L’undici da immaginare, da recitare, da giudicare

Tutto forse nasce dalle radici del calcio stesso, nonché dalle nostre radici umane: gli stereotipi con i quali siamo cresciuti, insieme al loro resistere figlio delle semplificazioni di cui hanno bisogno i giornalisti per comunicare con il grande pubblico. I giornalisti, però, sono umani a loro volta e semplificare, mettere tutto dentro categorie stagne, non voler accettare che davvero serva ragionare diversamente fa parte di un quadro che a oggi non presenta indizi a sufficienza perché possa essere sovvertito. E’ come per gli stili degli allenatori, chi pragmatico chi visionario: alla fine della rilettura resta il solo risultato sportivo. E qui, tra osservatori di cose di calcio, chi ragiona alla vecchia maniera alla fine non sbaglia, come non sbaglia chi si sente all’avanguardia. Non fosse che questo sport proprio sul più bello (di una partita, di un campionato, di una mossa di mercato) tende inesorabilmente a sbatterti indietro, appunto, verso il ragionamento più elementare possibile. Ossia alla radice.

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Di cosa stiamo parlando? Del pensare, immaginare, scrivere, recitare, giudicare una squadra sull’undici tipo. Il rischio è quello di finire per scrivere un mezzo trattato e non aver risolto il problema. Anche perché non il caso di cercare statistiche o rispondenze scientifiche. In fondo, il campo è vita, la vita sono quegli undici e il resto fa parte di una galassia necessaria, come necessaria è la Luna, dove però, neanche a farlo apposta, la vita non c’è.

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Pensare l’undici è da malati? Un po’ si e un po’ no. E’ calciofilia, è nomenclatura, è in qualche modo la biblioteca che già c’è e che si aggiorna dentro ognuno di noi. In questo senso, sempre meglio affidarsi alle lezioni parziali del calcio italiano, perché quello estero ha meno virgole e sfumature: c’è un’enorme differenza di percezione, le emozioni vanno incluse. Il 2017/18 ci ha detto che il Real Madrid vince due delle sue tre Champions League presentando nelle ultime due finali altrettante formazioni identiche. Ci ha però anche detto che la Juventus di Allegri è stato un aggiornamento continuo, fino all’idea che in un ipotetico approdo a Kiev, a pensarci, si potessero sbagliare tranquillamente quattro undicesimi della formazione ufficiale. Ragione o torto, il sunto in chiave bianconera rappresenta un bivio: o Allegri si è evoluto fino a una produzione gestionale del gruppo/squadra di livello superiore, oso dire geniale, oppure è stata un’annata di forte transizione comunque ottimizzata ai suoi massimi. Le risposte, se servono, entro novembre 2018.

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Scrivere l’undici è soltanto un tabellino? Punto uno: scrivere l’undici di una squadra in una determinata partita è compiere un servizio alla storia. Scriverselo prima, a mo’ di appunto o immaginifica architettura (vale anche per gli allenatori quando fanno le loro richieste taccuino alla mano, perché diciamolo: saranno bravi e illuminati, ma sempre dall’undici partono) equivale alla necessità di osservare una possibile opera d’arte. Si guarda il tutt’uno, gli si mette una cornice, gliela si impone. Inevitabile, pochi istanti dopo, che l’occhio cada sulle zone d’ombra, sul grigio, o sulla macchia nera. Ma, come in ogni grande opera d’arte che si rispetti, modificare una pennellata fa parte dell’eterna ricerca della perfezione o del dover ripensare tutto, quasi daccapo. Ecco, Sarri ha insistito molto con il suo Napoli sul contenuto della cornice, ma la perfezione non esiste. Ha insistito a tal punto, inconsapevole lui e chi lo ha criticato che ogni bellezza possiede due facce, da conoscere ogni angolatura del pennello dimenticando però completamente la tavolozza dei colori. Allegri è stato tutto colore, colore su colore fino al magma neutro e indefinito. Arrivo a immaginarlo con il grembiule e i capelli pieni di vernice mentre scopre nel marasma generale che gli è riuscito un primordiale, deforme ma acclamato dipinto degno del suo concittadino Modigliani. Unica domanda lecita: questo incedere è stato frutto del progetto tecnico o del progetto aziendale volto alla quantità nella qualità (filosofia opposta al famoso e per certi versi incompiuto zidanes y pavones dei Galacticos)? La risposta, se serve, entro febbraio 2019.

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Recitare l’undici è retaggio delle nostre infanzie? Zoff, Gentile, Cabrini… Tacconi, Favero, De Agostini… Peruzzi, Torricelli, Pessotto… Van Der Sar, Ferrara, Montero, Iuliano… Buffon, Thuram, Zambrotta… Buffon, Grygera, Molinaro… Storari, Motta, De Ceglie… Buffon, Lichtsteiner, De Ceglie… Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini… dipende a quale generazione apparteniamo, e più vecchi siamo, più ne conosciamo e più nel nostro cervello ne selezioniamo… no? Non è molto diverso per i tifosi delle altre squadre, con un’enorme differenza di pathos per quanto riguarda i più giovani. Aggiornamento in tema: giugno 2025.

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Giudicare una squadra sull’undici è pura astrazione? Diciamo che sparare sentenze, senza tenere portoncini di raziocinio aperti, ci riesce generalmente poco bene. Non ci sono regole di breve termine. Sull’undici secco non si vince né si perde, ma si lavora per arrivarci (ed ecco cosa ritengo farà Allegri 2018/19 come arrivò a fare l’Allegri 2016/17). Alla Juventus le celeberrime finali perse annoverano anche undici tipo, così come nelle sette del Milan c’è agli atti un Filippo Galli con Paolo Maldini in mezzo e Panucci semi-inedito a sinistra (eccola, un’altra finale persa: Montero semi-inedito a sinistra, fambagno). Vale però anche astrarre, così come vale l’esatto contrario, se sei un allenatore: Conte e Allegri opposti anche in questo. Il primo l’undici-partita lo pensava prima, lo preparava a martellate nelle 48 ore precedenti, ottenendo la carogna della grande investitura da parte dei prescelti. Praticamente all’opposto l’Allegri bianconero. Da sempre, e sempre più: non esiste l’undici, la partita la prepariamo tutti insieme, esiste il ventidue o il venticinque e qualcuno sarà contento e qualcuno ci resterà male all’ultimo momento. Insomma, una regola non l’abbiamo trovata. Abbiamo però bisogno di una direzione più chiara, e questa dirigenza lo sa. Lo stesso Allegri perorerà la causa. Male che vada, aprirà le braccia come solo lui sa fare. Recitando la Juventus che sostiene di aver tifato da piccolo: Zoff, Cuccureddu, Gentile – a tre a tre – Furino, Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Benetti; Bettega e Boninsegna. Come una frase che nel maggio 2019 potrebbe far risuonare la sala: “Siamo più ai quei tempi lllà!”.