I turbamenti dei giovani capiscer

di Giulio Gori |

Quando ero bambino, si marcava a uomo. Capire di pallone era una questione di naso. C’era chi si limitava a osservare la tecnica, la cattiveria, la concentrazione, le qualità fisiche di un giocatore, e chi, l’esperto della casa del popolo o del circolo Acli, quello che aveva giocato ai piani un po’ più alti degli altri, se ne intendeva anche di tattica. E la tattica, quando si marcava a uomo, a parte qualche schema, era più che altro una qualità mentale dei due, tre giocatori chiave della squadra: sapere quando accelerare e quando rallentare, quando attaccare, quando chiudersi a riccio e quando nascondere il pallone. La tattica era nei piedi del libero e del regista, al massimo del terzino se decideva di spingere o no. E il ragionamento a posteriori si basava giusto su una sostituzione corretta o sbagliata. Finita lì.

 

Poi arrivò la zona. Negli anni ’90, poco a poco tutte le squadre si adeguarono al nuovo verbo. E le cose, per chi guardava le partite alle tv, cambiarono. Ricordo, ero ragazzino, che come iniziava la partita cercavo di capire subito il modulo, difesa a quattro o a tre, centrocampo in linea o rombo, fuorigioco alto o difesa bassa. Tre, quattro concetti, mi pareva di capirne come uno scienziato. «A che ti serve saperlo? Cosa ti cambia? Ma guarda la partita!», mi dicevano. Così, capitavano litigate su un gol preso. Di chi è la colpa? «Ma è entrato a sinistra, è colpa del terzino, è la “zona” sua». «Guarda che il terzino ha fatto la diagonale stretta – provavo a rispondere – Quindi doveva coprirlo l’ala. La zona non vuol dire che uno ha una zona di cui occuparsi come fosse un’aiuola… La tua zona dipende dalla zona in cui sono i compagni…». «Ma sta’ zitto… Ma dipende che? Abbiamo preso gol da sinistra, vuol dire che è colpa del terzino sinistro, punto». Era come parlare di pittura preraffaellita a un congresso di ungulati, finivi per sentirti quello strano.

 

Gli anni passano e la cognizione di causa collettiva, giocoforza cresce. Arriva l’internet. Arriva la possibilità di rivedersi le partite. C’è quello che segue l’Arsenal «ah, Wenger!», quello che impara dal meraviglioso gioco di scacchi delle sostituzioni in corsa di Marcello Lippi, ci sono gli zemaniani e gli antizemaniani. I primi veri vagiti del futuro. Quasi sempre finisci per litigare esattamente come molti anni prima, te la prendi con l’altrui superficialità, ma almeno non ti senti più una mosca bianca, almeno parli una lingua che non è più sconosciuta. Personalmente, l’apocalisse, nel senso letterale di rivelazione, mi accade a inizio 2011 scoprendo l’Uccellinodidelpiero: le analisi tattiche di Fabio Barcellona, finalmente uno che ci capisce parecchio più di te, che ti spiega le cose, che sa distinguere tra cause e conseguenze, che scrive dei papiri a volte troppo lunghi (tipo questo) ma da cui, alla fine, sai trarre il nòcciolo della questione. Via via, l’internet prende campo, arrivano i siti che ti offrono anche i numeri sui colpi di tosse, i forum di tattica si moltiplicano. Finalmente!

 

Di analisti bravi, bravissimi ce ne sono molti, su questo come su altri siti. Ma via via ti accorgi che se anche se non sei più solo, sei circondato da tante altre persone che parlano una lingua diversa dalla tua. Numeri sciorinati a caso, frasi fatte copincollate, capiscers che sanno spaccare il capello, che arrivano a cogliere il dettaglio più indecifrabile, ma che sembrano perdere di vista il senso generale del pallone. Nella scala d’astrazione in trent’anni siamo passati dal veleggiare sull’universale, alla lente d’ingrandimento. Col risultato che mi capita spesso di dover dire agli altri: «Ma la guardi la partita?». Il naso non conta più. Sono rimasti in pochi capaci di osservare lo sguardo di un giocatore, di capire la fatica, di distinguere tra quando è un arbitro che sbaglia e quando invece è il difensore che ha mestiere da vendere, di cogliere i significati di un match: quando rallentare, quando accelerare, quando nascondere il pallone e quando andare in pressing… Non c’è spazio per il mutevole, il divenire, tutto è cristallizzato nella fissità di un numero: «Non ti sei accorto che tale ha intercettato nove palloni a tal altro?».

Le perversioni dei nuovi capiscers sono moltissime. A partire dal nuovo esercito di statistici. A forza di non guardare più le partite, guardarle davvero, intendo, ti trovi quello che ti dice che non hai avuto neanche un’occasione perché le confonde con i tiri, e nelle statistiche l’azione in cui l’attaccante che ha sfiorato la palla sulla linea di porta non risulta. O ti trovi quello che ti racconta che tal sconfitta è venuta perché il difensore avversario copriva la profondità e recuperava tutti i palloni. L’ha letto su Whoscored, dice. Ma Whoscored, o qualsiasi altro raccoglitore di stat, non ti racconta che il regista della tua squadra sparacchiava palloni a caso, perché davanti aveva una specie di Hulk grosso e verde che non gli dava tempo di respirare. Perché Whoscored ti dice quante volte uno tocca il pallone, non quel che fa quello che non lo tocchi. E allora se il merito è dell’omone grosso e verde che sa pressare, te ne accorgi solo se guardi attentamente il match. Si chiama confondere le cause con le conseguenze.

 

Poi ci sono gli integralisti. Quelli che ti snocciolano il juego de posicion (senza saperlo neppure definire), ti parlano degli half space, gli manca solo di tatuarsi il nome Pep con un cuore sull’avambraccio. Se con loro fai tanto di parlare di una marcatura, o di dirgli che un attaccante ha saputo mettere in soggezione un difensore, vieni trattato come chi arriva dalle caverne. Come chi parla di un calcio che non c’è più. Così, quando succede che un allenatore vecchia scuola, con una squadra di mezze calze, vinca un campionato di prima fascia, vanno nel pallone. Non sanno più a che santi appellarsi. E dicono che quella vittoria «non è educativa». Come se in un calcio che, giustamente, si evolve e cerca di inventare nuove idee (ripeto, giustamente), fosse intelligente dimenticarsi degli insegnamenti passati. Come se saper evitare gol sui calci d’angolo fosse meno importante che portare il pressing con i tempi giusti. Si chiama essere modaioli, cioè cambiar partito ogni volta che arriva una moda nuova.

 

Poi ci sono i deterministi. Il calcio è tutto misurabile, il caso non esiste, tutto è spiegabile con la posizione media del terzino che non stringe abbastanza e con quel tornante che tiene troppo palla e non sa tirare i calci d’angolo. Il valore delle squadre si conta con dei punteggi indiscutibili come se si fosse sulla Playstation. Il coraggio, il sacrificio, la fortuna, il genio sono quisquilie. Provi a obiettare: «Ma com’è che da 25 anni non c’è mai stata una squadra che abbia vinto due volte di seguito la Champions?». Niente, il Real, o il Barcellona, o il Bayern, di turno, ha vinto la Champions perché così era scritto (ovviamente col senno di poi). Il grande epistemologo Alberto Marradi sostiene che la matematica non sia una scienza in sé, ma un linguaggio a servizio della scienza, ovvero dell’esperienza. Con la matematica, che di per sé è perfetta, cerchi di spiegare una realtà che tu decifri in maniera perfettibile. Ma loro no, prendono il righello (coi numerini sopra, eh) e te lo tirano sulle nocche delle dita. Si chiama non capire una beata…

 

Poi ci sono i rottamatori. Tal giocatore, che corre come un matto, che dribbla, che tira e che segna, non è adatto a giocare accanto a quella mezza punta. Quindi via, vendere e cambiare. Il paradosso è che trent’anni prima eri sul fronte opposto: e a chi diceva che contava solo il talento, provavi a spiegare che quattro giocatori tutti uguali in campo cozzavano tra di sé, e che sarebbe stato il caos. Ora, al contrario, ti trovi ad azzardare che tal giocatore è vero che l’anno scorso percorreva solo tracce esterne, ma magari se proviamo a chiederglielo sa anche tagliare dentro il campo… tentiamo, no? D’altronde è talmente bravo col pallone… «No, impossibile», ti rispondono. Sono più modaioli degli integralisti. Giocatori ieri fenomenali in un contesto oggi diventano pippe in un altro, senza scampo. Non puoi neppure ipotizzare una minima possibilità di adattamento, un po’ di mesi per ambientarsi. Si chiama miopia.

 

Su una cosa, però trent’anni fa e oggi, è esattamente tutto uguale. Su una cosa la stragrande maggioranza degli articoli, dei post, dei commenti è identica alle discussioni da bar di fine anni ’80. Se una squadra ha preso diciassette pali, quarantasette traverse, è rimasta novanta minuti nell’altra metà campo, ma alla fine ha perso con un autogol di rimpallo dopo un colpo di testa dell’arbitro, vedrete che vi diranno che ha fatto schifo e ha perso meritatamente. Una volta ti dicevano che «gli altri sono stati più cinici» e si scolavano un bicchiere di rosso. Oggi ti raccontano che, secondo le stat, la sorella del cugino dello zio del terzino sbaglia la posizione di otto centimetri e questo apre una voragine spaziotemporale in cui si è deterministicamente incuneato il famoso e meritato rimpallo. Quanta nostalgia dei bei tempi, almeno allora si alzava il gomito e tutto finiva in gloria.