Verso Spal-Juve: gli anni 60 e l’epopea del Trio Magico

di Riceviamo e Pubblichiamo |

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Quando la scorsa primavera la Spal ha vinto a sorpresa il campionato di Serie B riuscendo a riconquistare la massima serie calcistica dopo esattamente 50 anni, le nuove generazioni di tifosi hanno accolto con simpatia il ritorno degli estensi nel calcio che conta, ma è senza dubbio nel cuore degli juventini di lunga militanza che l’evento ha creato più di un sussulto, essendo il ricordo del club ferrarese legato ai due decenni in cui frequentava stabilmente la Serie A, con diverse stagioni disputate a buoni livelli, esattamente a cavallo tra gli anni 50 e 60.
Questo,  per chi ha avuto la fortuna di vivere la propria fede calcistica in quel periodo, può significare solo e unicamente il ricordo della seconda grande Juventus della storia, che ha deliziato i suoi tifosi giusto una decina di anni dopo quella dei (primi) cinque scudetti consecutivi, ma soprattutto i fasti del cosiddetto “Trio Magico”, che di quella Juve fu anima, guida e simbolo: Boniperti, Charles e Sivori, in rigoroso ordine alfabetico.

Il migliore spunto possibile legato alla Spal per celebrare degnamente queste tre leggende bianconere ci è fornito da un incontro disputato in terra emiliana il 21 Febbraio 1960 e vinto con il punteggio tennistico di 6-3, non tanto per le proporzioni della vittoria, quanto per il modo in cui i tre campionissimi riuscirono quel pomeriggio a timbrare la partita attraverso le giocate che li hanno resi celebri e immortali, nel contesto di un campionato che ovviamente fu vinto con una serie di record, alcuni dei quali ancora imbattuti per i tornei a 18 squadre, e in una stagione che vide per la prima volta la Juventus aggiudicarsi il “double” Scudetto e Coppa Italia, impresa poi bissata nel 1994-95 alla prima stagione con Marcello Lippi in panchina, e ripetuta tre volte consecutive nelle ultime tre incredibili stagioni sotto la guida di Allegri.


Il video, seppur di scarsa qualità, lascia intravedere le specialità della casa con cui la Juve riuscì a portare a casa la vittoria, come spesso accadeva: in primis l’acume tattico e la regia del “geometra” Boniperti, che nella fase crepuscolare della sua carriera aveva arretrato il proprio raggio d’azione dopo anni di battaglie in area di rigore, proprio per dare spazio allo strapotere fisico del “gigante buono” John Charles, possente gallese proveniente dal Leeds United che riusciva a far sembrare normali i suoi imperiosi stacchi di testa, paragonabili per elevazione a giocate che si è abituati a vedere nel basket, e al genio che spesso lo innescava, Omar Enrique Sivori, l’argentino folle, funambolico e spesso irriverente che, dopo essere cresciuto nel River Plate, fu portato in Italia da Umberto Agnelli su consiglio di Renato Cesarini, vecchia gloria bianconera proprio del quinquennio 30-35.

L’epopea del Trio Magico inizia nell’estate del 1957 quando al termine dell’ennesima stagione deludente, durante la quale il club torinese per qualche settimana sfiorò addirittura la zona retrocessione, Umberto Agnelli decide prendere in pugno la situazione, nel segno di quella che sarebbe diventata tradizione della “famiglia” nei momenti meno felici, assumendo prima la presidenza della società e poi portando in Italia proprio Charles e Sivori, due giocatori completamente agli antipodi, sia dal punto di vista tecnico che caratteriale, ma soprattutto abbastanza sconosciuti agli appassionati italiani, in un’epoca in cui naturalmente era molto più difficile aggiornarsi sul calcio estero e seguire le nuove promesse.

Sivori, pagato 10 milioni di pesos (una cifra talmente alta per quei tempi che il River Plate riuscì a pagarci i lavori di completamento del mitico stadio Monumental) era in possesso di tutto il genio che storicamente contraddistingue i calciatori sudamericani, con un carattere perennemente ribelle e indisciplinato ben raffigurato dai calzettoni indossati sempre arrotolati alla caviglia, e con una folta capigliatura che gli valse il soprannome di “Cabezon”.
I filmati dell’epoca ci hanno tramandato tantissimi episodi in cui all’argentino riuscivano giocate ai limiti del paranormale e, in alcuni casi, irriguardose nei confronti di avversari che si dannavano l’anima per provare, invano, a fermarlo.
Le sue geniali invenzioni erano spesso l’innesco di John Charles, un centravanti sicuramente meno dotato tecnicamente e meno appariscente del suo nuovo collega di reparto, ma tremendamente efficace e soprattutto con un innato senso del gol che ne aveva fatto, già in Inghilterra, un bomber implacabile ma anche generoso, al punto che in caso di necessità non mancava di andare a dare una mano in difesa sfruttando le sue incredibili doti fisiche.

Il carattere mite e riservato del gigante di Swansea e il genio del Cabezon non potevano trovare completamento migliore in Giampiero Boniperti, destinato poi a diventare la personificazione della juventinità, grazie anche alla sua seconda carriera in bianconero, in qualità presidente, con risultati anche migliori di quelli ottenuti da calciatore.
Il Boni, come detto, dopo numerose stagioni da cannoniere e uomo di area di rigore, accettò tacitamente di mettere la sua intelligenza al servizio dei due nuovi arrivati, dando forma a una Juventus straordinariamente prolifica con stagioni da 106 gol in 45 partite (1958-59) e 120 in 54 gare l’anno seguente, ma allo stesso tempo ben protetta nella fase difensiva dai mediani bassi Emoli e Colombo e soprattutto dal terzino Bruno Garzena e dall’elegantissimo Tino Castano, predecessore per oltre un decennio di Gaetano Scirea nel ruolo di libero.

I quattro anni di convivenza del trio magico, dal 1957 al 1961, restano uno dei periodi più vincenti e belli dell’ultracentenaria storia della Juventus, iniziati con uno scudetto, quello della prima stella, ideata proprio dal presidente Umberto Agnelli come simbolo da apporre sulla maglia ad ogni decina di campionati vinti, e suggellati da un altro scudetto, ultimo di tre, ma soprattutto dall’inaspettato ritiro di capitan Boniperti, a soli 32 anni.
Charles lasciò la Vecchia Signora un anno dopo, riapprodando in Gran Bretagna dopo una brevissima parentesi alla Roma, mentre Sivori restò a Torino fino al 1965, indossando anche la fascia di capitano nelle ultime due stagioni prima di cambiare aria a causa del pessimo rapporto con il nuovo allenatore Heriberto Herrera.
Se esiste un fotogramma immortale di quegli anni, non può che essere quello dello schiaffo con cui Charles, durante una partita di coppa Italia, riportò un indemoniato e furente Sivori alla calma, proprio a dimostrazione di come due personalità diametralmente opposte, potessero convivere così perfettamente, su un campo di calcio.

di Nevio Capella