Un guerriero di nome Mario

di Juventibus |

Avevo lasciato il croato a quel ripiegamento difensivo nel corso della trasferta in terra orobica del campionato passato dimostrazione pratica di un modulo fin lì inesistente, se non nella testa di un mister di provincia chiamato a confrontarsi per finzione con la sua Longobarda sul palcoscenico più prestigioso. In quel caso un’azione, oggi un partitone. In entrambi i casi un’emozione.

A Torino nessuno è nel pallone, tanto meno il suo vituperato allenatore il quale, quando e se sbaglia, cerca sempre di porre rimedio ai suoi errori col materiale a disposizione. Non è stata una bella Juve fin qui, bisogna riconoscerlo ed esserne consapevoli. Allo stesso tempo non si può e non si deve esagerare. Almeno per non fare il gioco di chi non aspetta altro che uno spiraglio per infilare la propria lama traboccante di livore.
Alla fine, in oltre tre mesi di campionato, si è perso in tre trasferte dopo le partite di coppa. Va bene, contro squadre di medio livello, una inguardabile e non è il Genoa, ma ci può stare. Soprattutto se la tua preparazione è mirata ai momenti cruciali della stagione e se, nonostante i mille problemi, le restanti dodici le hai portate tutte a casa con tre punti. Il resto, come al solito, sono chiacchiere.
La testa è tutto, così come le gambe. Poi c’è lo spirito, la voglia di superare ogni ostacolo, di ricacciare in gola critiche spietate che fanno tanta presa sul popolo che si nutre di frasi fatte.
I moduli vengono dopo, molto dopo. Puoi persino attuare quello più adatto agli uomini a disposizione, ma se in loro si affievolisce l’ardore della fiamma chiamata vittoria, non avrai comunque scampo.

Ardore, ho trovato la chiave ed ora ci arriviamo. Impressionante anche all’occhio di un profano, la prova di Marione nella sfida casalinga contro l’Atalanta dei miracoli si merita una standing ovation innanzitutto per un’intensità di gioco che non può prescindere dall’ardore profuso. Ora, onestamente, con il tuttocampista di ieri sera ogni discussione sul modulo può andare a farsi benedire, perché come si possa ragionevolmente affermare di aver giocato con il 4 3 1 2 piuttosto che con il 3 5 2 non è dato sapere. D’accordo, Pjanic – liberato e imbeccato da Marchisio e supportato da Khedira e Sturaro – è stato spostato nella posizione a lui più congeniale e, finalmente, prende forma un centrocampo più credibile. Di certo con una manovra più razionale e fluida. Ma sono quasi dettagli in presenza di un uomo ovunque capace per lunghi tratti di aumentare di un’unità la presenza di maglie bianconere in ogni reparto.
Chi non l’ha vista potrà pensare in un elogio sperticato per una partita che Ravanelli avrà giocato almeno 50 volte con quella casacca. E allora, forse, non ci siamo capiti. Perché Mario Mandzukic ieri è stato Ravanelli e Vialli insieme e c’è mancato solo il tiro a giro sul palo lontano per completare il tridente.

Sostanza in quantità industriale per settantacinque minuti di un livello abnorme, nei quali il croato non ha disdegnato pillole di qualità sempre e comunque al servizio dei compagni.
Per il resto avrà scippato dieci volte la palla, quando l’ha persa il più delle volte se l’è ripresa con la forza, si è opposto col petto alla botta dalla distanza, poi dopo nemmeno un secondo si è tuffato col nasone a salvare il suo portiere, rimasto intanto disteso sul prato sorpreso e incredulo, con la gamba alzata per qualche secondo quasi a voler dire: ma con lui davanti che mi butto a fare?

E poi è uscito dalla linea difensiva – ehm si, proprio da quella – come un caterpillar per la più fasulla delle punizioni. Lui indicava la giugulare, l’arbitro si è spaventato un po’ ed ha fischiato punizione. Lo assolviamo, dai. Lo ha fatto lui stesso mentre, come John Rambo, nello spogliatoio si cuciva a crudo la ferita alla tibia.

Insomma, una prestazione – paradossalmente – da non studiare nelle scuole calcio per non deprimere troppo l’entusiasmo di giovani atleti impossibilitati ad imitarlo. Divertitevi voi, poi imparate le diagonali. Basta e avanza.

La rete, infine, quasi un’appendice di una serata da incorniciare. Con uno stacco imperioso in sospensione e in arretramento. Alla Michael Jordan, ne ho preso uno a caso. Ma resta un’appendice perché, stavolta proprio no, la sua prestazione non può essere ridotta alla presenza sul tabellino dei marcatori.

di Roberto Savino