Il mio ultimo articolo per Juventibus

di Claudio Pellecchia |

douglas sturaro

Questo è il mio ultimo articolo per Juventibus. Non una gran perdita per il sito, ne convengo. Così come il vostro probabile “stica” è una reazione ampiamente giustificabile e preventivata.

Eppure il tempismo credo sia quello giusto. Perché scriverlo mentre occhi e cuore sono pieni del lampo di Douglas Costa è la chiusura ideale di un cerchio aperto dal mio primo pezzo, che celebrava il gol di Sturaro al Bayern di Pep. C’è tanto della Juventus – e del mio modo di viverla – nel filo che lega quell’articolo a questo.

Dal 2016 ho avuto l’onore di provare a raccontare quattro Juventus diverse, scudetti, coppe, le consueta finale persa (che mi stava costando molto di più dei consueti sfottò) e i prodromi di quella rivoluzione filosofica e culturale che Sarri sta provando a portare avanti e di cui, presumibilmente, vedremo i reali frutti solo tra qualche anno.

Mi sarebbe piaciuto essere qui quando questa rivoluzione sarà compiuta ma, per motivi personali e professionali con cui non intendo tediarcv, non riuscirò ad esserci. Ma soprattutto – ed è il vero motivo per cui scrivo questo pezzo – ormai raccontare la Juventus agli juventini (e non solo) non mi piace più. O, meglio, non mi piace più il modo in cui si è reso necessario raccontare la Juventus: oggi, domani e chissà per quanto tempo ancora.

La colpa non è certo di Juventibus, «sito che gli juventini possano utilizzare per difendersi dai luoghi comuni del bar sport» diceva Massimo Zampini, parlando del necessario strumento di debunking a disposizione di quei tifosi assediati dalla (de)generazione del calcio strillato, delle fake news, dei social allusivi, delle faide interminabili, degli screen postati ovunque per dire che sì, “la Juve ruba” e dei “basta guardare questo calcio marcio“, per poi tornare di nuovo a seguirlo, a urlare a indignarsi di nuovo, e ripetere qualsiasi cosa senza nemmeno prendersi la briga di verificarla.

In un mondo di “giornalisti” che fanno i giornalisti sul serio e non gli aizzatori di folle per qualche click in più, Juventibus potrebbe dedicare meno spazio a questa “autodifesa” necessaria e dedicarsi ad essere solo un buon posto dove parlare e scrivere di calcio con chi ne sa (ad es. gli amici Pergolizzi, Azzolini, Rovati), senza che gli articoli su tattica, gesti tecnici e storie di calcio debbano essere accompagnati anche da pezzi in cui tocca rispondere e smontare le fesserie quotidianamente veicolate da vecchi e nuovi media, sfruttando la pigrizia intellettuale di un popolo abituato a bere tutto ciò che gli viene propinato, in tutti gli ambiti.

Non riesco ad essere parte di qualcosa che talvolta è costretta ad opporsi a ciò da cui vuole e sa distinguersi. Sarà l’età o il fatto di essere un “nerd segaiolo degli half spaces” o il prodotto sbagliato della “Generazione Barcellona” (come l’amico Campanelli), ma a me piace scrivere di calcio vero, giocato sul campo e non riesco più a pensare di scrivere altro. Non perché non sia giusto farlo, ma perché non sono più in grado di farlo e c’è chi è più adatto di me. La fatica nello scrivere pezzi contro tali degenerazioni mi aveva portato a trascinarmi stancamente, come il Max Allegri post Cardiff. E di trascinarmi, di proseguire come stavo proseguendo, proprio non mi va. Non foss’altro perché le cose o le faccio al meglio delle mie possibilità – il che non significa necessariamente bene – oppure non le faccio.

Scrivo con la tristezza di chi si lascia alle spalle una parte importante della vita – professionale ma anche umana, perché dietro Juventibus c’è un gruppo di persone straordinarie – ma con la serenità di una giusta decisione.

Ai ragazzi e ragazze di Juventibus, a Scutiero, a Scarpa (e alle mille litigate con lui su qualsiasi argomento), a Luca Momblano – tra i giornalisti più preparati ed umili che abbia mai conosciuto – e a tutti gli altri, ai lettori che mi hanno letto, apprezzato e criticato dico solo “grazie”. Anzi “obrigado”, nella lingua dell’eroe della piovosa notte moscovita che ha raccolto un assist di Sturaro lungo tre anni e mezzo.

È il calcio, è la vita, è la Juventus, è Juventibus.