Tutti, ma proprio tutti, tranne Alex

di Simone Navarra |

Torna Buffon e Barzagli viene aiutato a lasciare il calcio giocato. La Juventus non dimentica i suoi campioni, si potrebbe dire. Se non ci fosse la vicenda di Alessandro Del Piero, però, aggiunge il tifoso rivale, l’osservatore superficiale, quello che non manda giù i casi Totti e De Rossi, oppure per diversi anni Maldini, e secondo lo schema, Altobelli e Beccalossi. Complicato mettere dentro una società il giocatore che ne ha quasi superato il grado di conoscenza, diffusione, riconoscibilità. Del Piero è l’esempio che fa quadrare il cerchio. Perché è difficile per un campione, un super interprete della categoria, trovar spazio nella routine un po’ grigia del dirigente sportivo, di quello che per molti mesi all’anno non può far altro che vedere gli altri giocare. Inoltre quella nostra stella, oggi, ha interessi negli Stati Uniti e un ruolo da commentatore televisivo che pare soddisfarlo.

Del Piero dalla Juventus è andato via dopo aver vinto un campionato e dopo un paio di esultanze che spiegarono quasi tutto quello che stava vivendo. Si può ricordare il suo giro di campo all’ultima partita, con l’Atalanta, in casa e non serve aggiungere altro. I sentimenti sono ancora su quel rettangolo verde, dentro le frasi di circostanza di chi descrisse quei minuti eccezionali. Del Piero riuscì a volare lontano davanti agli occhi più o meno bagnati di tutti. C’erano le partite giocate in serie B e la promessa che si fecero con i campioni del mondo nello stadio di Rimini, al termine di una partita infame e finita in pareggio: da qui ne usciamo solo con le nostre forze. C’erano le millanterie di quel dirigente che voleva venderti e forse ti aveva venduto.

C’erano gli sbagli di quell’allenatore, che l’anno successivo accettò di giocare in Champions League senza il numero 10, senza la fantasia e la dinamica, insomma, e condannando il piccolo Sebastian Giovinco a non diventare mai quello che forse avrebbe potuto. Forse pure per colpa dei fischi dello Stadium e lo scetticismo di chi ha visto Platinì e Sivori indossare quella maglia. In bianconero Del Piero è l’amore che non si sposa, quello che resta per sempre un fidanzamento, una passione sotto l’ombrellone, al riparo dai compiti e dagli impegni, dalla vita invernale e continua. A Del Piero non è stato permesso, sinora, il ritorno a casa, la rivincita del figliol prodigo per cui l’agnello più grasso finisce allo spiedo.

Inutile chiedersi il perché. Si entrerebbe in quei rapporti non detti che ci sono tra i giocatori di una squadra di calcio ed il loro presidente, chi materialmente mette mano al portafogli per quel gruppo di ragazzi spensierati. E’ in questa miscela che si deve interpretare. Senza pregiudizi verso l’una o l’altra parte. Perché a volte chi ha giocato bene a pallone può non essere ritenuto in grado di prendere decisioni da dietro una scrivania, all’esito di trattative estenuanti, fatte da avvocati e condite da notai, con clausole che possono cambiare tutto ogni volta.

Inoltre il nostro presidente Andrea Agnelli è tanto giovane da immaginare ancora un percorso lungo prima di eventuali stravolgimenti nella stanza dei bottoni. Poi bisogna aggiungere che l’ultimo pallone d’oro della Juventus, Pavel Nedved, è saldamente sulla poltrona e questo deve pur insegnare qualcosa a quelli che parlano di Del Piero e lo fanno solo per criticare quella Vecchia Signora a cui il ragazzo di San Vendemiano fece girare la testa


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