Quando vincere diventa l’ultima cosa che conta

di Juventibus |

Nel calcio non esiste cosa più fastidiosa, noiosa, e soprattutto pericolosa della pausa per le nazionali.
Voglio partire da questo assunto, se volete banale e scontato, che rappresenta sicuramente una delle poche e ultime cose che riesce a mettere tutti d’accordo, a prescindere dai colori che si tifano, e nonostante la consapevole rassegnazione che da questa fossa delle marianne non si uscirà mai.
Prendete poi chi tifa Juventus, solitamente abituato a pagare un dazio alle nazionali proporzionalmente più alto di quello che solitamente si paga alla sfiga durante l’arco dell’intera stagione (e ho detto tutto): si, “sfiga”, mi limito a chiamarla così senza scendere in particolari disquisizioni su problematiche e carenze sanitarie del nostro staff tecnico, perché mi è parso di capire che di polemiche negli ultimi giorni ce ne siano state anche troppe nel mondo social juventino…
Ecco, da un lato le polemiche, le divisioni, i partiti e le correnti di pensiero che ci stanno spaccando anche più dei politici che in questi stessi giorni si stanno barcamenando, spesso in maniera tragicomica, per dare un senso alla recente chiamata alle urne, dall’altro la pausa del campionato che in questo momento storico della stagione 2017-2018 mi sta talmente aiutando a resettare i pensieri di ogni tipo e ad affacciarmi su quelli di chi condivide la mia stessa fede, da sembrarmi addirittura benefica e provvidenziale, e quindi pazienza se è bastata la prima tornata di inutili amichevoli a far saltare uno dei nostri nazionali, del resto, cosa ci aspettavamo?

Prendo fiato, respiro profondo e la prima cosa che mi viene in mente è uno dei passaggi dell’ultimo intervento di Massimo Zampini a Jtv nell’ormai celebre rubrica in cui analizza le bestialità della massa antijuventina, in particolare l’ennesima occasione colta dagli “amici” della Gazzetta dello Sport, nella fattispecie Franco Arturi, per stigmatizzare in maniera subdola e livida il famoso motto bonipertiano “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.


Da anni ormai sfruttano questo slogan, che nel 2012-2013 avevamo addirittura stampato sulle maglie da gioco, per attaccare quella che piace pubblicizzare come filosofia juventina della vittoria ad ogni costo, e con essa il trascendentale menefreghismo dei modi, pratici ed estetici, con cui raggiungere il fine unico: vincere, appunto.
Ma forse i Franco Arturi di turno non sono attenti osservatori di quanto accade da diversi mesi nel nostro mondo, e alludo proprio alla miriade di correnti di pensiero, di idee e di divisioni che ormai sono diventate un ingrediente irrinunciabile della nostra tavola, molto probabilmente, come suggeriva con saggio anticipo qualcuno di noi, perché, stanchi di un monopolio assai simile a una tirannide e non più appagati dal fronteggiarci sul campo e fuori con avversari ridotti allo stato di timidi animaletti da compagnia, abbiamo sentito la necessità di combatterci al nostro interno, ognuno agitando la spada simbolica delle proprie convinzioni filosofiche e tattiche, il tutto mentre la nostra squadra ha continuato a mietere vittorie e raggiungere traguardi importanti, impensabili fino a qualche lustro fa, cosa che rende la situazione ancora più kafkiana.
No, non cadete nel tranello di pensare, mentre leggete, che questo sia un ulteriore panegirico aziendalista atto a mascherare le cose che funzionano meno nella squadra e che nessuno vuole negare o ignorare, perché a volte anche dei semplici addetti ai lavori, non necessariamente tifosi bianconeri, sono riusciti a dichiarare che il percorso della Juventus negli ultimi sei anni è stato stratosferico e senza precedenti, e quindi non si tratta di essere filo aziendalisti o difensori a tutti i costi: la mia è una provocazione con cui vorrei invitare a smetterla con la storia del “vincere è l’unica cosa che conta” perché poi, ad andarci a fondo, si scopre che una nutrita schiera di tifosi è riuscita a trasformare il famoso slogan, elaborandone un derivato che simpaticamente potremmo tradurre in “Vincere non è importante, ma è l’ULTIMA cosa che conta”.
Chi scrive non crede assolutamente che tutto vada bene, che ci sia un qualche principio in base al quale gli astri dicano con certezza che anche il “settimo” sarà sicuramente messo in cassaforte e nemmeno che sia impossibile che si realizzi il sommo di tutti gli anatemi, gli “zeru tituli” di memoria “mourinhana”; banale sarebbe citare il salvagente latino della verità che sta nel mezzo, così come giudico controproducente arrivare al paradosso di “tifare” per i nostri prossimi avversari che, battendoci, potrebbero portarci proprio all’anatema di cui sopra.
Eppure non sono cieco e ho notato che il flame generato dal pezzo comparso pochi giorni fa proprio su queste pagine abbia sortito un effetto tsunami al cui confronto un tifoso di Nadal o Marquez che va a pontificare sulle pagine dedicate a Federer e Valentino Rossi, sarebbe visto come un amicone che sta scherzando.

Siamo tesi, facilmente irritabili (proprio come il colon) e questo dipende in parte dall’avvicinarsi dell’epilogo di una stagione in cui tutto è stato più difficile del passato e soprattutto del previsto, e in parte dal modo in cui l’abbiamo iniziata, con le ferite di Cardiff ancora sanguinanti e l’epilogo di quella maledetta serata gallese che ha aumentato a dismisura il senso di irrealizzato: prendete poi chi come me sta vivendo una sfida nella sfida, visto che se normalmente è logorante affrontare una volata scudetto come quella di quest’anno, può rivelarsi fatale viverla quando l’antagonista è la squadra della tua città, quella con i cui tifosi vivi faide verbali da sempre…eppure, perché perdere lucidità e speranza?
Forse lo avete capito, mi piacerebbe fare da giudice di pace (quella vera) e provare a riunirvi tutti, ma proprio tutti, guardarvi negli occhi e dirvi, senza presunzione di superiorità o autoreferenzialità alcuna, che forse la cosa migliore da fare in questi giorni è ricaricare le pile e ripartire a testa bassa verso la volata finale, verso questi ultimi 50 giorni che a loro modo scriveranno un capitolo molto importante della nostra storia.

Ne abbiamo viste tante, abbiamo una corteccia dura, e nei momenti di difficoltà ci aggrappiamo al #finoallafine, quindi non dovrebbe riuscirci difficile alzarci in piedi ad applaudire questo gruppo, dai giocatori all’allenatore, passando per dirigenti, staff tecnico e magazzinieri, qualsiasi cosa accada.
Poi arriverà l’estate e a bocce ferme sarà più lecito che mai aspettarsi delle mosse importanti dalla società e chissà che non accada qualcosa che porti a soddisfare quelli di noi con il palato più fine o, se vogliamo, quelli che ne hanno gli zebedei più pieni di certe monotone “tendenze”, tanto i primi spesso combaciano con i secondi.
Proviamoci, per due mesi: ce lo meritiamo e in parte ce lo dobbiamo.

Nevio Capella