Viaggio nel DNA tattico e nella mentalità bianconera

di Juventibus |

JUVESTORY (di @willy_signori)

Dybala dice cose abbastanza scontate e per questo condivisibili:
difendere a 70 metri dalla porta ovviamente ti permette di correre meno rischi (a condizione di avere una difesa forte come la nostra sennò sono imbarcate una dietro l’altra).
Questa Juventus si può permettere (in Italia praticamente in 38 partite su 38) di azionare il pistone e spingere avanti per aumentare la pressione: salire, alzare il baricentro, comprimere l’avversario.
In quest’ottica non sfruttare il potenziale offensivo e la garanzia difensiva che la rosa 16/17 offre è un peccato quasi mortale.
La vocazione innata della Juventus al difensivismo merita un discorso a parte.
La società bianconera ha sempre avuto attaccanti di livello assoluto, ma mai lasciati senza l’accompagnamento di una difesa di ferro.
In alcuni periodi storici più o meno prolungati forse il centrocampo può aver latitato ma mai la difesa, che è stato sempre un punto di forza.
Non significa necessariamente aver giocato col catenaccio, pallone avanti sperando che il campione di turno si inventasse qualcosa, ma l’1-0 è sempre stato preferito ad un più divertente 4-3, risultato che dietro le scrivanie bianconere e tra gli spalti ha piuttosto provocato storture nasali della serie “oggi abbiamo vinto ma…”
Insomma in Corso Galileo Ferraris si è sempre pensato che per lo spettacolo c’è il circo o il cinema.
Questa mentalità è stata vincente in Italia (la Juve ha il record di campionati terminati con la miglior difesa) un po’ meno in Europa (ma l’argomento meriterebbe una ventina di capitoli a parte).
A questa vocazione (di natura quasi religiosa) storica della Juventus sfugge soltanto il periodo con Lippi come allenatore, stagioni in cui la Juve entrava in campo (in maniera sempre più convinta col passare delle annate) con l’unico scopo di annientare l’avversario prima possibile.
Italia o Europa, in casa o in trasferta, la cosa non faceva nessuna differenza, sebbene poi alla fine quella squadra raccolse fuori dai confini meno successi di quelli che avrebbe meritato.
Questa parentesi rappresenta l’unica deviazione dalla devozione difensiva innata della Juventus, sempre accompagnata però da campioni predestinati come Dybala o esperti come Dani Alves.

 

SKIN CHANGE (di @clape87)

Partiamo da un presupposto: il 3-5-2 è una coperta di Linus cui difficilmente si rinuncerà prima del 2018. Quando, cioè, Buffon e Barzagli saranno stati salutati con tutti gli onori e Bonucci non avrà più così voce in capitolo a livello tecnico tattico. Questo perché si tratta di un sistema di gioco automatico, codificato, che i senatori non intendono abbandonare per paura di (ri)vivere l’incubo degli ultimi mesi del 2015. La partita con il Sassuolo è emblematica in tal senso: la Juventus ha dominato per un’ora abbondante, salvo poi concedere qualcosa nel finale. Qualcosa di non dissimile a quel che accade con cadenza domenicale ai Barcellona, Bayern o City di turno: si tratta, infatti, del necessario prezzo da pagare da parte di chi intende imporsi sempre e comunque contro chiunque. Un prezzo che i grandi vecchi non sono (ancora) disposti a pagare, convinti che l’approccio giusto sia ancora quello improntato alla prudenza, all’equilibrio, all’italianissimoprimo: non prenderle“. Non è così o, almeno, non lo è più. Il calcio è cambiato profondamente e se in Italia vale ancora il principio dei campionati che si vincono con la difesa, la Champions ha dimostrato che osare paga (con l’Atletico di Simeone nei panni dell’eccezione che conferma la regola). E se si ha la fortuna di poter contare su una retroguardia affidabile e in grado di fronteggiare le transizioni in parità e/o inferiorità numerica perché non provare a dare noi il primo pugno, piuttosto che attendere (vanamente) che Eupalla volga il suo sguardo benevolo dalla nostra parte? Abbiamo i giocatori (offensivi e difensivi) per farlo e un allenatore che non vede l’ora di cambiare un pò. Lasciamoglielo fare: abbiamo due anni per andare all in. Non farlo in nome della prudenza tattica potrebbe essere un rimpianto maggiore delle finali perse.

 

TRUST IN (di @SCUtweet)
La Juve ha in panchina un allenatore cui piace giocare a calcio: le sue key word sono tecnica e calma. Con la prima, sbagli poco e metti quasi mai in difficoltà il compagno cui destini il pallone; con la seconda, gestisci le energie e miri a toccare la soglia della stanchezza dopo l’avversario.
Benché Allegri sia tutto fuorché un mister impaurito, la base dei tre difensori centrali è un mattone pesante eppure amovibile. In estate è arrivato a Torino Dani Alves, un ragazzo che ha studiato ed imparato otto anni a Barcellona; secondo Dybala, oltre che un top player, D.Alves è il messaggero tattico ideale: tenere la posizione media più alta, far “rischiare” lo one to one a Chiellini-Bonucci-Barzagli, recuperare palla nel campo altrui. In breve: meno tempo trascorri sotto i tuoi 40 metri, meno chance hanno gli altri di crearti pericoli.
Il discorso fila a priori, ma in concreto? Il Barça di Guardiola non palesava escursioni tra la teoria e la pratica, ma quella squadra è/resta una costruzione unica nella storia del calcio. Allegri, dice Dybala, non predica un’ideologia differente; anzi, proprio da questa stagione, con l’ingresso di nuovi giocatori molto tecnici (D.Alves, appunto, Pjanic, Higuain, Pjaca), il discorso propende e la sua applicazione è notabile.
La Juve di Max è mai stata una formazione bloccata: la flessibilità, le pedine che scivolano ora avanti e ora indietro (352→442, vedi sopra), è quell’assioma fantasioso che da sempre il tecnico accoglie. E da oggi, da agosto, è maggiormente pronunciato: più azzardo generale, calcolato perché la coperta della prima linea è calda e impenetrabile, meno concetti basici.
Invero, al bar dello sport non hanno torto: quelli che sanno trattare la palla devono giocare. E il mister? Bravo “se fa meno danni possibile“: insegnare il movimento a cui ama ricevere sui piedi; predicare la fiducia reciproca. Perché fidarsi di uno-due è bene, fidarsi di sette-otto è meglio.