Udinese-Juve 2-6: ecco spiegato perché siamo complementari al Napoli

di Luca Momblano |

Squadre che avrebbero vinto così in 10 contro 11, sotto la pioggia battente, rimontate per due volte contro una squadra di Gigi Delneri:

 

– Manchester United di Sir Alex Ferguson con i Calipso Boys in avanti.

– Italia di Vittorio Pozzo.

– Leicester di Claudio Ranieri nell’anno magico di Vardy.

– Bayern Monaco sotto qualunque gestione nella partitella del giovedì.

– Juventus di Capello tra ottobre e dicembre.

 

Questa premessa va letta tra le righe. C’è tanto di buono, e c’è qualche punto di riflessione. Perché i 6-2 che sognano e acclamano gli esterofili più intransigenti sono di altra natura. E a questi esterofili non andrebbe fatta vedere la partita di Higuain, bensì il match del Liverpool di Klopp del medesimo giorno.

 

Il primo fuoco d’attenzione va posto sull’enfasi. In realtà servivano i tre punti, il resto del rigonfiamento lo hanno fatto l’orgoglio di alcuni singoli e le dotazioni aereonautiche di cui questa Juventus è in possesso con o senza Mario Mandzukic: configurata così, senza mezzali e senza la verticale Pjanic/Dybala al centro del gioco, la Juventus è una squadra di chili e centimetri, dimensionata per essere dominante nella sua era, per lo meno sul panorama italiano. Fuoco che ci dice in tutto e per tutto perché i bianconeri sono complementari e organicamente superiori al Napoli: è un po’ la storia, salvo piccole e brevi eccezioni, del calcio nostrano. Toccata nel proprio orgoglio, pugnalata a ripetizione (6 gol subiti nelle ultime 3 di campionato, la reiterazione della pericolosa giocata su Jankto, per certi versi addirittura autodistruttiva), la Juve è tornata a vincere. Lo ha fatto infierendo, ballando e rispondendo. Lo ha fatto mostrando tutti i difetti avversari al mondo, tralasciando il pudore sabaudo e mettendo un nuovo cattivone tedesco nei libri di storia (a proposito di libri: certamente Sami adesso sa a cosa dedicare uno dei capitoli di una sua eventuale autobiografia).

 

Il secondo punto va posto sul simbolismo della svolta. E Mandzukic c’entra sempre, quando il calcio è nelle mani e nelle parole di Massimiliano Allegri. Più significativo il gol del croato allo Sporting Lisbona, in una gara dove giocare su passaggi da 30 metri non portava alcun frutto, oppure l’ingenuo cartellino rosso che ha messo Khedira, Rugani e sì, Higuain, di fronte alle proprie responsabilità? Il mister ci vede qualcosa in comune, probabilmente, con quel derby sporco in cui servirono le natiche di Cuadrado. E vien da pensare che le ultime due siano un po’ la sintesi di quella partita che sbloccò la testa dei giocatori come in un domino.

 

E’ però preferibile rimanere sul calcio, in una giornata da pugno chiuso in favore di telecamera dove ogni singolo avrebbe luci e ombre da raccontare della propria prestazione. E il calcio da cui dipende la Vecchia Signora, oggi, è un calcio difficile. Forse il più difficile di tutti. Il calcio della tecnica volante, più aria che erba, più sacrificio e acrobazie che il corto/veloce/occhichiusi comunemente inseguito. Non sarà il più bello, non saremo il City o il Psg, ma lo giochiamo meglio dello United di Mourinho (sarà che non ha più Yorke e Cole?) e, in fondo, è un po’ quel che fece il Real di Zidane nella sua prima incarnazione. Ecco allora che non è davvero il caso di dedicarsi ai singoli. L’anno scorso servirono giusto in un paio di partite allo Stadium e da marzo in avanti in Europa. Per adesso, dedichiamoci ad altro. Tipo a fare il nostro dovere di qui a sabato prossimo, il giorno in cui potremmo cancellare una parte consistente dei problemi della scorsa stagione. Anche questo è upgrade, no?