Chi va da tre (a zero)…

di Massimiliano Mingioni |

Non passerà probabilmente alla storia come il vantaggio del Napoli al Bernabeu, ma il 3-0 di ieri al Barcellona si propone come bella pagina del curriculum europeo della Juventus…ritorno permettendo. Troppo vicino e suggestivo il 6-1 del Barcellona allo sciaguratissimo Psg, e troppo impressionante il ruolino casalingo in Champions dei catalani (21 gol fatti e uno subìto in 4 gare) per dormire sonni tranquilli. E però, che dice la storia, come si è andati dopo un 3-0 interno? Il primo rilievo statistico – a ulteriore merito dell’impresa di ieri – è che non si tratta di un risultato frequentissimo: in 60 anni di coppe solo sei volte la Juve si è imposta in casa, all’andata di un’eliminatoria, con questo punteggio. E poi che è successo? La prima volta ha compiuto da poco 50 anni: è la Juve del “movimiento” di Heriberto Herrera, che vincerà a fine stagione un insperato scudetto, e nel frattempo in Coppa delle Fiere regola con doppietta di Cinesinho e gol di Menichelli gli scozzesi del Dundee: al ritorno è tranquilla gestione, con una sconfitta di misura che matura a 10 munuti dalla fine. Il cammino in coppa si arresterà al turno successivo con la Dinamo Zagabria, incrociata quest’anno nel girone.

Passano due lustri, e in coppa Uefa la Juve del Trap dopo le due squadre di Manchester affronta lo Shakhtar Donetsk: a Torino basta un tempo, con le firme di Bettega Tardelli e Boninsegna. Al freddoloso ritorno gli allora sovietici strappano l’1-0 che fa statistica, ma non qualificazione: Juve avanti fino alla finale e alla sua prima vittoria europea.

Ed eccoci in Coppa dei Campioni nell’84-85: ai quarti c’è lo Sparta Praga, squadra quadrata ma non irresistibile, che Tardelli, Rossi e Briaschi riducono a miti consigli. Due settimane dopo una gara di pura amministrazione evita ogni patema fino al tardivo rigore realizzato dal pezzo pregiato Berger. Juve in semifinale e non da favorita contro lo scintillante Bordeaux di Jacquet, ricco di talento e qualità. Ma in una sontuosa gara interna Zibì, Briaschi e Michel fanno a fettine i Girondins e ipotecano la finale. Senonché, ecco un possibile assaggio di quel che ci aspetta il 19 al Camp Nou: Tigana e soci la prendono sul serio e caricano a testa bassa; il Trap alla fine resiste all’impulso di rinunciare a Rossi per Pioli (!), ma nondimeno tiene la squadra rannicchiata; gol di Müller, si soffre ma sale in cattedra Bodini, che para quasi tutto. Non, però, una bomba di Battiston da 40 metri a 10 minuti dalla fine. I francesi credono ai supplementari e Tigana conclude una grande percussione con un esterno a colpo sicuro che però Bodini, nella sua più memorabile partita alla Juve, devìa. Finale con fatica, a Bruxelles.

Nuova “doppietta” nella non memorabile annata 93-94: il 3-0 interno tocca prima ai russi del Lokomotiv Mosca (doppio Baggio e Ravanelli) che battiamo anche al ritorno grazie a Marocchi; poi agli spagnoli del Tenerife, piegati da Möller e i recidivi Baggio e Ravanelli. Al ritorno però è tutt’altro che una sgambata: trascinati da un giovane ma già brillante Redondo i canarios vanno in vantaggio e schiacciano una Juve costretta a un certo punto a schierare il terzo portiere Marchioro; nel convulso finale ancora Möller ci mette una pezza ma soccombiamo per il gol di Del Solar. La partecipazione alla Uefa finirà ingloriosamente contro il Cagliari.

Quindi sei qualificazioni su sei, con cinque sconfitte tutte ininfluenti: il viatico è buono.

Già, ma a rimontone  – ci rifiutiamo per principio di adoperare lo spagnolismo – come siamo messi (con la minuscola)? Ne abbiamo qualcuna sul groppone? Ebbene sì: tralasciando ovviamente i risultati “normali”, con un gol di scarto, annoveriamo almeno 4 scoppolone tragiche: la prima e più incresciosa risale al debutto assoluto nelle coppe, anno 1958, l’avversario il Wiener Sportklub che a Torino ne becca 3. L’approccio alla trasferta austriaca è al di sotto della gita aziendale, il tecnico Brocic schiera coi mostri sacri il fragile svedese Palmer, dall’altra parte tali Hamerl e Hof vivono la serata della loro vita, e insomma sta di fatto che ne becchiamo 7, a tutt’oggi la più sonante batosta della storia europea. Nè va meglio due anni dopo, quando al 2-0 domestico col CDNA Sofia segue una risciacquata bulgara, 4-1 e Juve, all’epoca sul serio, “fino al confine”.

Altro mondo nell’88-89, quando guidati da Zoff incappiamo nel Napoli di Maradona in semifinale di coppa Uefa. A Torino è ottima Juve, in vantaggio con un non frequente gol di Bruno e al raddoppio con autorete di Corradini. A Napoli viene perpetrato un furto dei più ignobili, che il solo Tacconi continua a ricordare ai troppi immemori: dopo neanche tre minuti Michelino Laudrup segna un gol limpidissimo fuorché per il solerte guardalinee che segnala un inesistente fuorigioco. Pochi minuti dopo su un lungo rinvio di Renica, fra l’altro con napoletano a terra oltre tutti i nostri, Bruno sfiora Careca che stramazza come colpito da una scarica di pallettoni: rigore inventato e napoletani rimessi in partita, che risolveranno in loro favore a pochi secondi dai rigori con gol dello stesso Renica a spianare la strada per l’unico successo internazionale dei cugini primi del Barça.

Infine, nella deplorevole stagione 2009-2010, fra le varie disgrazie infiliamo un inconcepibile 4-1 col Fulham dopo la vittoria per 3-1 al Delle Alpi e il repentino vantaggio in trasferta con Trezeguet: la squadra imbarca acqua, manca Buffon, le espulsioni di Cannavaro e Zebina fanno il resto, e usciamo con mestizia.

Tutto sommato non peccheremo di superbia nel dire che, rispetto alla squadra di Allegri, sembrano rimonte che non fanno testo. Certo, anche un’altra avversaria: ma i numeri sono con noi.