Febbraio 2006: l’ultima vera magia di Del Piero prima di Farsopoli

di Nevio Capella |

Nella storia recente della Juventus ci sono due campionati che per ruolino di marcia e dimostrazione di forza dirompente somigliano molto a quello che sta andando in scena quest’anno.
Il più vicino nel tempo è quello famoso dei 102 punti con cui Antonio Conte, all’ultimo atto del suo triennio, stabilì almeno una dozzina di record tuttora ineguagliati, l’altro richiede un salto indietro nel tempo appena più lungo riportandoci all’incredibile stagione 2005-2006, ossimoro massimo tra la perfezione di un campionato stradominato e il drammatico epilogo estivo nelle aule di tribunale.

Ma la storia collegata a quel campionato che vi racconto è un’altra, ed è una vero e proprio “accadde oggi”: ci proiettiamo infatti a domenica 12 febbraio 2006, precisamente a San Siro dove va in scena la “sfida scudettoInter-Juventus che però a guardare la classifica non ha granché da dire essendo i nerazzurri, secondi, staccati di ben 9 lunghezze da Madama.

A leggere i giornali e sentire la puntuale cagnara televisiva, invece, la partita è anticipata dal classico vespaio di polemiche e chiacchiere, ulteriormente alimentate da un presunto dossier sugli errori arbitrali a favore dei milanesi di cui Moggi dichiara di essere in possesso anche se, come tradizione impone, questi dettagli alla squadra di Don Fabio Capello non interessano minimamente: la rosa bianconera quell’anno è completa e zeppa di campionissimi come poche altre volte accaduto in passato, ed è anche per questo che la Juve ha potuto fare rapidamente il vuoto dietro di se.

Stadio bollente, avversari al solito caricati a pallettoni e fischio d’inizio del signor Paparesta che dà inizio ad un match molto equilibrato il cui primo tempo, pur chiudendosi in parità a reti inviolate, alterna occasioni da un lato e dall’altro che non si tramutano in gol solo per la bravura di fenomeni della difesa come Thuram e Cordoba che sventano almeno un paio di occasioni a testa dei due temibili reparti d’attacco, Trezeguet e un giovane ma già dominante Ibrahimovic da un lato, e il velocissimo Martins che affianca Adriano dall’altro.
Proprio all’attaccante brasiliano è legato uno dei fotogrammi più indelebili di questa partita, quando sul finire del primo tempo batte frettolosamente e realizza un calcio di punizione senza accorgersi che è di seconda, correndo a festeggiare in un tripudio generale dello stadio da cui restano estranei soltanto due persone, l’arbitro che con il braccio alzato segnala l’errore e Capello che dalla panchina bianconera muove freneticamente l’indice della mano destra come ad indicare che non è gol, accompagnando il tutto con la sua mimica facciale quasi beffarda che lo ha reso famoso.

La ripresa, dopo i primi minuti interlocutori, viene squarciata da una percussione di Camoranesi sulla fascia destra che si conclude con un perfido traversone rasoterra che se Trezeguet non riesce ad uncinare come suo classico colpo di repertorio, ma Ibrahimovic insacca quasi di prima intenzione fulminando i centrali nerazzurri.

E’ una Juve che somiglia tanto a quella attuale non solo per la straordinaria qualità della rosa ma anche per come riesce ad anestetizzare avversari e partita per poi colpire improvvisamente entrambi e vincere nella maggior parte dei casi, ma anche per qualche distrazione estemporanea come quella che da calcio d’angolo consente a Samuel di staccare indisturbato a centro area e riportare la partita in parità dopo soli dieci minuti.

Tutto lascerebbe pensare ad un’equa divisione dei punti quando arriva il momento di Del Piero a cui in quegli anni capita spesso di non partire titolare, e di Pavel Nedved che appare all’improvviso dal nulla andando a prendersi una punizione dal limite che manda preventivamente su tutte le furie Roberto Mancini e l’intera panchina interista, quasi come presagio negativo dell’ineluttabile che sta per abbattersi su di loro, ineluttabile che ha i connotati precisi di una delle tante parabole maligne del capitano juventino.
Palla collocata un paio di metri fuori dalla linea dell’area di rigore e perfettamente centrale rispetto alla stessa, quasi parallela al dischetto del rigore, classico rituale di Del Piero che fissa un paio di volte la porta avversaria in attesa del fischio arbitrale e al momento opportuno disegna una traiettoria delle sue che risulta imparabile per Julio Cesar.

La sua corsa con linguaccia verso la bandierina ricorda molto quella di Higuain che abbiamo visto nella stessa zona di campo lo scorso aprile, e certifica anche se non matematicamente un altro scudetto juventino, preso per il secondo anno consecutivo al Meazza.
I giorni seguenti furono caratterizzati da una pioggia di squalifiche, multe e deferimenti a causa di un dopo partita che definire infuocato sarebbe riduttivo e di cui tutti ricordiamo soprattutto la celebre scena di Stankovic che sbatté letteralmente la porta dello spogliatoio in faccia alle telecamere lasciando fuori quasi tutta la Juve e parte della terna arbitrale.

Nessuno poteva sapere in quel momento che si trattava semplicemente del preludio di quanto si sarebbe abbattuto sulla Juventus e sul calcio italiano in genere di lì a poco, ma noi preferiamo ovviamente tenerci il ricordo di quella sera che certificò in modo inequivocabile la vittoria che ad oggi è ancora una delle belle tra tutte quelle ottenute nello stadio milanese.