Tribuna Est – Cardiff, oh cara

di Juventibus |

stadio cardiff millenium

 

Tutti noi avevamo ancora negli occhi – e nel cuore- la serata prodigiosa al “Tempio” contro i blaugrana. Una serata da far decantare in più giorni, come si fa con un vino speciale. Una serata che aveva –con prepotenza- ricollocato la nostra amata Signora sul podio che più le compete, e che da sempre è stato invece scivoloso, arduo, complicato per i colori bianconeri.

Il tetto del mondo del calcio, il Palazzo Dorato dell’Olimpo del Football.

Col Barca la Juve era stata collettivo e singoli, coro ed acuti. A cominciare dalle manone di Gigi, a protezione del raccolto. La luce di Dybala in campo era persino più forte di quella dei riflettori dello Stadium. Classe abbagliante. E tutt’intorno una squadra che remava dentro qualunque acqua il campo offrisse. La difesa era diga, il centrocampo cerniera, l’attacco fantasia letale. Si incrociavano gli sguardi, in tribuna Est, per capire se finalmente stavamo davvero cacciando i fantasmi dal Palazzo Dorato. Eh sì, la testata di Chiellini sul pallone che si insaccava per la terza volta sembrava dire di sì. Il tre a zero al Barcellona non è stato solo vergare col pennarello indelebile il passaporto-qualificazione. No no. Il tre a zero al Barca è stato un urlo, una liberazione, una dichiarazione di intenti, una prova di crescita.

Al fischio finale l’applauso era arrivato caldo, lungo, denso.  Eravamo rimasti lì, sugli spalti, a goderci la gioia dei ragazzi che sul campo saltellavano e salutavano, come intorpiditi, perché è così che ci sente mentre si cammina in una realtà che ha i colori del sogno.

Una sera in cui si è scritta la Storia, quella di una delle più belle partite di sempre dei giocatori bianconeri in campo europeo.

Poi la trasferta a Barcellona, con Gigi che protegge ancora il raccolto, e i compagni che blindano ogni reparto. Dolcissimo zero a zero, roba rara da quelle parti, e biglietto per le semifinali in tasca.

A Montecarlo i ragazzini del Monaco pagano dazio. Troppo entusiasmo, troppa pressione. E troppa Juve, per loro. Bravi, ma non abbastanza, perché ormai la truppa di Allegri ha nel mirino il Galles. E una nuova finale. Higuain mette il timbro due volte, come sa fare lui, e il Monaco reagisce d’istinto, ma senza un’architettura di gioco vincente. Zero a due, e Cardiff che disegna il suo profilo, là, oltre l’orizzonte del mare.

C’è solo il 9 maggio, tra la Juve e la Finale. Il Palazzo Dorato è aperto. Il ritorno con il Monaco presenta tutte le insidie che in Champions League sanno essere letali. Stavolta loro non hanno nulla da perdere. Questo libererà il gioco da ogni inibizione. E se giocano come sanno possono far male. Allegri lo sa. La squadra lo sa. Noi lo sappiamo.

Servono ancora una volta concentrazione, e attenzione, e temperatura atletica alta.

Torino è avvolta da una luce primaverile, in Via Lagrange sciamano nel pomeriggio come sempre gruppetti di ogni provenienza geografica. Gli stolti che pensando di ferirci ci rimproverano sempre di essere “apolidi”, “senza radici” e simili dabbennaggini, e non sanno quale musica sia ascoltare il toscano mescolarsi al calabrese, l’emiliano al romano, il veneto al siciliano. In poche decine di metri, l’Italia che srotola le sue lingue dentro i drappi bianconeri. E Juventus Club dalla Polonia, da Malta, da…

Una roba fantastica. Altro che apolidi. Cittadini d’Italia. Cittadini del mondo.

In piazza Carignano un disabile sulla carrozzella chiede l’elemosina urlando “Forza Juve!” , ma non appena appaiono i tifosi monegaschi inverte la rotta e urla convinto il suo “Forza Monaco’ “. Sorridiamo, sorridono, e versano l’obolo. Ed è giusto, ed è bello così.

Torino è bellissima di suo, ma vestita a festa, con i colori dei tifosi in centro, è più bella, è come fosse Natale.

E’ ora, si va. Ci avviciniamo allo Stadium come sempre scendendo dal taxi qualche centinaio di metri prima. Ci piace l’avvicinamento lento, con l’impianto che via via prende forma, sullo sfondo. E’ un sipario che si apre lento, oggi bisogna dosare le emozioni, oggi è un’altra di quelle partite con cui si scrive la Storia.

Il sole ora diventa tiepido, e arriva una brezza leggera, a tenerci desti e concentrati, come bisogna essere.

Tante persone da salutare, ci vorrebbe una birra da condividere con ciascuno, ma non c’è tempo, si ”batte” il cinque, ci si abbraccia, ci si bacia, qualche temerario azzarda un “ci si rivede a Cardiff” al quale vengono opposti gesti ineleganti per neutralizzare ogni rischio.

C’è Enrico Zambruno che accoglie e raccoglie con pazienza al microfono gli entusiasmi e i timori dei tifosi, c’è Mediaset Premium che fa cantare “ce ne andiamo a Cardiff” a un gruppo di ragazzi. Li fulminiamo con lo sguardo, santoiddio. Prudenza, concentrazione.

Lo sappiamo. Noi lo sappiamo. Più di tutti, più di ogni altra tifoseria del mondo. Che per noi la Champions è terreno minato, è giardino rigoglioso che può farsi deserto in un istante. E allora entriamo, dai, dentro una nuvola di emozione e prudenza, di entusiasmo accorto.

Se l’alchimia del Tempio è anche nel rapporto tra giocatori e pubblico, beh, allora, restiamo concentrati anche noi, dentro allo stesso filo di corrente prudente.

La fila all’ingresso è lunghissima, la affrontiamo con calma, i filtri e i controlli significano sicurezza per ciascuno di noi. Gli stewart, ragazzi e ragazze , nei vari passaggi prima di arrivare all’interno, perquisiscono tutti con accuratezza e garbo, gechiedendo ogni volta “mi scusi”. Io credo che anche in questi lati nascosti di efficienza gentile risieda la forza dello Stadium.

All’interno lo spettacolo è maestoso. Il tramonto fonde i suoi colori coi nostri. Sembra un segnale, un simbolo. L’arcobaleno che sfuma nella sera, il biancoenero dominante sugli spalti, e quelle migliaia di tricolori che sventolano. AC/DC per dare la carica, dentro a tanta bellezza. Energia, dentro a una poesia.

Poi ancora saluti, e abbracci con gli amici e i vicini di posto, con Giovanni e Adriano, e poi in un attimo arriva l’inno, a scuoterci dai nostri pensieri, e a farci scattare come una molla in piedi, sciarpe in alto e fuori la voce! E allora  “…Juve per sempre sarààà”. Il canto dell’inno dà la misura della temperatura emotiva dello Stadium. Alta. Come il volume delle voci. A cacciar via fantasmi e paure. Siamo qua. Siamo la Juve. Veniteci a prendere.

Arriva l’altro inno, quello benedetto, quello maledetto, quello che ci inumidisce gli occhi. L’inno della Champions, mentre entrano i nostri.

Si parte. Dai. Il Monaco spinge, si butta, ci prova. Era prevedibile, e la Juve tiene e contiene. Poi prende le misure. Bonucci sulla torre di guardia. Mandzu che fa mille mestieri. Gonzalo che vuole replicare l’andata. Barza sempre in anticipo coi tempi giusti. Perdiamo Khedira, entra Principino. Staffetta già vissuta, la cerniera lì in mezzo tiene. Non usciamo palla al piede, rilanciamo lungo cercando Mandzu, con saggezza.  Poi il Monaco cala, Subasic tiene vive le speranze su Dybala , ma poi dopo un altro miracolo capitola davanti a MarioMandzukic: Che se lo merita tutto quel gol. E si infila nell’abbraccio dei tifosi della curva come ci si tuffa in piscina d’estate. Lo sguardo truce, l’animo di un bambino, Marione. Quanto ti vogliamo bene. Ci scambiamo sguardi con le altre file. Nessuno dice “Cardiff”, ma tanto tutti lo pensano. SuperChiellini sventa in angolo una brutta palla davanti a Buffon. Il Monaco ha perso un po’ la rotta, noi creiamo e viaggiamo dentro a belle geometrie di gioco.  Anche se sprechiamo troppo. Subasic esce di pugno per sventare l’ennesimo pericolo, ma quella palla che cade dall’alto innesca un’idea meravigliosa nella testa mai banale del signor Dani Alves, che pure aveva già offerto segnali di luce purissima fin lì. Colpisce al volo da 25 metri con una coordinazione da PlayStation. Quel pallone magico fulmina il portiere, e incenerisce le speranze del Monaco.

Standing ovation di un minuto per cotanta bellezza. Che chiude i giochi. La birra nell’intervallo placa la sete e restaura le corde vocali.

Nel secondo tempo il Monaco ci prova ancora, ma con meno convinzione. Noi restiamo ordinati, e potremmo arrotondare il punteggio. Ma basta un attimo di distrazione e al 24° Mbappé ci punisce. Addio record di imbattibilità. Buffon urla e agita le braccione nell’area piccola, prima di un corner, richiamando tutti ad una maggiore attenzione. Il tempo scivola via, e lo stadio ormai abbandona ogni prudenza, e libera finalmente quel “ce ne andiamo a Cardiff” che scandisce gli ultimi 15 minuti di gioco. Glik intanto innesca una sua personale battaglia, cercando di far saltare la finale a Gonzalo e gli cammina sopra il ginocchio. Dovrà aver pensato che o glielo spaccava, oppure che la reazione di Higuain sarebbe stata da rosso.

L’arbitro non vede, mentre tutti in tribuna chiamano Allegri: “toglilo, toglilo, togliloooo!!!”. Il pensiero-ferita di Pavel prima di Manchester brucia ancora. Non lo toglie, e Glik insiste.

Penserà di diventare così una specie di eroe della tifoseria granata, chissà. Un bruttissimo pensiero . D’altronde lo aveva preannunciato, a suo modo, sui social, postando il fallo horror su Giaccherini come fosse una medaglia. Anche Mandzu non ne può più, e visto che nessuno degli arbitri in campo muove un dito, si avvicina minaccioso a Glik, disintegrandolo con uno sguardo. E solo con quello, per fortuna di Glik. Tre di recupero, il coro è in loop, i tre fischi e il boato finale sono un vento gentile che ci avvolge di una emozione dolce. Come quella dei nostri, che rimbalza fin su in tribuna, come gli occhi di Gigi, che per un attimo da qui ci sembrano umidi. Forse perché percepiamo i nostri. Tutt’intorno è un abbraccio indistinto, dentro a quella parola che rimbalza ovunque, di bocca in bocca, in ogni angolo dello Stadium: Cardiff. Cardiff. Cardiff. Un’altra volta. Un’altra finale. Cardiff, Cardiff, Cardiff.

 

Di Emilio Targia