True story / Real Madrid-Juve ICC 3-1

bernardeschi

3-1 per loro. Rientro thrilling dagli spogliatoi dopo l’intervallo. No, niente paura. E’ solo l’ennesima partita estiva negli States. O meglio, due partite in una. La Juve di Allegri è senza punte, il Real ha Benzema-Bale-Isco dal primo minuto. Eppure, nel quadro generale della sconfitta, serve mettere giù qualche appunto soprattutto sui singoli.

La Juventus è, a colpo d’occhio, in piena continuità con gli assiomi figurati da Allegri dopo l’abbandono (momentaneo?) del 3-5-2. Quindi ciò che si vede da un pezzo e l’ICC 2018 non è ancora il segno della svolta o del nuovo corso. Ovvero squadra corta se bassa (per la maggioranza del tempo), diretta in avanti con l’aggravante di non poter contare su un centravanti adatto alla manovra (Favilli ha una buona predisposizione per il gol, è caparbio, ma ama gli ultimi 16 metri o quantomeno lavorare addosso ai centrali avversari).

Quindi 433 che non è, ma 451 tattico e aggressivo solo nel produrre uscite costanti, uno a uno, dei 5 di centrocampo addosso al portatore palla di turno. Bernardeschi ancora titolare, ancora a ballare tra esterno d’attacco (all’uomo) e ricezione (se Pjanic azzeccasse un lancio in profondità… ma di questi tempi si chiude un occhio su tutto), fa quello che deve fare Cancelo con la differenza che l’ex viola è uno dei pochi a sapersi produrre in pressioni produttive contro la costruzione bassa non proprio insistita da parte del Real. Gli spagnoli si affidano per lo più infatti a Kroos e Isco (trequartista puro, secondo la nuova legge di Lopetegui) e finiscono per essere prevedibili.

E’ partita nel caldo torrido, partita architettonicamente vera, e termina 1-1 per l’autorete merengue su iniziativa centrale di Bernardeschi, nell’unica volta che riceve un possesso accentrandosi, e Cancelo che crossa da sinistra dopo aver ricevuto sulla corsa. Il pareggio è un bolide a fil di palo di Bale figlio di una doppia leggerezza di Benatia (rinvio casuale e centrale di testa) e Pjanic (leggero sulla seconda palla e lottatore solo quando la partita prende una brutta piega). Non è un processo, anzi. E’ il racconto di sfumature che una Juve dedicata alla fase difensiva non dovrebbe scrivere.

Il secondo tempo lo si deve considerare indicativo: la Juve va in pratica a due in mezzo, con il giovane Fagioli, che ha belle movenze e sa stare in campo, a supporto di Favilli. Davanti non la si può più tenere, a centrocampo con Marchisio-Pjanic quasi nemmeno perché il Real fa la sua giostra di cambi nell’intervallo e riempie ancora il comparto delle mezzepunte con Vinicius-Asencio, matrice del contropiede che fa 2-1. Tutto nasce da Benatia che prova ad accorciare a centrocampo, guadagna palla, subito persa dai compagni e per De Sciglio è ciao ciao. La sua espressione al momento del gol è tutto un programma. Stanchezza, certo. Ma anche quel rimanere sempre sotto qualcosa; risultato ne è che il primo stop trenta secondi dopo è un buco con palla in fallo laterale (messaggio: lavorare, lavorare, lavorare, ma non solo sulle gambe perché poi si fa tardi).

Nota bene: se la squadra prova a mettere il muso compatta nell’altra metà campo, rischia il doppio. E’ un po’ la nostra costante salvo in situazione di arrembaggio con benzina in corpo (cioé l’antitesi della tournée americana). E’ passato un minuto dall’inizio della ripresa. Sulla terza rete, ancora Asensio, Benatia non ne ha più e si toglie per evitare la sindrome del Bernabeu, ma meno di lui ne ha Szczesny che non va giù svelto sul puntone dello spagnolo. La partita è ancora lunga eppure è già finita qui. Entra Perin, si fa otto volte il segno della croce ma il finale è liscio come l’olio, se non per segnalare che la differenza di condizione atletica tra Bernardeschi (iperattivo fino all’ultimo) e Marchisio (novanta minuti, pochi palloni, molti indietro) nonché il resto della truppa, forse fatta eccezione per Alex Sandro, è abissale.

Morale: torniamo alla Continassa, dove dall’8 agosto deve iniziare il nuovo corso, il nuovo campionato e il nuovo ulteriore modo di essere la Juve dell’ollìn.