Un Principino a Monaco

di Valeria Arena |

Sono sicura che, se provassimo a risalire al significato etimologico del nome Claudio Marchisio, i risultati delle varie ricerche convergerebbero tutti nelle parole «prescelto» o «predestinato». È dalla dipartita bianconera di Del Piero, infatti, che non mi viene in mente un nome – il Dio Buffon è chiaramente fuori categoria – il cui destino sia così visceralmente e romanticamente intrecciato a quello della Juventus.

Quando nell’ormai lontano 1993 il piccolo Claudio, nato sette anni prima proprio sotto la Mole, faceva il suo ingresso nel vivaio juventino, una prima volta che per importanza e pregnanza sportiva somiglia molto a quella di Baby George a Buckingham Palace, nulla poteva far ipotizzare, a parte quei piedini e quegli squisiti inserimenti, che quel giovanissimo, e bellissimo, Lord con spada e mantello bianconero sarebbe poi diventato il Lancillotto del centrocampo juventino. Un rapporto calcistico e sentimentale, arrivato ormai al suo 24esimo anniversario, a cui mancano solo due cose per diventare perfetto: la Maledetta (che non è la punizione di Pirlo ma la tanto inseguita e agognata Champions) e le parole dell’Avvocato, che se fosse ancora vivo ci regalerebbe tante di quelle similitudini e metafore sulle giocate di Marchisio da renderci sazi. Oggi, invece, è lo stesso calciatore a citare Agnelli ogni volta che ne ha occasione.

Un rapporto anche ricco di ostacoli e trappole, profondo e complesso come solo le grandi storie d’amore riescono a essere, perché quando hai 20 anni e arrivi in prima squadra, e quella squadra è la Juventus, è difficile immaginare un esordio in cui la gioia per il traguardo raggiunto affianchi la rabbia dovuta al contesto in cui quell’esordio è maturato. Senza dubbio quando Marchisio sognava il suo arrivo in prima squadra, non immaginava mica (onestamente neanche noi) Calciopoli, la giustizia sommaria, i sotterfugi, la Serie B, Cobolli Gigli, Jean-Claude Blanc, gli anni di agonia e i settimi posti, l’Europa come un miraggio e la Sacra Inquisizione per gli arbitri italiani, così come non immaginava che all’apice della sua carriera e dei suoi successi calcistici si palesasse davanti alle sue gambe l’incubo degli incubi: la rottura del crociato. A pensarci bene, sembrerebbe proprio sfiga.

Non ho ancora bene capito se il disastro nel 2016 ha costituito una grande occasione per Marchisio, probabilmente sì, o se l’incontro con la sua anima gemella, la Vecchia Signora, sia arrivato nel momento più sbagliato e difficile, ma quel che è chiaro, soprattutto se raccontato così, è che quella tra il calciatore e la Juventus sembra davvero la storia d’amore tra due predestinati, due anime nobili destinate a stare insieme per tutta la vita, al di là di ostacoli e salite. La sensazione è che nessuno, sia il calciatore che la stessa Juventus, sia disposto a fare a meno dell’altro.

Quello che è appena trascorso è stato infatti il peggior anno di Marchisio a livello professionale. Una stagione, la scorsa, conclusasi con un gravissimo infortuno, a cui è seguita una stagione, quella ancora in corso, caratterizzata dalla volontà di recuperare la forma perduta e le giocate di un tempo, ma poi cristallizzatasi in un lungo momento di buio che si è anche divorato gran parte delle nostre, e forse anche delle sue, speranze, fino a domenica 23, quando Marchisio, proprio nel momento in cui non ci speravamo più, è tornato a fare Marchisio, con il mano il fulcro del gioco, una traversa pazzesca e un autogol procurato, ricordandoci perché, ogni volta che vediamo maglie bianconere su un campo verde, lo cerchiamo disperatamente.

Non so cosa sia successo, ma sono felice che sia successo. Sarà vero che per riprendersi da un infortunio così grave ci vuole più o meno un anno, e sarà altrettanto vero che il tempo stringe e anche Claudio vuole lasciare una traccia su questa annata potenzialmente leggendaria, ma secondo me la verità è un’altra ed è che Marchisio ha finalmente individuato la sua Excalibur, un luogo da cui ripatire per riprendere da dove aveva lasciato e fare la storia. Un luogo che per un Principino non può essere altro che un Principato. In questo caso, secondo quando deciso dalla Dea Bendata di Nyon, il più vicino a casa, quello di Montecarlo. Se è quello visto a Torino contro il Genoa è davvero il nuovo, o meglio vecchio, Marchisio, la sfida contro il Monaco si prospetta davvero la sua gara, una vampata che onestamente non poteva arrivare nel momento migliore.

Monaco-Torino-Cardiff, l’ultima cavalcata, la più bella e leggendaria, quella che porta in terra anglosassone, patria di cavalieri, principi e re, e a quella corona che Marchisio aspetta e si merita da tempo. God save the little Prince.