Verità e antijuventinità: riflessioni postmoderne

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“Bisogna sempre dire la verità: non per convincere chi non la conosce,ma per difendere quelli che la conoscono Buona Notte”. È con questo tweet, dal tono assolutistico e risolutore, che si apre il profilo social di un noto giornalista (?) sportivo italiano. Per chi ha avuto a che fare con tematiche legate al postmodernismo, il suddetto tweet non può che fare sorridere. Numerosi filosofi, studiosi ed intellettuali hanno discusso il concetto di “verità” nel mondo contemporaneo, arrivando alla conclusione (a grandi, grandissime linee) che non esiste, oggigiorno, la possibilità di fornire una visione univoca della realtà, che sia essa interna od esterna, dei fatti; la realtà che abbiamo a disposizione dipende dunque sempre da una soggettività di fondo che, di fatto, annulla l’idea di assolutismo.

Alla luce di ciò, parlare di verità oggi è sempre un argomento delicato, o perlomeno lo è per il sottoscritto. A maggior ragione per chi di mestiere racconta eventi, il concetto di “verità” dovrebbe sempre essere soppesato, mai trattato in maniera banale. Poi arriva lui, “Giornalista Sportivo, Autore. Da 40 anni seguo il Calcio Europeo e Mondiale” che grazie alla sua lunga carriera nel mondo del calcio, si sente in grado di sovvertire filosofi, professori e scrittori del postmodernismo, autoeleggendosi come “portatore unico di verità”. In nome di questa sua  personalissima (e presuntuosa) convinzione  il nostro giornalista si fa carico di raccontarci ogni giorno la realtà dei fatti; grazie al cielo, limitandosi al mondo del pallone.

Spinto da questo ideale assoluto ed universale, il nostro personaggio si ribella al complotto giornalistico che da anni (più o meno sei, una coincidenza) comanda lo sport italiano e si fa portavoce della rivolta popolare, raccontando quotidianamente le cose come stanno (o come crede che stiano?). E così, un giorno dopo l’altro, il giornalista acquista sempre più fama: la gente, persa in questo marasma comunicativo che è la nostra epoca, ha bisogno di un vate, di un uomo da seguire; insomma ha bisogno di un uomo che sappia la verità, che tramite la sua guida li riesca a riportare all’ordine, e lui, il protagonista di questa storia, si fa trovare pronto.

E così, man mano che aumenta la fama ed il seguito, il giornalista, protetto dallo scudo della verità, si sente in grado di soddisfare questa fame di conoscenza dei fatti, con la sua libera interpretazione degli eventi legati al mondo del calcio. Il fatto che questi suoi pensieri siano praticamente sempre (agli occhi delle persone “postmoderne”) unilaterali e fortemente soggettivi, non è importante: il fatto che la verità propinata dal soggetto in questione sia “quello che la gente vuole sentirsi dire” è una casualità.

La realtà dei fatti che ci viene fornita dall’egregio Sig. giornalista è quella di un mondo del calcio dominato dal potere oscuro di una società bianconera di Torino, che grazie al controllo da 6 anni a questa parte di televisioni, giornali, giornalisti, arbitri, sponsor, squadre avversarie, dirigenti di squadre avversarie, medici, giudici, avvocati, etc., riesce a vincere competizioni su competizioni, non lasciando spazio a nessun altro. È in questo clima esasperato e di predominio sportivo/giornalistico della squadra in questione, che il personaggio trova ancora più successo e seguito, da parte di chi, stufo della situazione attuale, necessità di una voce che metta in discussione ciò che appare alle persone normali indiscutibile, dando voce alle idee più estreme e pericolose, sempre in nome della verità.

In tutto ciò, io povero juventino postmoderno, osservo il circo mediatico attorno a questo buffo signore e penso a come siamo potuti arrivare ad una situazione come questa, decisamente aldilà del paradossale. Il giornalista e i suoi seguaci (oggi superiori agli 85mila) sono arrivati alla conclusione che la verità nel mondo del calcio è l’antijuventinità. Facendosi scudo di questo concetto etico si sentono liberi di poter dire qualunque cosa, purché sia contro il bianco ed il nero; cadendo, agli occhi degli appassionati razionali, nell’assurdo. Il concetto di “verità” e quello di “antijuventinità” sono diventati nella retorica del giornalista un pericoloso sinonimo, che tende a giustificare oramai qualunque commento contro la Juventus.

Alla luce di questo, credo che sia giusto che ci possano essere antijuventini, anche giornalisti, e ci mancherebbe altro. Ma lasciate stare la verità e la realtà, che sono cose ben più grandi di un pallone, proclamatevi in quanto ferventi antijuventini e lasciateci in pace.

di Fabrizio Pirazzini