L’Ultimo Viaggio di SuperGigi / La SuperCoppa

di 2Q18 |

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L’ultimo viaggio di Gigi Buffon è il diario-racconto, dalla parte del leggendario portiere bianconero, della sua ultima stagione. Giorno dopo giorno, gara dopo gara, sfida dopo sfida. Emozioni, sensazioni, ricordi, speranze, esultanze. E, ancora, sogni. Omaggio di Juventibus.

 

 

“Vai al campo. Senti il profumo dell’erba. Ti lanci e pari i palloni”.

L’ho pensato anche domenica scorsa, prima della riunione tecnica. Ogni volta così, per oltre vent’anni. Che poi, al campo, sono molti di più. Ho sempre pensato che il mio ruolo sia quello più terreno. Per il fatto che quando vai al campo l’erba la senti davvero, la terra la devi urtare sul serio, lanciarti e cadere centinaia di volte al giorno. Sporcarti le mani è il minimo. E’ quell’impatto fisico che ti scuote, ti rende vivo, ti indolenzisce gomiti e muscoli e non ti fa perdere nel torrente di tutte le ultime volte che mi aspettano.

E’ stata un’estate di tumulti e urgenze, tante volte con gli occhi rivolti al cielo. Un formicolio di responsabilità che mi pungolava, tra uno sbadiglio e un bacio. E’ l’ultima estate, Gigi. L’ultima!

Mi sono imposto di smettere di viverla come Atlante con una collezione di ricordi da reggere come macigni. Devo essere più leggero, abbracciare tutto e tutti, godendomi la cosa fino all’ultimo contatto della palla sui guanti, fino all’ultimo tifoso che urla e gesticola sugli spalti, a cui arrivi di rado con l’angolo dello sguardo. Anche l’ultimo sarà così: in alto a destra.

Passavo in rassegna ad occhi chiusi l’addio di Alex, genuino, braccia al cielo e sorriso tra coriandoli di vittoria e quello di Francesco, denso di lacrime che tracimano la vertigine del domani, e solo le copertine dei giornali insieme a Ilaria, a fare la coppia-hot, mi hanno veramente ridestato. Come quei tonfi a destra e a sinistra in partita, come i contropiede secchi quando devi gettarti anche alla cieca in avanti, in un solo fremito, se no è gol. Mi ha fatto sorridere.

Perché sì, sulla finale di Cardiff ci ero tornato. Ho avuto per ore la sensazione di un castello di carte messo su con lentezza inflessibile e disciplinata, travolto da inesorabile turbinio. Mai più. Rassegnati Gigi, rialzati, non pensarci, goditi l’abbraccio di tutto e tutti, “vai al campo, lanciati e para i palloni”.

Così ho fatto, ho badato ad andare al campo e parare palloni, ho abbracciato Messi e Neymar e un ragazzino americano coi nostri colori, ho visto nei loro occhi la stessa palla che rotola. Ho sentito lo scroscio degli applausi di Wembley, così inglese nel suono ordinato di un battimani rituale e rispettoso.

Nessuna novità, partenza, nessuna agitazione mi appartiene. Ne ho viste più di tutti, nulla più tange. E’ come se avessi parato sulla superficie del Sole, osservato nel vivo, con un occhio da moviola eventi così rapidi e veloci, che a stento la mia mente ricorda siano accaduti. Tutti quelli che vedo partire e arrivare sono solo calciatori, come me, ma meno di me hanno la lucida percezione degli eventi del calcio.

Così, per la prima delle ultime volte, ho indossato i guanti a Roma e ho visto colori biancoazzurri indossati contro di me da Riedle, Salas, da Pavel. E’ un bel legame fatto di non so cosa con i loro tifosi. Avevo 21 anni, in un Lazio-Parma, loro vedevano scivolare via uno scudetto che andava al Milan e sentii quell’ingiustizia piombarmi dentro, a fine gara abbracciai la Ballotta, Nesta e gli altri, impietriti e piangenti.

Partiti. Mi piace, mi piace. Sento il fremito, vedo i miei, distanti, e penso che sì, è iniziato l’ultimo viaggio. Tonici, convinti, quasi-gol di Juan. Poi imballati, arrivano le loro prime folate. Lo ammetto: all’improvviso ho pensato alla mancanza della nuca di Leo davanti. Mi lancio: rigore, giallo, gol. Immobile lo ricordo ragazzino al campo, con la Primavera. Sarà davanti a me, in azzurro. Ancora folate, tuffi, stiamo calando, scollati, urlacci e poi inevitabili gli spogliatoi.

Ne salvo altre due, niente di super. Agosto è un mese normale. E’ giusto che andiamo sotto e di brutto. La nostra gente non sarà felice. Toccherà a noi rimediare, adesso o domani. Poi negli ultimi minuti, lì davanti, vedo quella danza. Quel ragazzo a testa alta che canta con i piedi. Quel calcio, gol! E ancora! Riuscire a distillare, in una forma così elegante ed esiziale, così specifica nella sua grazia letale, quel caos che vedo davanti a me sull’erba da tanto (troppo?) tempo. Non è normale perché raramente ho avuto a che fare cone le cose normali.

Sto guardando quel ragazzo con la numero 10, lo vedo piccolo. E’ come se la luce del suo calcio impiegasse così tanto a raggiungermi che attraversa gli anni trascorsi a osservare davanti a me un’altra maglia numero 10. Sono vecchie fotografie in movimento.

Perdiamo. E’ solo la prima. Sarà un anno lunghissimo, ne durerà altri venti. Ho voglia di riscatto, di mettere su carta dopo carta un nuovo castello, in totale equilibrio, l’ultimo.

A volte provo paura… anche qui ci sarà un’ultima volta.