.


Lo ripeto in continuazione come un mantra: giocare per vincere e giocare per “fare bene” sono due sport differenti. Prendendo spunto dalla bella e chiacchierata intervista post-sconfitta di Spalletti di ieri (la citazione è sua), ne approfitto per approfondirne il motivo in un post che per qualcuno sarà solo un concentrato di aria fritta, ma che invece trovo sia esattamente quello che serva per costruire una mentalità vincente.

Intendiamoci subito: giocare per vincere non è da tutti nè per tutti e la favoletta che anche chessò il Chievo possa vincere uno Scudetto impegnandosi e solo grazie ad una grandissima forza di volontà è, appunto, una favoletta. Restiamo alla realtà: si possono fissare anche obiettivi diversi dalla vittoria a seconda del valore della rosa, del “fatturato”, delle necessità. Se decidi di porti come sfida la vittoria finale o se dopo aver iniziato bene la stagione ti trovi nella condizioni di farlo, però, lo devi fare senza vie di mezzo. Come? Iniziando ad esempio a capire che la differenza principale se si vuole vincere è convincersi e convincere chi ti sta attorno che tutto ciò che non sia una vittoria debba essere considerato un fallimento. Non esistono, se l’obiettivo è la vittoria, sconfitte a testa alta e “vittorie morali”: o vinci, o non vinci. “Fare bene” significa vincere; non vincere significa fare male. Chi vince è più bravo di chi perde. La zona grigia, tanto amata da filosofi e citatori di de Coubertin, va messa da parte e lasciata a quelli del “fare bene”.

Pare semplice, pare un gioco di parole, eppure non lo è. Anni di sconfitte portano ad accettare la mediocrità, l’inferiorità, a rifugiarsi in teorie complottiste e soprattutto a credere sia impossibile vincere e allora perdere bene è quasi lo stesso. Non lo è. Perdere è perdere. Ed è tanto radicato questo modo di pensare sbagliato (anche tra i giornalisti) che si arriva al punto di ieri in cui Spalletti deve ricordare come perdere due partite per 2-0 non sia accettabile, altro che “teste alte” e sorrisi. A Roma è sembrato un alieno sceso dallo spazio, eppure non ha detto che la semplice verità, con la massima onestà intellettuale e sfuggendo alle logiche e ai ragionamenti da perdenti che inquinano l’ambiente della Capitale (e non solo).

Si confonde spesso, infatti, il significato di sportività con quello di accettazione della sconfitta. Chi deve e vuole vincere, odia la sconfitta. Non l’accetta perchè dipende in gran parte da se stessi. Non è contento perchè lo sarebbe stato se avesse vinto. Qui invece si demonizza l’eccessiva (!!!) voglia di vincere (es. della Juventus, del motto della Juventus, ecc…) come fossero un male o addirittura “antisportivi” e si arriva all’eccesso per cui alla fine si arriva all’esaltazione gli sconfitti, perchè più simpatici, più “deboli”, quasi a volerli rincuorare e a voler fare accettare loro e all’ambiente un risultato diverso da quello sperato. Tutti modi di fare e pensare, appunto, da perdenti. Capire quando si fissa un obiettivo importante che il non raggiungerlo sia un fallimento e che i “ma” e i “però” servano solo a sfuggire da questa realtà è allora il primo ma più importante passo per crescere.

Ieri Spalletti, bravissimo, ha educato squadra e ambiente provocando uno shock culturale. E’ stato un passo importante: non basta ma è il primo, il più difficile. Se verrà capito da tutti, sarà il primo mattone di possibili successi in futuro. Possiamo perciò dare il benvenuto alla Roma nel campionato di quelli che vincere è l’unica cosa che conta, quando vincere è il tuo obiettivo. Questo significa quella frase di Boniperti. Ed è sportivissima e meravigliosamente vera, con tutto il rispetto possibile per quelli che alla fine, pur lottando, non ci riescono (è capitato anche a noi, più di un’ottantina di volte in quasi 120 anni di vita. Ed ogni volta ci ha fatto incazzare).