Un anno con il Pipita

di Claudio Pellecchia |

higuain

Prologo: Napoli, 28 giugno 2016, esterno, giorno

In questa macchina fa un caldo infernale e il solito ritardo di Michele non migliora certo la situazione. Nell’attesa butto un occhio sui social. Da poche ore Nicolas Higuain ha dichiarato apertamente che il fratello Gonzalo, 36 gol in 35 partite nell’ultima Serie A, non rinnoverà il suo contratto con il Napoli: scarsa ambizione e poca voglia di vincere le accuse mosse a De Laurentiis e compagnia, con un campionato condotto in testa per un buon numero di giornate e che, con una campagna di rafforzamento di gennaio che non si fosse sostanziata nel solo Grassi, avrebbe potuto avere un finale ben diverso dal solito. Nel (prevedibile) delirio generale, c’è un commento che mi colpisce tra i tanti: «Vedete che vi dico, questo finisce alla Juve». Sorrido. Di fronte alla prospettiva di una perdita tecnica importante (perché l’Higuain 2015/2016 era una macchina da guerra come raramente ne avevo viste), l’unica preoccupazione dei tifosi è che il Pipita non finisca in bianconero: che lo prenda l’Arsenal (che avrebbe anche Giroud da inserire come contropartita), il Bayern che dovrebbe cedere Lewandovski al Real, magari il Psg che si è già portato via Lavezzi e Cavani, ma non quelli là. In un impeto di umana pietà, mi verrebbe da tranquillizzare quel signore così preoccupato da una prospettiva impensabile fino a qualche mese prima; e, in effetti, è come se lo facessi visto che, a un Michele appena entrato in macchina e agitato dai medesimi funesti pensieri, ribadisco: «Michè io di due cose sono certo: la Juve non spenderà mai 90 milioni per un giocatore. E, se pure li spendesse, non lo farebbe per uno di quasi 29 anni, per quanto forte. Economicamente sarebbe un bagno di sangue. Quindi stai tranquillo e andiamo a giocare che già abbiamo fatto tardi: con il traffico che c’è sulla tangenziale, al campo può essere che manco ci arriviamo».

 

Napoli, 26 luglio 2016: «L’impensabile è accaduto, l’inconcepibile si è avverato» (Hirohito, 124esimo imperatore del Giappone, all’indomani della resa imposta dalle atomiche americane, nella Seconda Guerra Mondiale)

E invece, tanto tuonò che, alla fine, piovve.

Con la differenza che, stavolta, la tempesta c’era stata prima e ci sarebbe stata dopo. Poco importa che qualcuno l’abbia presa relativamente bene e qualcun altro molto meno: la Juventus ha preso di potenza (e prepotenza, economicamente parlando) il suo nuovo centravanti, condannandosi alla vittoria a tutti i costi e condannando i suoi tifosi di Napoli e dintorni alla stagione più difficile di tutte, con l’intolleranza che non tarderà a raggiungere e superare il livello di guardia. Con il limite tra goliardia e cattivo gusto che si farà sempre più labile con il passare delle settimane e dei mesi.

 

Torino, 27 luglio 2016

Oh, è arrivato davvero

 

Higuain un anno dopo

Avessi il tempo e, soprattutto, la voglia (e con l’avanzare degli anni stanno venendo meno entrambe) mi piacerebbe contare, nell’arco di una singola stagione sportiva, quante volte viene pronunciata la parola “Juventus” all’interno del contesto che ruota attorno al Napoli. Non tanto e non solo tra i tifosi (lì sarebbe anche normale per quanto, a quasi 30 anni, ancora mi sfuggano le basi – calcistiche – su cui si fonda questa rivalità unilaterale visto che, nell’epoca d’oro maradoniana, gli azzurri contendevano scudetti e trofei alle milanesi) quanto, piuttosto, tra i tesserati e gli addetti ai lavori. A naso non si scende al di sotto delle dieci a conferenza stampa di Sarri; altrettanto a naso nel 2016/2017 l’asticella è stata posta notevolmente in alto (basta guardare il grande risalto che sta avendo, sui media locali, la questione relativa al lodo arbitrale – perso da Higuain – su presunti diritti d’immagine non pagati: la società ha addirittura dedicato un tweet alla questione), con la Juve termine di paragone onnipresente (soprattutto in chiave di deminutio dei suoi meriti, in contrapposizione all’esaltazione del collettivo sarriano) e argomento di discussione principale, a prescindere dal topic (fatturato, arbitraggi e via andare) e dalla (de)contestualizzazione dello stesso, spesso fuori tempo massimo. L’intellighenzia locale, poi, non è stata certo da meno, soffiando irresponsabilmente sul fuoco delle giustificazioni extra campo per un odio a tratti feroce (perché, che ci crediate o no, nel calcio globalizzato e iperprofessionistico del 2017 c’è ancora chi riconduce il tutto a Savoia vs Borbone), tendente a quella masaniellitudine perfettamente incarnata dalle esternazioni di de Magistris alla vigilia del doppio impegno campionato-Coppa Italia di inizio aprile al San Paolo, in un bis non richiesto della rivedibile perfomance di qualche mese prima.

Higuain, di fatto, è stato solo il mezzo per canalizzare qualcosa di più grande di lui, qualcosa che non è spiegabile fino in fondo, qualcosa che non ha assolutamente senso per un osservatore esterno e neutrale e che si sostanzia nella stanca retorica del calcio come riscatto sociale, degli juventini campani come i traditori da ghettizzare (e, magari, cacciare dallo stadio), del potere del Nord cattivo e padrone che si porta via il campione del popolo che saltava sotto la curva. Ogni gol del fu “centravanti più forte del mondo” è stata una spallata a tutto questo, all’ancestrale concezione di quello che un calciatore può o non può fare, alla costante e proditoria sottovalutazione delle sue capacità esaltate fino a poco tempo prima, alle iniziative (ben poco) goliardiche inerenti lo stato di salute, al pontificare non richiesto sulla bontà di scelte umane e professionali, a quanto di vecchio e ridicolo fuori dal campo si contrapponevo a quello che di nuovo ed esaltante proponeva la squadra di Sarri dentro lo stesso. Non rivincita, non catarsi, non karma (tutti concetti aleatori e suscettibili della diversità dei punti di vista) quanto, piuttosto, corso naturale degli eventi, dello sport e della vita, che vanno avanti nonostante i deliri social dei tifosi, del loro amore malato e incapace di lasciarsi alle spalle qualcosa che era comunque destinato a finire (e con Bonucci non sta accadendo qualcosa di tanto diverso), dell’improbabile rivisitazione della questione meridionale in salsa pallonara.

A conti fatti, la Juventus con Higuain ha trovato il puntero che massimizzasse gli effetti di una manovra non sempre brillante e che la rendesse competitiva fin quasi (ed è un “quasi” figlio di problematiche collettive e mai individuali) al termine della campagna europea; il Napoli, senza Higuain, ha comunque trovato il modo di attestarsi su standard di rendimento elevati, in piena continuità con quanto fatto nelle ultime stagioni. Con i media (pre)occupati unicamente di sottolineare quanto fossero belli e bravi i suoi e quanto fossero brutti e cattivi gli altri: travalicando, spesso, il limite del ridicolo e sacrificando l’onestà intellettuale sull’altare di qualche click in più.

 

In uno dei miei primi articoli su Rivista Undici riflettevo su come la Juventus avesse finalmente trovato il primo grande centravanti adeguato al cotesto storico e tecnico dai tempi di Trezeguet; in uno degli ultimi, alla vigilia di Cardiff, invitato a valutare la stagione del Pipita al netto di una squadra che non sempre lo aveva messo nelle condizioni ideali per esprimersi e del peso specifico di certi gol in certi momenti dell’annata. Analisi che, da agosto 2016 a giugno 2017, non ho ritrovato da nessuna parte (ad eccezione di poche testate che, in un paese normale, costituirebbero il futuro dello story-telling sportivo), magari in luogo di quel rumoroso e assordante giornalismo di parte che, piuttosto che provare ad “educare” le masse, ragiona in termini di seguito e accondiscendenza verso la parte più becera del chiacchiericcio barsportante. Come ha detto Fulvio Paglialunga in un suo illuminante post su Facebook “o si fa i giornalisti o i tifosi sguaiati. Le due cose non possono coesistere”.

 

La prima stagione in bianconero di Higuain, quindi, è andata ben oltre l’aspetto puramente tecnico: un viaggio in tutto quello che non funziona nella nostra visione del calcio, in cui finisce per essere trascinato anche chi vorrebbe distaccarsene (il mal di testa dopo l’andata di campionato allo Stadium e il senso di sollievo dopo la “quattro giorni” di aprile sono sensazioni che mai credevo di ricondurre a una partita) e che non vale 90 milioni, 32 gol, uno scudetto vinto, una finale di Champions persa e tutto quel che ne consegue. Per questo, alla vigilia di un 2017/2018 che minaccia di non essere tanto diverso dal 2016/2017 da questo punto di vista, tanto vale cambiare approccio e limitarsi a godere delle gesta di uno dei migliori centravanti del mondo considerandole per quello che sono, fuggendo dai significati reconditi e dalla (dis)onestà intellettuale che queste comportano nella valutazione delle stesse. Quella c’è stata prima e ci sarà dopo Higuain, principale valvola di sfogo dell’antijuventinismo dilagante. Almeno fino al prossimo traditore della patria.