Tribuna est 16/17: fin dall'inizio fino alla fine

di Juventibus |

Fin dall’inizio. Fino alla fine.
Ci siamo. L’attesa è finita. Si ricomincia. Si riaccende il nostro luna-park preferito.
L’unica giostra del pianeta in bianco e nero.
I volti sul treno da Roma per Torino raccontano storie di fughe dalle famiglie ancora al mare, per raggiungere Torino in piena estate, per il debutto della Signora.
Abbronzature forti, abbigliamento leggero, “Tuttosport” spalancato sulle ginocchia, Ipad e pc portatili sintonizzati sui social.
Le chiacchiere intercettate profumano ancora di echi vacanzieri, di partite di calcio in Sardegna, di previsioni d’autunno declamate in riva al mare, di calciomercato scandagliato durante un trekking sull’Alpe di Siusi.
Non sono tutti maschi in fuga da fidanzate e famiglie. C’è una coppia, di fronte a me, dove lei sembra capirne parecchio, di tattica e organizzazione di gioco. Ed è lì con voce determinata a chiarire al suo lui che Marchisio deve tornare a fare la mezzala. “Assolutamente”.
E’ un treno fantastico.
Arriviamo a Torino che la luce è ancora forte, e il sole denso ci scorta fino al “Tempio”. E’ stata bella, in fondo, questa assenza dallo Stadium di nemmeno 100 giorni. Perché ora il gusto del ritorno è amplificato. Poche cose, da “adulti”, ci fanno emozionare come la nostra squadra di calcio. E la nostra gioia bambina ce la gustiamo fino in fondo. Il nostro tassista ci squadra quando gli chiediamo di portarci allo Stadium, per esser certo della nostra appartenenza calcistica. Si tranquillizza quando scorge la sciarpa bianconera sotto il giubbino.
Ci facciamo lasciare un po’ prima, per gustarci la camminata di avvicinamento fino in fondo. Un po’ come andare in bicicletta nel centro storico, recuperando la giusta velocità delle cose. Scorgo facce impazienti, sorrisi discreti, molte maglie di Higuain già addosso, alcune di Pogba scadute ma non nascoste, sciarpe e magliette bianconere che stemperano i colori ancora estivi dell’abbigliamento di ciascuno. E’ un afflusso festoso ma discreto, curioso e felice.

Finalmente entriamo, con la luce del sole che va sfumando e si fa più leggera.
All’ingresso i controlli sono più severi del solito. Persino i giornali fanno fatica a passare.
“Mi scusi, ma non essendo ignifughi dovrebbe lasciarli qui” chiedono con gentilezza ad un signore che resta un po’ perplesso, ma acconsente. “Va bene, li ho già letti, ok”.
Un vento gentile ci scorta mentre assaporiamo ancora una volta  la magia del prato che si dispiega davanti ai nostri occhi. Erba di casa mia, siamo ancora qui. Bello ritrovarsi.
Bello vedere le tribune che vanno riempiendosi, pian piano, bello salutare i propri vicini di posto e cominciare subito quell’interminabile chiacchiera su speranze-ambizioni-timori che ci accompagnerà fino a maggio. Un countdown molto scenografico scandisce l’ingresso in campo dei bianconeri, per il riscaldamento. Il primo a entrare in campo è LeoBonucci, uno dei simboli “forti”, della squadra di Allegri. Dietro di lui, tutti gli altri. Adesso ci siamo proprio tutti, e la festa può cominciare.
Abbiamo una curiosità febbrile, pur davanti a una formazione ancora prudente, che tiene in panca la stella Higuain ed anche Pianic, planato a Torino da sponda giallorossa.
Arriva l’inno, e ogni volta è la prima volta. Sciarpe in alto e fuori la voce.
Ci siamo, cantiamo, ci guardiamo. Che bellezza.
La formazione viene declamata dentro a un suggestivo gioco di luci. Lo stadio è come un’astronave, si accende e si spegne, sembra muoversi, sembra volare.
Gran bella giostra, la nostra giostra.
Via si parte, si gioca, si ricomincia.

Divoriamo con gli occhi i primi fraseggi, l’organizzazione di gioco è con tutta evidenza ancora un cantiere aperto, ma c’è tanta qualità, e un Lemina che si destreggia senza angoscia. E’ una Juve vitale, quella del primo tempo, piacevole agli occhi, e persino già fluida nel dialogare con la palla. Un po’ imprecisa là davanti, nonostante i rifornimenti dalle fasce di Alex Sandro e Dani Alves. Quest’ultimo sembra giocare per puro piacere, e già regala delizie, fin troppe, forse, tanto da far sbraitare Allegri che sembra richiamarlo ad atteggiamenti più essenziali. Ma è un bel preannuncio di quel che sarà.  Il cross che non ti aspetti arriva da Chiello, che mette in mezzo una palla tesa che Khedira incorna con tempi perfetti. Il primo gol dell’anno è il suo, il nostro è un urlo liberato dopo 100 giorni di silenzio.
Il clima nell’intervallo impone una birra, mentre ci infiliamo nel settore 113 per salutare gli amici di sempre.

Si riparte, e sembra esserci meno vitalità, nonostante Asamoah offra corsa e qualità. Quando la partita sembra scivolare via senza sussulti, ma dentro a un ritmo ormai più blando, arriva il pareggio viola, complice qualche disattenzione.
Va bene, si riparte, mancano 20 minuti e soffrire un po’ potrà persino essere piacevole, se….
Non passa molto, e Higuain, proprio lui, in campo da pochi minuti, si getta su un pallone vagante, dopo una conclusione di Khedira, e con un balzo felino infila la palla in un pertugio impossibile, tra palo e portiere. La seconda esplosione è inevitabilmente più potente della prima, e il nostro urlo si infila nei consueti abbracci con i vicini di posto. “Gonzaloooooo” urla una ragazza fino a quel punto morigerata nei toni.
Già. Gonzalo, Come in un film. Proprio lui. Alla faccia degli sfottò sulla sua dieta.
La Viola non trova il coraggio e la forza per una nuova reazione. Manca troppo poco.
Tre fischi,  braccia al cielo, applausi. La prima è andata, e ricantare l’inno è gioia aggiunta e gioia.  La “festa del ritorno” non poteva finire altrimenti.
I colori e le voci di questa serata ci restano dentro. Un bel viatico per quel che verrà.
Sarà un anno denso e affascinante, ed è con questa consapevolezza che ci allontaniamo dal Tempio.
Con quel mezzo sorriso che caratterizza il dispiacere per una serata finita troppo presto e la gioia per le altre che verranno. Ne vediamo la luce, laggiù, in lontananza.

Di Emilio Targia