Come va la vita senza Gigi Buffon

di Giuseppe Gariffo |

121 anni di storia, tre mesi dall’addio (o “au revoir“). Oggi gli auguri su Twitter all’amata che festeggia il compleanno. Gianluigi Buffon e la Juventus si sbirciano da lontano. Gli sguardi che attraversano i 780 chilometri di distanza tra la Mole e la Tour Eiffel, sono densi di un amore pavido. Il sentimento costruito in diciassette anni di strada insieme non sarà scalfito da due anni di “rapporto a distanza”. Tuttavia esiste una paura inconfessata, che nessuna delle due parti potrà esprimere esplicitamente (a se stessi ancor più che al pubblico): che l’amante possa coronare l’obiettivo più bramato proprio nell’anno in cui ci si è separati. E magari proprio contro di te. A onor del vero, Buffon in una recente intervista ha in parte affrontato il tema, ammettendo: “Non voglio che la mia eventuale gioia sia condizionata dalle lacrime dei miei ex compagni e dei miei ex tifosi. Insieme ne abbiamo piante troppe, mi merito una gioia piena. Se proprio devo affrontare la Juventus, meglio prima della Finale”. Ma anche in questa dichiarazione la paura è esorcizzata, perché l’angolazione è quella della vittoria.

In attesa di affrontare e razionalizzare questo fantasma – che, peraltro, potrebbe anche rimanere sempre e solo, sinistramente, sullo sfondo – cosa rimane di questi primi tre mesi senza il portiere più forte, forse, della storia del calcio?

Va distinto l’extracampo dal campo. Se, da un lato, possono suscitare una certa nostalgia la saggezza, l’esperienza, la sincerità senza perbenismi, la responsabilità da uomo-spogliatoio che spesso il buon Gigi sfoggiava davanti ai microfoni (fatta eccezione, forse, dell’infelice notte del Bernabeu e del “bidone al posto del cuore”) e ci faceva sentire anche psicologicamente “in buone mani”, lo stesso non possiamo dire, ad oggi, del rettangolo di gioco. Che poi è l’ambito che permea maggiormente le attenzioni e gli stati d’animo dello juventino.

E’ un’ammissione che costa e che merita una riflessione in più. Se ripenso alla mia carriera da tifoso, Buffon, forse più di Del Piero, segna un’epoca. Avevo da poco compiuto vent’anni quando, dopo due anni senza vittorie, la Juventus  puntò su di lui (e su Nedved, Thuram e Salas) per ricostruire un ciclo vincente. La certezza che la litania della formazione della Juve cominciasse sempre per “Buffon…” ha attraversato la storia della mia vita ed i suoi eventi più segnanti, dalla laurea, al matrimonio, alla nascita dei figli. Una colonna sonora lunga diciassette anni, con immagini felici o tristi, ma sempre fiere, a far da sfondo. Scudetti, coppe Italia, serie B, finali europee perse. Sempre con lui a tenere alta la bandiera. Più di un idolo come Del Piero, dicevo, perché la sua titolarità non è mai stata messa in discussione.

Eppure mi sorprendo oggi a notare che in me, come tifoso, ha preso piede la stessa attitudine a dimenticare che è propria della Juventus, dove tutto passa, tutti passano, e la memoria del passato, pur difesa, non intacca il presente. Perché il presente –  al di là delle doti di Szczesny che non ce lo sta facendo rimpiangere sin qui tra i pali e di Perin che è qualcosa di più di un dodici – è fatto di esultanze per le vittorie, di speranze fondate per i trofei da raggiungere. E’ questo il motivo per cui a queste latitudini non c’è più spazio per lunghe vedovanze, ed è anzi guardato con tenerezza e sarcasmo chi imperversa tra i rimpianti (giustamente o no, non sta a me dirlo, ammesso che ci sia un “giusto” nell’essere tifosi). Si salutano Zidane, Del Piero, Conte, Buffon, Marotta, ognuno con le sue sfumature ma con un minimo comune denominatore: un grazie commosso, e si volta pagina. Perché le prossime da scrivere sono sempre più importanti, in casa bianconera, dell’inchiostro già consumato. Un solo giocatore ricordo accompagnato a lungo da rimpianti e recriminazioni: si chiamava Michel Platini. Ero un bambino e non me la sento di giudicare, ma più passa il tempo più mi convinco che la sua assenza fu rivendicata così a lungo perché la Juventus ci mise nove anni per tornare a vincere qualcosa di veramente importante.

Oggi non è più cosi. Morto un Papa se ne fa un altro, c’è un prossimo traguardo da raggiungere che non consente di guardare troppo indietro. Sono convinto che sarà così anche quando saluteremo Cristiano Ronaldo. E che sarà così anche quando, vivaddio, finiremo di ubriacarci un paio di sere dopo aver finalmente sollevato al cielo la prossima Champions che ci toccherà. E ci sarà un museo per celebrare a dovere lei ed i grandi uomini che hanno vestito la maglia bianconera. Quelli che in un angolo del nostro cuore saranno sempre nostri. Come Gigi Buffon.