Infelici cronici: i valori fondativi del mondo Inter e il fattore Gazzetta

“Quasi tutti i sentimenti di sofferenza e dolore hanno la loro radice in un modo errato di guardare la realtà. Quando smetterete di guardare erroneamente, smetterete di soffrire”.

Budda

Chi s’innamora del calcio durante l’infanzia finisce per amare il calcio per tutta la vita, e questo amore spesso si fonde, e deve trovare il punto di contatto con il proprio modo di essere più profondo. Nelle fasi di crescita di ogni ragazzo o ragazza qualsiasi, e specie durante l’adolescenza, il calcio, come mi capita spesso di ripetere, diviene un vero e proprio universo complesso con cui confrontarsi.

Lì abitano i propri miti e le proprie aspirazioni, lì sono collocate la maggior parte delle aspettative di successo o i timori per i fallimenti, spesso a quel mondo sono legate le scoperte di ciò che ci aspetta nel futuro uomini adulti.

Anche grazie al calcio, insomma, ci formiamo, ci creiamo un’identità.

Guardandolo oggi da uomo maturo, l’universo calcio mi appare, banalmente, come un grande romanzo polifonico totale, e perciò perfettamente ambiguo. È un romanzo unico nel suo genere perché incentrato su un doppio momento rituale, diviso da una cesura netta: l’attimo del campo e del gioco puro, ancora arcaico e grossomodo identico nella sua capacità mitopoietica e nelle sue liturgie sostanziali a com’era nel momento delle sue origini, a fine 800 (nonostante la tecnologia e la diversità degli atleti; e poi un infinito flusso dilatato, pressoché eterno e ormai privo di pause, ovvero la sua narrazione, che coincide con una solenne allegoria spettacolare e inesauribile del caos, in cui si scontrano racconti campanilistici, desiderio d’epopea e interessi privati, sfruttamento della passione collettiva, speculazioni, polimorfismi, azzardi di massa, applicazione o sconfessioni dei principi economici, privilegi, imposture, violenza rappresentata e reale, folklore, illegalità diffusa, do ut des, furberie, grandi sogni e grandi speranze.

Caratteristiche che fanno del calcio un vibrante e immenso Carnevale rabelaisiano al quale chiunque può partecipare, ognuno col suo ruolo.

In questo Carnevale, può anche arrivare il momento in cui una della società più antiche e gloriose del calcio italiano, l’Internazionale Football Club, arrivi a compiere 110 anni di storia, una storia fatta di due cicli pluriennali, negli anni 60 e nel quinquennio compreso tra il 2006 e il 2010, e di alcuni più rari successi sparsi nel mezzo.

Un’occasione del genere dovrebbe essere un grande momento di gioia per festeggiare quei due cicli e quei più rari successi, che fanno dell’Inter una delle società italiane più conosciute nel mondo, e magari, specie in un momento in cui i risultati sul campo non sono congrui ai quei due cicli pluriennali e nemmeno a quelli dei più rari successi, utilizzare l’anniversario per formare i nuovi calciatori e futuri pilastri sulla cultura della vittoria e del lavoro, sulla celebrazione degli uomini e delle professionalità che hanno condotto la società a vincere dei trofei.

Invece, assieme a questo, il mondo Inter decide di perpetuare, ormai da 20 lunghi anni un infinito piagnisteo, e non lo risparmia, in primo luogo al mondo Inter stesso, nemmeno in un’occasione che poteva essere totalmente gioiosa, integralmente gioiosa.

Gli psicologi sanno che esistono persone votate istintivamente all’infelicità, ma francamente la comunità interista esagera. Gli infelici cronici si distinguono per l’autosvalutazione, l’incapacità di accettare le proprie responsabilità, il continuo paragone con gli altri, il rimuginare sul passato, il colpevolizzare gli altri, tutti sintomi ossessivamente mostrati da una comunità intera (con qualche eccezione) in maniera ossessiva e veemente dal 1998 in poi.

Tempo fa, in modo ironico, scrissi un pezzo intitolato “La mappa simbolica del tifo Italiano” che si può leggere qui integralmente ma che iniziava proprio dal tentativo di tracciare il quadro dell’identità comune su cui si fonda il tifo interista. Speranzoso di essere smentito dai fatti, almeno in vista del ventesimo anniversario del body check Iuliano – Ronaldo, scrissi queste righe che ripropongo, non per autocitarmi (non sarebbe elegante), ma perché a quanto pare il quadro dopo due anni non è cambiato.

L’Inter: la rimozione e l’autoinganno

Negli ultimi quindici anni, il più grande cambiamento sul piano del posizionamento simbolico e dello sviluppo dell’identità, riguarda senza dubbio il caso clinico dell’Internazionale Football club e dei suoi tifosi. Il grande spartiacque è stata l’inchiesta Calciopoli. Fino a Calciopoli l’Inter e gli interisti si identificavano soprattutto come una nobile società dal passato importante che aveva vissuto un grande ciclo, ai tempi del Mago Herrera e di Angelo Moratti: pieni anni 60’. La speranza condivisa nei tempi successivi? Tornare ai fasti di un tempo, speranza che si rinfervorò con l’avvento alla presidenza del figlio minore di Angelo, ovvero Massimo.

Il tratto principale della vecchia identità era l’essenza nostalgica: una nostalgia gloriosa e speranzosa per il futuro, ma non troppo. Il paragone con la Juventus di Lippi tornata vincente era un residuo archeologico, di cui rimanevano ceneri ancora ardenti pronte a ritrasformarsi in fiamma viva. L’interista dei metà anni novanta era abbastanza autocritico, non accettava di buon grado le spese spesso scriteriate del nuovo patron, si supervalutava soprattutto nel periodo estivo e manteneva una certa lucidità nel giudicare intestine al club le cause dei molti insuccessi. Poi ci furono quelle che Elias Canetti in Massa e potere chiame “le spine”, cioè una lunga serie di delusioni e speranze disilluse, quasi sempre per colpa della Juventus, e lì cominciò il cambiamento di personalità identitaria e di quadro simbolico. Il caso Ronaldo – Iuliano, il gol non concesso a Bierhoff con l’udinese, Luciano Moggi, il 5 maggio: tutti eventi su cui scatenare proiezioni, facili cause esterne utili a rimuovere le proprie le proprie responsabilità per gli svariati insuccessi.

Con Calciopoli, l’evoluzione si è resa definitiva: il nuovo quadro simbolico della squadra nerazzurra e del suo tifo si è di colpo eretta sulle fondamenta processuali, fortificate dalla stampa amica e dal sentimento popolare. L’Inter e gli interisti si sono così appropriati di un quadro identitario rigido, legato al desiderio di incarnare l’essenza pulita dello sport, il rispetto delle regole, un’idea molto vaga e infantile di onestà. Insomma, un inno fasullo al calcio pulito. Tutto troppo bello per essere credibile, anche perché un quadro simbolico così impegnativo e moraleggiante, di per sé idiosincratico al calcio, se vissuto senza ironia ha costretto da subito e costringe ancora a costi vivi non da poco: cioè l’obbligo di operare enormi e complicate rimozioni. Ironia del destino, la prima, grande rimozione riguarda la figura demonizzata di Luciano Moggi: tralasciando il famoso contratto offertogli da Moratti per assoldarlo come direttore generale, è davvero complicato dover fronteggiare l’idea che il grande artefice del primo ciclo vincente nerazzurro, quello della grande Inter, altri non fu che Italo Allodi, ovvero il primo geniale faccendiere dandy del calcio italiano. Offerte di auto e orologi agli arbitri internazionali, tutte ben documentate, metodi di realpolitik straordinariamente efficaci e prepotenti, la paternità nominale di un sistema, il sistema Allodi, che si basava sull’idea di vittoria a tutti i costi come ideologia profonda, al punto che proprio Allodi fu maestro e mentore di Lucky Luciano, al quale, per forza o per favore, Allodi lasciò in eredità un impero fatto di metodi e contatti.

La seconda grave rimozione riguarda il fatto, anche questo raccontato nei minimi particolari da un giocatore della rosa, che fu proprio quella Inter prodigiosa a sperimentare le prime forme rudimentali di doping.

Terza grande rimozione, è l’evidenza beffarda che il secondo ciclo vincente della storia dell’Inter è partito dall’acquisto di Viera e soprattutto di Ibrahimovic, giocatori che fino all’anno precedente erano etichettati come dopati o come esponenti silenti, complici e vigliacchi del calcio malato, mentre probabilmente furono proprio loro a portare a Milano quel sovrappiù di mentalità vincente che sempre era mancato.

Infine, quarta e ultima grande rimozione, la sfilza di prescrizioni (la più clamorosa proprio quella su Calciopoli sottolineata dal procuratore Palazzi), patteggiamenti, passaporti falsi, plusvalenze truccate, artifizi di doping finanziario, tutti elementi in distonia con un’idea seppur infantile e approssimativa di onestà, in grado di partorire ciò che in qualsiasi individuo rappresenta lo squilibrio psichico più temuto e avversato: la dissonanza cognitiva. Come risolverla visto che è impossibile conviverci? Attraverso le rimozioni, appunto, o attraverso uno spostamento verso il feticcio, grazie al quale l’intero piano emotivo nerazzurro si dirige compulsivamente verso il famigerato triplete. Ancor più di frequente però tra gli interisti si verifica l’atteggiamento che gli psicologi sociali chiamano compartimentalizzazione: cioè la tendenza a permettere una coesistenza psichica di condizioni inconciliabili tra loro, senza provare angoscia o senso di colpa, o addirittura non cogliendone la contraddizione. Tale comportamento è indistinguibile dall’ipocrisia.

Insomma: 110 anni di storia e tenere a mente, come cicatrice indelebile, sempre e solo un rigore dubbio come simbolo di dramma collettivo? Davvero è necessario fondare un’identità comune, in modo così infantile, non su una forma dello spirito che si forgia nella totalità dei 110 anni del club con campioni straordinari come Matthaus, Eto’o, Samuel, ma su una linea retta (breve) fondata su un dramma percepito (“ci era impedito di vincere” dice Ronaldo, simbolo totemico di quegli anni perfettamente incarnati dalla totalità delle sue vicende, mentre in quegli anni vincevano serenamente scudetti e coppe Italia Lazio, Roma, Milan, Vicenza, Parma, Fiorentina), e su la retorica di palingenesi di un’unica annata trionfale?

Quando si riuscirà a passare oltre, e a riformulare un’idea meno dogmatica della realtà? Per esempio basterebbe anche capire che nel caso dell’Inter senza il dramma non ci sarebbe stato il trionfo, ma è chiaro che anche l’addizione 2+2 richiederebbe una riformulazione delle credenze comode e acquisite fin troppo traumatica.  

Intendiamoci: quando si parla di tifosi o è sempre giusto rifarsi all’attualità (anche quella del 1998) con tono sospeso sul filo del connubio tra realtà e ironia; ma tutto cambia, e bisogna ritornare seri e rigorosi, quando la narrazione artefatta e deformata, anziché dai tifosi o dai diretti interessati (sempre e comunque parte in causa), arriva sistematicamente e strumentalmente da organi terzi, che dovrebbero essere demandati a creare i confini e i punti cardinali di una narrazione calcistica più ricca, trasversale, giocosa, fondata sui valori dello sport (tra cui ricordiamo c’è la rivalità), e compresa all’interno di una percezione dello sport e del calcio come fattori culturali pregnanti per una società come quella italiana in cui questo gioco, volente o nolente, è una pubblica piazza, un baricentro di investimenti emotivi, e infine un’enorme matrice di sentimenti, passioni e confronti.

Veniamo da giorni in cui, seppure a causa di una tragedia, una parvenza di ridimensionamento della biliosità, dei toni astiosi, degli odi campanilistici fini a sé stessi, dell’insulto e della cultura del sospetto, sembrava realmente possibile. Ed ecco perché stona in modo imperdonabile, proprio per la tempistica incredibilmente inopportuna, l’uscita de La Gazzetta dello Sport di oggi, che riporta ancora ai soliti veleni: si resta basiti e rassegnati nel vedere come il più antico giornale sportivo italiano con 122 anni di storia, non trovi niente di meglio da fare che riportare in prima pagina, ancora una volta, (l’ennesima) come l’ultima delle serve pettegole, una narrazione calcistica il più possibile sporca, unta, riottosa, villana, mediocre possibile, e naturalmente senza arricchirla con un minimo di ironia o distacco sereno.

Ci si appellerà al diritto di cronaca, ragione che al 20esimo anno di Iuliano – Ronaldo e al 12esimo di post-Calciopoli dovrebbe risuonare a chiunque quantomeno ridicola.

Qualcuno deve aver parlato ai giornalisti della Gazzetta, in un corso serale di aggiornamento interno sul marketing, della regoletta sui bacini d’utenza che aiutano le vendite, regola valida forse quindici anni fa (le teorie sui media come diceva Eco sono spesso teorie del giovedì mattina), e da allora sembrerebbe che in redazione si aspetti una nuova lezione, quella in cui si spiega che i lettori non sono così sprovveduti come generalmente si crede.

Probabilmente, accrescere la qualità media del giornale e ambire a un racconto calcistico alto, superpartes, appassionante e aggiornato alle opportunità offerte del contemporaneo, come la rosa faceva quand’ero bambino, porterebbe, quello sì, qualche lettore in più.

Il 26 aprile 2018, quando il ventesimo anniversario di Iuliano – Ronaldo cadrà ufficialmente, attendo la prossima festa ricordo e la prossima inchiesta approfondita, le tragedie di un popolo non vanno dimenticate, nel nome dei nostri figli.

Per quanto mi riguarda, il prossimo scritto sull’Inter, me lo riservo per il 2048, anno in cui club, tifosi e Gazzetta, celebreranno le nozze d’oro con l’infelicità.