Il vernissage sarrista della Signora

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Mario Pucciarelli

Allenare o giocare nella Juventus non può considerarsi un tradimento. E’ un ambizione, in fondo, accarezzata un po’ da tutti. Così come un tenore sogna di esibirsi alla Scala di Milano, o un ingegnere meccanico, di incorporarsi nei ranghi tecnici della Ferrari. Tutti attaccano il ”potere” perché – parafrasando qualcuno – ne restano logorati dal fatto di non goderne: logorio, però, corredato al tempo stesso da un perenne fascino.

Sembrava una storia già scritta quella di Sarri. Le sue contumelie al “palazzo”, ai suoi paventati privilegi, assumevano quasi i contorni di un ammiccamento. Chi disprezza vuol comprare, declama un antico detto popolare. Anche il celebre dito medio, più che un cammeo velenoso, sembra un surplus simbolico che rende più coinvolgente lo sviluppo del romanzo. D’altronde, dagli stessi circoli bianconeri si sperticavano le lodi per il bancario in naftalina. Malgrado lo spartiacque tecnico incolmabile tra le due squadre, la formula sarriana tendeva magicamente ad accorciarlo, ridando succo alla reiterata sfida consumata lungo l’asse Torino-Napoli. E siccome i matrimoni si fanno in due, come ribadito da Conte nel suo confessorio veltroniano , l’invaghimento di Agnelli per il sarrismo (da intendersi solo come filosofia di gioco) accattiva di più rispetto alla fascinosa idea di un eterno ritorno di nietschieana memoria. Certe cicatrici, caro guerriero messapico, anche nei rampolli della dinastia industriale piemontese sono difficili a cancellarsi.

Un salto nel buio, dicono gli scettici. Inusuale per degli iperpragmatisti secondo i quali l’unica cosa che conta era vincere, senza curarsi del come. Ed invece, nel calcio profondamente aggiornato e camaleontizzato del terzo millennio, si capisce che la forma s’implementa nella sostanza: la cifra di gioco non è più un dettaglio utile solo agli esteti della tattica, agli Adani della situazione. Per quel benedetto scalino occorre il salto di qualità snaturando la vecchia filosofia societaria, utile certo a garantirti scudetti e coppette, ma non le vette della gloria che angoscia il popolo zebrato da quasi un quarto di secolo.

Non basta più il gestore aziendalista, allora. Occorre un sognatore, un mistico della strategia, un artigiano della perfezione. Se c’è stata una pur effimera trattativa per accalappiare Guardiola, ideale primadonna su cui confluire i propri destini tecnici, questo conferma il mutamento ideale, quasi kafkiano, da parte dell’assetto dirigenziale bianconero. E Sarri, ferreo apostolo del “beau jeu”, a tale riguardo, non può dirsi da meno. Si colloca nello stesso solco del cambiamento auspicato. Poco hanno scalfito nei gusti di chi lo ha scelto, il suo essere naif , burbero, profondamente allergico all’etichetta. E chissà, semmai, che l’austero clima gianduiotto e sabaudo non riesca a smussarlo, a nobilitarlo. Tutto passa in cavalleria, ad ogni buon conto, laddove l’imperativo categorico scandito dalle ovattate sale della Continassa diventa quello di rendere ancora più bella e vincente la regina del calcio italiano. Per buona pace di chi, anche con sagace vena romantica, disegnava per questo uomo profili rivoluzionari, da perfetto capopopolo in marcia verso il palazzo, salvo poi disingannarsi, poiché anche Sarri resta pur sempre segmento vivo e partecipe del mondo sportivo professionistico nelle sue imprevedibili dinamiche.


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