Un solo giorno con Francesco Totti

di Giacomo Scutiero |

 

Il mio 28 maggio inizia a Fiumicino. Il porto, gli amici, la frittura di pesce, il vino bianco e Marco che perde le chiavi di casa. Una scocciatura, ma si cambia la serratura. E poi alle 18:00 ti aspetta “Er Cappetano”, il pianto vero sarà più tardi.

Ricordo a lui e Danilo cosa feci cinque anni fa: Juve-Atalanta ed Alex. “È diverso”, mi dicono; sarà tristemente bellissimo lo stesso, li assicuro. Gli ricordo le mie lacrime, a dirotto eppure interrotte per un pochettino di insensata vergogna dinanzi a mia mamma e mio papà.
Poco sole, devono/dobbiamo rincasare in tempo per Roma-Genoa. Il prepartita, il saluto alla curva, la panchina, i primi cori…La partita è piuttosto fuori che sul campo. E forse proprio per questo gli undici con la toppa del 10 sulla manica non giocano, annaspano, vanno sotto. Ritornano a galla, ma non basta col Napoli vincente.

 

Intervallo: Totti in movimento, amici in fermento. “Giocherà il pezzo di partita più importante”, aveva detto Spalletti in conferenza. Vociferano il 10° minuto, anticipa di uno. Partita vera, in parità, da vincere per forza; non una passerella, non un match per fargli fare record di tocchi, passaggi ed applausi. I miei compagni non dicono “La risolve lui”, no; lo dico io, ma senza crederci. Lo faccio per loro.
Segna il capitano nel giorno del Capitano. Tutto perfetto. Anzi, no. Si torna a ballare, ma la festa è ancora lontana. E allora serve qualcosa di mai successo: il primo gol su azione di chi ha sempre segnato solo su rigore. Francesco non meritava di cariare l’epilogo e, sincero, son contento che la partita finisca 3-2.

Ci possiamo alzare. Marco e Danilo prendono una boccata d’aria e bevono un po’; faccio una telefonata e gli indico che la pubblicità è finita, rientra lui. Uno dei nostri film preferiti, Il Gladiatore, la soundtrack. Ci siamo. Non sono necessari minuti e cenni particolari, lo stadio si commuove appena Francesco esce; i miei amici fanno lo stesso appena io li abbraccio. Mi ricordo tutto, mi ricordo Alex. È una cosa meravigliosa, come tutte quelle bellissime e bruttissime al contempo. È la nostra infanzia, la nostra adolescenza, la nostra fede.
Sono abbracciato a romanisti come fossi tifoso della loro squadra. Sono incollato alla tv a guardare il loro Capitano, il più grande giocatore della loro storia, l’artista umile, che non nasconde alcuna debolezza e confessa la sua paura. Mi commuovo, due volte: una volta per l’abbraccio con De Rossi, la seconda per il quadro familiare con Ilary e bimbi.
Riesco a contare i minuti a differenza loro; dura tanto, a loro sembra un attimo. Il commiato è uno spettacolo tv toccante: la famiglia, i compagni, il capitano nato nel 2006, il telecronista e la seconda voce piangenti, i cori e gli applausi dell’Olimpico senza stop, il 10 gigante a centrocampo e migliaia di 10 piccini sugli spalti.

 

Sono impressionato da questo fiato di unicità, respiro di insostituibilità. Totti ha alzato pochi trofei, eppure ha vinto: è andato oltre gli obiettivi “imposti”, ha osato essere diverso. Non ha intrapreso la strada grande, ha preso il sentiero. Non rivendica di essere una specie in estinzione: crede di essere differente da chi si crede originale e un attimo dopo è identico all’altro. Non si è conformato. Ha messo in alto la coscienza, ha spostato l’opinione.
Il suo volto è una maschera di amore, gioia, dolore, ignoranza del domani. Grande, grosso e fragile, forse più di tutti i grandi calciatori italiani. Eppure un’opera d’arte, un temperamento mai visto. Un cervello solitario, il trasformatore di difetti in pregi e dei pregi in unicità. Penso che in carriera abbia imparato poco o nulla da sé stesso e tutto da tutti. E ieri ha capito che i momenti sono gli ultimi attimi, perché unici come lui.

A fine serata, Marco mi dice: “Ripenso che ho perso le chiavi di casa, è stato un segnale. Ho perso un pezzo di vita oggi pomeriggio”. Gli semi-cito Bob Marley: le chiavi si duplicano a differenze delle persone; queste sono uniche ed alcune continuano ad esserlo.
Sono stato bene con loro, a tifare Totti. Per la prima volta, per l’ultima volta. Grazie anche da questo juventino a Roma, France’. E no, non ce l’ho fatta, non ce l’abbiamo fatta a seguire il consiglio di Garcia Marquez: “Non piangere perché una cosa finisce, sorridi perché è accaduta”.