L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – Soldato, per due battaglie ancora

buffon viaggio

Un tempo l’amata gioventù erano i soldati.

In loro era riposta la fiducia della gente, nei loro volti e nei loro corpi germogliava il seme del romanticismo. La possibilità incombente di morire troppo giovani li equiparava agli eroi del passato. La lotta feroce, contro nemici da uccidere che per altra gente lontana erano figli innocenti e nient’altro, li elevava a depositari di una mistica.

Era il tempo dei miei nonni, e allora sposare un soldato era motivo d’orgoglio e di purezza, una scelta che anche per le donne conteneva il rischio di dover vivere una passione fremebonda e frastagliata, a volte addirittura qualche eroica vedovanza.

Erano i tempi dei partigiani sulle mie montagne di Carrara, minatori prestati alla guerra che prima di sparare erano abituati alle pause tra i marmi grezzi, mangiando lardo di Colonnata.

È per tutto questo che parlando di me e del futuro, in un intervista di qualche giorno fa, ho detto di essere un soldato.

Non è stato per vanità, per mostrarmi votato a una causa comune nella terra in cui ogni idealismo è scambiato per debolezza o fanatismo. È solo che la figura del soldato mi piace, la conosco bene, è affidabile. Se la gente ama sentire la metafora che unisce calcio e guerra, e che parifica calciatori e guerrieri, è perché, in fondo, calcio e guerra sono davvero una buona sintesi della condizione umana. E poi mi piace pensare che se queste stesse metafore oggi non appaiono poi così grottesche, è perché rispetto al tempo dei miei nonni il mondo è migliorato almeno un po’.

Ho detto che per la Juventus e per la nazionale risponderò sempre presente e così sarà.

Per la nazionale chissà… mi vedo dirigente, forse un giorno allenatore. Ma oggi il futuro prossimo sembra lontanissimo: da gennaio ai primi di giugno sono 5 mesi, ma vorrei che durassero altri 25 anni, non un minuto di meno. Per la Juventus, invece, lo dico sottovoce: dentro di me vorrei essere ancora un soldato e non un generale. Un uomo di trincea, per almeno due battaglie di conquista, le ultime, le più gloriose. Due battaglie: una in Europa, a Montecarlo o in qualche paese calcisticamente emergente, il giorno prima della presentazione di quella Champions League divenuta realtà. E una in qualche nazione dell’Asia, contro le orde asiatiche, africane, oceaniche e sudamericane, per conquistare il mondo per la seconda volta. A Wojciech l’ho già detto: se succede gioco io. Il primo tra 20 milioni di soldati sparsi in ogni angolo del pianeta. Succederà davvero? Non posso prometterlo, ma ce la metterò tutta.

Buon 2018 a tutti voi, bianconeri, ma soprattutto a me.