Verso una nuova Juve, oltre alle ideologie

di Michael Crisci |

Inevitabilmente, le due vittorie di misura contro Chelsea e Torino, hanno aperto il dibattito ideologico sulla visione di calcio di Allegri, contrapponendo le due fazioni estremiste; quella del “conta solo il risultato” o del “corto muso“, e quella del “catenaccio e contropiede, così non si crescerà mai“. In realtà, entrambe le partite denotano situazioni lontanissime da questo noiosissimo dibattito, essendo tra l’altro due partite estremamente diverse, soprattuto per indicazioni fornite sulla prossima crescita della squadra.

La gara contro i campioni d’Europa è stata sicuramente un’ottima lezione di tattica di Allegri, che date le assenze in attacco, la superiorità del Chelsea e la ancora non eccelsa condizione fisica, ha potuto fare quello che lo esalta di più, ovvero giocare al gatto col topo, attirando l’avversario nella ragnatela, per poi colpire in contropiede. Contro un Chelsea sotto ritmo e impreciso, è bastato un guizzo di Chiesa su servizio di Bernardeschi per portare a casa un 1-0 che, probabilmente, ha rappresentato molto più di quanto sperato dallo stesso tecnico al fischio d’inizio.

Il derby, invece, era una gara molto più cruciale, quasi un crocevia stagionale, un bivio che avrebbe potuto segnare già ad ottobre gli obiettivi stagionali della squadra. Dopo un primo tempo in apnea, la Juve nel secondo tempo ha sfoderato ben altra prestazione, mettendo il Torino alle corde, e prendendosi una vittoria voluta e cercata.

Il cambio all’intervallo (Kean out, dentro Cuadrado), e anche quello nel finale (che ha visto avvicendarsi Bernardeschi e Kulusevski), in controtendenza con le mosse conservative di Juric, hanno certificato che la gara del Grande Torino non è stata certo una gara speculativa da parte della Juventus.

Ed è qui che si staglia l’unico appunto: se la Juve fosse andata in vantaggio nei primi minuti della ripresa, avremmo assistito alla stessa ripresa? La Juve avrebbe dominato il campo, tenuto alto il baricentro e costruito fino al 94′? non è dato saperlo, ma è lì che si giocherà la svolta non solo della stagione, ma della stessa concezione di squadra, concetto fondamentale per l’imprinting di una squadra in costruzione.

E questo non deve essere visto come un cruccio o un capriccio estetico, tutt’altro.

Il secondo tempo del derby può fare il paio con il primo tempo della gara contro il Milan, in tema di big match probanti. Nel primo tempo contro i rossoneri, la Juve ha tenuto il pallino del gioco, nonostante un possesso palla paritario, andando molteplici volte al tiro. Nel derby, addirittura, nel secondo tempo ha sfondato il 60% di possesso palla, con un predominio pressoché incontrovertibile dal Torino.

Tolta la gara contro l’Empoli, un disastro dopo il gol di Mancuso, e la parte centrale della gara contro lo Spezia, le defaillance della Juve sono state dovute perlopiù da errori individuali e drastici cali fisici.

A colpire soprattutto, in questo inizio di stagione, è stato il ritorno di Alex Sandro a livelli pre Cardiff; la sua posizione molto alta aiuta molto di più gli attaccanti a duettare e triangolare, e le mezzali a inserirsi nello spazio, e provare il tiro (il gol di Locatelli e le occasioni nel primo tempo contro il Milan ne sono un fulgido esempio). Importante anche il pressing alto che la Juve è stata in grado di fare contro i granata nella ripresa, situazione che ha generato occasioni importanti (colpo di testa di Sandro su cross di Cuadrado, con grande parata di Milinkovic Savic).

Dunque la Juve ha dimostrato di sapersi esaltare in fase di possesso e di essere una squadra migliore in fase di costruzione. Quindi, di avere la versione migliore in una Juve propositiva e dal baricentro alto. E non c’è da stupirsi, visto che le caratteristiche della rosa, seppur disomogenea, sono nettamente diverse da quella del quinquennio dell’Allegri 1, che aveva una comoda coperta di Linus nella BBBC, e che si esaltava nel lasciare il possesso all’avversario per larghi tratti di gara senza che questi riuscisse a creare il benché minimo pericolo (nella maggior parte dei casi, ovviamente).

Se si può dunque individuare il vero problema di questa Juventus, esso risiede soprattutto nella bassa qualità tecnica di alcuni interpreti, soprattutto a centrocampo; la regressione di Mckennie, la monodimensionalità di Bentancur, la sciatteria di Rabiot, l’insolenza di Ramsey (quando c’è), porta molto spesso la Juve ad avere linee di gioco invitanti, ma a non poterle sfruttare per via di errori tecnici abbastanza basilari. Locatelli, da questo punta di vista, rappresenta una lieta novità, in attesa di poter apprezzare Arthur sotto la guida tecnica di Allegri, possibilmente senza infortuni.

Questo è un problema che solo il mercato potrà risolvere, si spera sin da gennaio, ma quella è un’altra storia. Ora ci attendono due mesi di campo, che dovranno portare la Juve a un livello sempre più alto. Con calma, senza pretendere tutto e subito. Perché per ristrutturare un palazzo, seppur di prestigio, ci vuole sempre e solo una cosa: tempo.


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