Ultima lettera a Mario Mandzukic

di Davide Rovati |

Alzi la mano chi oggi, 11 aprile 2018, sbalordirebbe all’ipotesi di un addio estivo di Mario Mandzukic. Fra problemi fisici, panchine, sostituzioni e partite scialbe la sensazione è che negli ultimi due mesi si sia visto un Mario diverso, forse già con la testa altrove.

Per trovare l’ultima partita giocata per intero bisogna risalire a Juve-Atalanta di Coppa Italia, 28 febbraio. Gli ultimi 90 minuti in campionato sono addirittura quelli di Fiorentina-Juve, 9 febbraio. Un’eternità per un giocatore che viene da una stagione da inamovibile (quasi 4000 minuti).

Da allora, tra le altre cose, ricordiamo la sostituzione nell’andata contro il Tottenham, l’infortunio a Wembley, la panchina contro il Madrid. E l’ultima rete in tutte le competizioni risale addirittura al 3 gennaio.

Chi scrive è uno juventino da salotto, uno di quelli che, secondo la vulgata, non può apprezzare a pieno l’impatto del croato sulle partite. En passant, devo dire che l’ho anche visto giocare allo stadio (tre volte) e mai ne sono rimasto folgorato – ma questa è un’altra storia. Eppure, persino guardandolo dalla televisione, non si può negare che Mandzukic sia un animale diverso dagli altri.

Non è un Dybala, per il quale si usano locuzioni come “periodo di appannamento”, “al di sotto delle sue potenzialità”. Non è uno di quei giocatori per i quali il tifoso ricorre alle vecchie cantilene da bar sport tipo la “panchina che gli farà bene”. Mandzukic è uno che, finché si è sentito al centro del progetto, ha sempre giocato.

Soprattutto è sempre stato un leader emotivo di questa squadra, un uomo in grado di interpretare i momenti delle partite, gestire le energie e salire di tono quando necessario, qualità che gli hanno risparmiato decine di sostituzioni in frangenti in cui il suo contributo effettivo alla causa era ridotto ai minimi termini.

Vederlo così a terra, anche in quei 20 minuti pietosi all’andata contro i blancos, mi fa pensare che in questo momento Mario non si senta più al centro del progetto. Probabilmente ha dato alla Juve tutto ciò che poteva dare, incluso il “sacrificio” tattico per tornare al ruolo che ricopriva 8 anni fa a Wolfsburg, ricevendo tra l’altro tantissimo in cambio – non so in quante altre big d’Europa avrebbe potuto sentirsi ancora titolare alla soglia dei 32 anni, soprattutto dopo la brutta chiusura dell’esperienza all’Atletico.

E allora mi viene da fantasticare che l’unica cosa che la Juve può chiedergli ancora, prima di salutarsi e proseguire ognuno per la sua strada, è una partita senza senso al Bernabeu. Una partita incosciente, con quel tasso di agonismo che in rosa solo lui e Matuidi possono darci.

Il Real Madrid giocherà senza Sergio Ramos, non solo un grande difensore centrale, ma anche uno degli avversari più maliziosi che abbiamo incontrato in questi anni. Mandzukic allora deve avere come missione quella di far pesare tutta la differenza di esperienza e cattiveria con chiunque giochi al posto di Ramos. Contendere tutti i palloni, far sentire l’avversario a disagio, metterla sul piano dell’intimidazione fin dal primo minuto. Forse è una delle cose che ci sono mancate a Cardiff, sicuramente ci è mancata in casa una settimana fa. E poi segnare uno di quei gol sporchi, di testa, di fisico, in scivolata, quelli che Higuain non farà mai.

Questo è ciò che gli possiamo chiedere, questo è ciò da cui non possiamo prescindere per provare a fare una bella figura: un’ultima partita da indiavolato, con un’intensità fuori dal normale. Anche per trascinare i compagni dai piedi buoni e convincerli che bisogna credere fino in fondo a quel dribbling, a quel passaggio filtrante. Convincerli a mettere quella palla tagliata sul secondo palo, anche se gli sembra troppo lunga. Tanto Mario ci arriva.