Tredici maggio

di Juventibus |

Del Piero riconoscenza

Cinque anni fa, oggi, Alessandro Del Piero giocava a Torino la sua ultima partita con la Juventus dopo diciannove anni di militanza, molti scudetti, diverse coppe e quasi trecento gol. Lo faceva però – almeno secondo i media e il sentire comune – senza gli onori che avrebbe meritato. E, soprattutto, non per sua scelta.

Eppure, per quanto mi sforzi, non mi viene in mente niente di più bello, simmetrico, doloroso e giusto dell’addio alla Juve di Alessandro Del Piero, il 13 maggio 2012 allo Juventus Stadium di Torino.

Alcuni dati, per gli smemorati e i revisionisti. Si celebrava, quel giorno, lo scudetto più desiderato e inatteso dell’intera storia bianconera. Il primo dopo l’esilio della serie B, la cosa più vicina a un colpo di stato che la mia generazione abbia vissuto direttamente. Il primo dopo lunghi e gelidi inverni, sconfitte, delusioni, Felipe Melo, Amauri e Marco Motta. Il primo anno allo Juventus Stadium, il primo anno di Antonio Conte, il primo scudetto del nostro dopoguerra. Ce ne era già abbastanza per rendere la giornata emotivamente insostenibile anche per il più distaccato – o sedato – dei presenti.

Si aggiunga che il gol forse più importante della stagione, il gol senza il quale quella giornata non sarebbe mai stata una festa ma solo un malinconico, banale rimpianto, lo aveva segnato proprio Del Piero, all’82′ di uno Juventus-Lazio in una sera di primavera. Una di quelle partite rognose e maledette che sembrano segnate sin dall’inizio, in cui domini, hai occasioni a grappoli e poi, al primo tiro contro, prendi il gol del pareggio. Una partita «stregata», avrebbero detto i cronisti più pigri. Stregata fino al minuto 82.

Siamo uno a uno, il Milan, con quel risultato, tornerebbe in testa alla classifica. C’è una punizione dal limite, è forse l’ultima occasione della partita, ma Marchetti, il portiere della Lazio, quella sera sembra in grado di parare tutto. Sul pallone va Andrea Pirlo. Tutti pensano – anzi, diciamolo: tutti sperano – che a tirare sia lui. E invece, forse per uno schema deciso in allenamento o forse perché è così che i grandi entrano nella storia, prendendosela senza chiedere il permesso, a tirare è Del Piero.

All’improvviso, senza retorica o fiato sospeso. Tira e basta. Sul lato del portiere, una palla bassa. Il lato e l’altezza che nessuno dei 40.000 spettatori esausti e ormai rassegnati al pareggio avrebbe scelto se avesse potuto decidere. E la palla invece entra. La rete si gonfia e con lei ogni arteria e ogni cuore, quasi fino a esplodere. Un’emozione, per chi era lì, che è quasi insostenibile richiamare alla mente per quanto è stata inaspettata intensa e meravigliosa.

 

Il gol per antonomasia, la gioia in purezza. Uno dei momenti più belli del mondo. Poi, per carità, sappiamo tutti che le cose importanti della vita sono altre, ci mancherebbe. Ma se non eravate lì, alle 22.18 di quel Juve-Lazio del 2012, vi assicuro che vi siete persi qualcosa.

E a rendere così memorabile quel momento c’era anche, anzi, soprattutto, il fatto che Del Piero, lo sapevamo tutti, lui per primo, aveva chiuso con la Juve. Società e allenatore avevano deciso e tutti sapevamo che era giusto così. E che quel gol meraviglioso, decisivo, quel gol da impazzire, non avrebbe cambiato niente. È stato, davvero, un momento incredibile.

 

E arriviamo al 13 maggio 2012. Ultima giornata, Juve-Atalanta. Lo scudetto è assegnato, è il giorno della rinascita. Una di quelle feste a cui nessuno è disposto a mancare. Sappiamo che è l’ultima volta di Del Piero, ma in qualche modo non vogliamo pensarci. È il giorno della festa più attesa e agognata, non dell’addio. È la festa di tutti, non di uno solo. Poi, però, Antonio Conte ordina la sostituzione, Del Piero esce. L’applauso, l’inchino, gli abbracci, l’ultimo coro. Un lungo momento in cui si ferma tutto, e ci mancherebbe altro, è l’ultima partita di uno dei più grandi bianconeri di sempre. E infine Del Piero si siede in panchina.

 

C’è un attimo di silenzioso smarrimento, come se realizzassimo tutti insieme, adesso, davvero, ciò che sta per succedere. Ciò che sta per finire. E sappiamo che smettere di applaudire,  urlare il suo nome, cantare c’è solo un capitano significa accettare questa fine. Non è facile. E in più c’è la sensazione nitida, palpabile, che niente – nessuna festa, nessuno striscione, nessuna maglia ritirata, niente di niente – possa essere all’altezza di ciò a cui si sta per dire addio. E allora, senza preavvisi, cerimoniali, coreografie, tutti insieme nello stesso momento decidiamo di continuare a cantare. E’ un’onda che parte piano ma si capisce da subito che andrà lontano.

 

Del Piero si alza, ringrazia, sorride, attende il naturale spegnersi delle voci. Ma il coro non si spegne. Continua più forte. Lui si siede, si alza di nuovo, non sa cosa fare. Il coro cresce e piano piano si trasforma. Non è una questione di volume. È qualcos’altro. Difficile qui, adesso, descriverlo per come lo abbiamo vissuto tutti, lì, allora. Ma qualcosa succede, è chiaro. Come quando si raggiunge una certa temperatura e la natura delle cose cambia, si trasforma. Lo capiamo tutti allo stesso modo nello stesso momento. Del Piero si commuove. Il pudore gli impedisce di piangere, torna a sedersi. Ma l’onda continua, cresce. I compagni gli dicono che deve fare qualcosa, non può restare lì e basta. Lui allora si alza. Quasi con timidezza. Inizia un lento meraviglioso giro di campo. In tutto lo stadio non c’è un singolo individuo con gli occhi asciutti. E’ un giro di campo che dura diciannove anni. Il primo gol; l’ultimo; la magia contro la Fiorentina; quella di Dortmund; la rovesciata per Trezeguet; la Coppa dei Campioni; l’Intercontinentale; il 5 maggio. Le sconfitte che bruciano, le finali vinte, le finali perse; l’ingiustizia; la serie B; gli infortuni. Il gol di Bari, il più bello di tutti, pochi giorni dopo la morte di suo padre. Quell’urlo, la rabbia, il dolore. L’amore. Diciannove anni della nostra vita.

 

E infine, mi perdonerete se a questo ricordo, che ci ha unito tutti, ne aggiungo uno che vale solo per me.

Il più grande desiderio della mia vita da molti anni a questa parte, è stato quello di portare mio figlio allo stadio. Lo desideravo da molto prima di avere un figlio, da molto prima di pensare di averne uno. Volevo fare da padre la cosa che più avevo amato quando ero un figlio. Il calcio per me ha a che fare con questo. Con i padri e con i figli. Con le cose che vengono da lontano e andranno ancora più lontano, perché non si fermano mai.

Sarà forse per questo, o per l’eccessivo significato che do a questo gioco, che, almeno per me, non c’è mai stato nella storia del calcio un momento più bello simmetrico doloroso e giusto di quella volta che cantavo e piangevo il mio addio ad Alessandro Del Piero, insieme a quarantamila persone e con un bambino di tre anni sulle spalle che entrava per la prima volta, quel giorno, in uno stadio. Mio figlio. Alessandro.

 

Di Massimo Venier