Un’educazione calcistica in Italia

Da quando mio figlio ha compiuto cinque anni capisce molto più di calcio, quest’anno stiamo completando anche l’album dei calciatori delle figurine Panini. Certo, talvolta Pietro mi sorprende con qualche domanda che mi emoziona facendomi pensare alla bellezza della lingua italiana, al prodigio di poterla scoprire navigando tra dubbi infantili che comunque devono avere un peso grande, ad esempio:

“Papà, ma Donnarumma è un uomo?”

Sì, è un uomo. Colpa mia che gli ho detto che il portiere del Milan potrebbe diventare un giorno juventino, dopo Buffon. Mi è scappato, era solo un’idea influenzata da certi rumors del calciomercato, dalla frequentazione di un blog in apparenza ben informato.

“Anche se Buffon, caro Pietro, è ancora il migliore.”

Donnarumma però gli piace molto, siamo entrati in un negozio sportivo per comprare dei guanti da bambino (al momento il figlio da adulto vorrebbe fare il portiere, o il pittore) e il commesso ci ha detto:

“E’ incredibile, prima il portiere non lo voleva fare nessuno. Da quando è saltato fuori Donnarumma tutti i bambini vogliono fare il portiere.”

Ho visto Pietro immobile ed estasiato di fronte a questa informazione, per sicurezza gli ho detto che succedeva così anche all’inizio di Buffon, che è ancora il migliore. In ogni caso il figlio quest’anno attacca le figurine al posto giusto, l’anno scorso no. Oltre che storte, mi ritrovavo Sturaro nell’Udinese, Destro nel Cagliari. Quindi adesso sfogliamo le pagine dell’album con maggiore competenza, lui impara gli stemmi delle squadre, mi fa domande a bruciapelo che mi costringono a spiegazioni tecniche, oppure tattiche:

“Papà, ma è più forte Dybala o Marchisio?

Nei giorni successivi devo sempre stare attento a quello che ho risposto, perché, i bambini si ricordano tutto e non è il caso di generare ulteriori incertezze. Così per i trofei vinti, per il nome degli stadi, per le squadre di Serie B, per i colori delle prime e delle seconde maglie:

“Papà, perché Atalanta e Bologna sull’album non hanno la terza maglia?”

Non guardiamo ancora le partite insieme alla televisione, allo stadio non siamo mai andati, per questo quando mi sveglio al mattino presto per andare a lavorare in libreria gli lascio un foglietto con scritto il risultato e i marcatori dell’incontro della sera precedente, la mamma glielo legge, anche se il figlio inizia a riconoscere da solo i numeri e i nomi di chi ha segnato, è merito delle figurine. Se mi dimentico o sono di fretta, in libreria mi nascondo nel reparto di filosofia e registro un breve audiomessaggio su WhatsApp, osservato con biasimo dai volumi di Emil Cioran:

“Allora Pietro: ieri sera Juventus 2, Milan 1. Gol di Benatia, Bacca e Dybala.”

Al culmine della disperazione. Lacrime e santi. Sommario di decomposizione. La tentazione di esistere. L’inconveniente di essere nati. Squartamento. Un apolide metafisico. Esercizi di ammirazione. Davvero non mi viene in mente un autore più geniale di Emil Cioran nella scelta dei titoli da assegnare a un libro. Comunque, nello stimolante e difficile compito di educare calcisticamente un figlio in Italia, a volte sospiro pensando a quando crescerà, a quando dovrò spiegargli altri perché. Perché la signorotta di Mediaset Premium (purtroppo no, non ho Sky, ma riesco almeno a guardare alcuni estratti di Sky Calcio Club il giorno dopo: è strano, parlano quasi sempre solo di calcio); perché la signorotta dalle sembianze cavalline in studio, dicevo, al termine di Juventus-Milan, si è messa a gridare:

“Adesso uno spazio pubblicitario, ma state con noi, per una lunga notte di polemiche!”

Un giorno me lo chiederà mio figlio:

Papà, cosa sono le polemiche?”

E fosse solo la signorotta. Giornalisti e scrittori, registi cinematografici e parlamentari incapaci di elaborare un livello minimo di cultura della sconfitta. Come fare a spiegare tutto questo? Per fortuna, è presto. Ma il temporaneo rinvio non basta a rassicurarmi. Quando il pomeriggio torno a casa dal lavoro, con Pietro riproduciamo con la pallina di spugna i gol della sera precedente: la porta è il divano rosso, il corridoio è molto utile per sparire qualche secondo dalla sua vista e sbucare di nuovo con astuzia in salotto per sferrare un tiro a sorpresa. Oppure andiamo al parco ora che è primavera. Pietro partecipa alla prima partita con quelli più grandi e corre avanti e indietro senza toccare praticamente un pallone, addirittura esulta a un gol subito dalla propria squadra, salvo correggersi immediatamente portando come gli altri le mani nei capelli. Mi allontano con l’altra figlia sistemandola momentaneamente sull’altalena, guardo l’incontro da lontano sperando che non ci siano ruvidi scontri di gioco, improvvise pallonate in pancia o in faccia. La mescolanza dei colori delle maglie non può certo aiutare mio figlio impegnato nella prima sfida calcistica di un certo rilievo della sua esistenza. Avrà capito chi sono i suoi compagni di squadra, a chi deve passarla? Non mi pare. Corre avanti e indietro. Ritorno al campetto dopo dieci minuti con la bambina in braccio e noto che Pietro sta giocando in squadra con un Ronaldo e un Messi. Barcellona e Real Madrid insieme? Sì. Poi con le guance rosse mi viene incontro e dice che la partita è finita. Hanno vinto. Ha fatto due gol. Non può essere vero, probabilmente non ha toccato un pallone, ma perché andare a intaccare il suo mondo fantastico? E’ felice. Non può essere il pomeriggio delle polemiche.

“Papà, ma è più forte Bonucci o Higuain?”

Rientrando a casa dal parco dentro il quasi buio della sera, penso che ci aspettano due mesi affascinanti e complicati, di foglietti al mattino e audiomessaggi segreti dalla libreria. Mi viene in mente quando da bambino andavo al campetto a giocare tutto il pomeriggio con la maglia bianconera di cotone acquistata all’emporio dell’oratorio. Senza numero, senza sponsor. Penso a Emil Cioran che “avrebbe dato tutti i paesaggi della sua vita, per quello della sua infanzia”. Ecco, appunto.

 

Di Francesco Savio*

*Nato a Brescia nel 1974, vive a Milano.
Ha pubblicato i romanzi “Mio padre era bellissimo” (Italic Pequod, 2009) e “Il silenzio della felicità” (Fernandel, 2013). Ha dato forma alla sua passione calcistica nei libri “Anticipi, posticipi” (Italic Pequod 2011) e “Il fuorigioco sta antipatico ai bambini”