Quando Vidal lanciò un mattone a Mazzarri e alla storia del campionato

di Matteo Viscardi |


Quel 2011/12 di grazia fu l’anno della New Age di Pirlo, dell’evoluzione stile Pokemon di Barzagli (che si trasformò da ottimo difensore a campione assoluto) e del ritorno nell’olimpo dei portieri del mostro sacro Buffon. Eppure, l’emblema sul rettangolo verde di quella Juventus che cambiò la storia (per lo meno quella recente) del calcio Italiano, fu un ragazzo sudamericano, appena giunto in Piemonte da Leverkusen. Uno che nella campagna di rafforzamenti estiva venne preso piuttosto sottogamba da molti tifosi, ma anche da innumerevoli addetti ai lavori (presidenza Bayern esclusa, con Rummenigge che rosicò a lungo).

 

Dopo anni in affitto in abitazioni scomode e deludenti, in seguito allo sfratto violento di Calciopoli, la Vecchia Signora capì che era giunto il momento di riedificare un palazzo di successo, e si affidò ad un architetto per certi versi novello ma di sicuro affidamento come l’ex capitano Antonio Conte. Arturo Erasmo Vidal Pardo da Santiago del Cile rappresentò, almeno all’apparenza, il cemento armato della nuova abitazione che era anche una nuova dimensione. Una casa talmente solida da non crollare mai, in nessuna delle trentotto le partite di campionato. Un’impresa che senza il titolo sarebbe però rimasta nel Limbo dei Numeri, scaldando comunque i cuori dei tifosi, ma non riempiendo una bacheca assetata di trofei da troppo tempo.

Se quello scudetto (sempre da tramandare ai posteri) giunse sulle rive del fiume Po, lo si deve anche e soprattutto ad una giocata di coraggio e classe del ‘Guerriero’ Vidal. Una di quelle in grado di rivoltare, di stravolgere totalmente stagione e approccio mentale di una squadra eccezionale, ma che necessitava di una scintilla illuminante, utile a spostare ancora un poco più in su l’asticella della confidenza con se stessi. Il colpo di teatro del cileno andò in scena al J-Stadium in una serata di aprile. Una notte in cui si percepì la fragranza soave dei cari e gloriosi vecchi tempi che parevano a un passo, o forse ad un “doppio passo”.

La Juventus si presentò alle soglie della trentesima giornata in ritardo di quattro punti rispetto al Milan di Ibra ed Allegri, capolista del torneo (e dententore del titolo). I rossoneri però impattarono in anticipo a Catania (in una gara ricca di polemiche per l’ennesimo gol/non gol milanista della stagione) e lasciarono aperta la porta alle speranze della rimonta zebrata. Una scalata alla vetta che passava inevitabilmente dal successo sul Napoli di Mazzarri, una squadra solo lontana parente di quella vista l’anno prima (anche perché distratta a lungo dalla Champions League), ma comunque molto pericolosa sulla partita singola disponendo di un sistema cinico ma collaudato e di giocatori del calibro di Cavani ed Hamsik. La Juventus disputò un primo tempo gagliardo, annichilendo le velleità azzurre (pur senza passare in vantaggio), usufruendo della spinta tecnico-emotiva di un Vidal maestoso dominatore del centrocampo. A inizio ripresa Bonucci sbloccò il match con uno stranissimo gol di rimbalzo, da condividere col genio montenegrino Vucinic, ma sull’1-0 la tensione era ancora palpabile.

Il proscenio dell’incontro, a quel punto, se lo prese tutto lui, Arturo. Come quell’alunno che non si accontenta del sette (ottenuto con lodevole sforzo per la prima ora abbondante di fuoco, al centro del ring) e non ha paura, consapevole dei propri mezzi, di puntare a qualcosa che non sia meno del 10. Il cileno si inventò un gol da leggenda, quasi come se volesse urlare al mondo che quella Juventus non fosse solo una meccanica e (piacevolmente) monotona macchina da guerra impostata su schemi rigidi, ma potesse sfoderare, al momento opportuno, anche il colpo ad effetto (mai fine a se stesso) in grado di legittimare una classifica da titolo.

 

Descrizione per i pigri e per i nostalgici: ricezione di palla da Marchisio al vertice sinistro dell’area di rigore, controllo e poi un pensiero meraviglioso, quasi abbagliante. Doppio passo reiterato ai danni del malcapitato Hugo Campagnaro (che sta ancora cercando quel pallone), sterzata fulminante e sinistro ad incrociare di bellezza stordente. La palla si infilò dolcemente in rete, e partì la sagra dei sentimenti e delle emozioni, anche quelle sfacciate. Boato furioso dello stadio. Gioia pura. Commozione, pure qualche lacrima incontrollata. Un gol che chiuse la gara, ma sembrò chiudere un’intera era bianconera. Forse la più buia dell’epoca moderna, sicuramente una delle più sofferte in assoluto. Una rete che disegnò una nuova traiettoria del destino juventino, una parabola con la concavità rivolta verso il basso, il cui vertice avrebbe toccato addirittura la finale di Champions League nella stagione 2015. Arturo non combatte più per i nostri colori ormai da un anno, ma sarà per sempre ricordato come il guerriero che seppe trasformarsi in artista. A Berlino c’era e beccò anche le ultime coraggiose critiche. Scultore sopraffino di scudetti, e di gol che hanno spaccato la storia, proprio come quello al Napoli il 1 aprile del 2012.