Tre metri sopra il cielo

di Juventibus |

La sfida a scacchi me la son giocata tutta intera per la stoccata dell’Eletto che ha deciso la contesa contro i capitolini e, questo, già mi rode non poco, visto che Sandrino nel ruolo di Torre stavolta ci stava tutto. Ci si mette anche l’insuperabile professionista con il suo richiamo a Lendl e McEnroe, così bruciando le mie carte di un parallelismo con uno sport nel quale non è dato mentire, soprattutto nelle sue fasi cruciali. Che palle.

Ah bhè, potrei allora provarci pescando a caso tra le decine di arresti e tiri in sospensione di Michale Jordan che han deciso le relative battaglie a fil di sirena. Sì, quelli con il corpo sbilenco all’indietro pressato da montagne di ogni colore, le mani che accompagnano lo Spalding ed il ciuf della retina per il delirio dei Tori di Chicago. Chissà perchè capitavano più a lui che ai suoi avversari. Evidentemente questioni di fatturato. Mi sembra un ottimo parallelismo.

Nulla avviene per caso, nemmeno quando la clessidra sta esalando nella sua sommità gli ultimi granelli di polvere sabbiosa. Anzi.

Sono quelli i momenti in cui ogni minuto ne vale suppergiù dieci, per un lento countdown traslato per intero da un film americano, con Bruce Willis alla disperata ricerca del filo rosso da troncare per evitare l’esplosione di un’atomica nel pieno centro di Manhattan.

Perché tu quel gol, a questo Napoli, al minuto numero tredici o ventiquattro non lo fai né ora né mai. Hai bisogno che la fatica psico-fisica di un confronto che dura da mesi, presenti il suo salato conto di ostriche e champagne, addebitandolo per intero a colui che, mentre chi ha banchettato con lui se la svigna, ha alzato il braccio al cameriere, come lo sprovveduto a un’asta di Christie’s per salutare l’amico mentre si batte un van Gogh.

Sì, continuate a pensare che sia stato solo un episodio. Anche “noi” l’abbiamo fatto con Blanchard e, finché non si è capito che tutto sia stato tranne che quello, il burrone sotto i nostri piedi si è solo ingigantito.

Ho poche battute per chiarire il mio concetto e che l’attimo giusto è giunto più come una sentenza fatta di molteplici indizi gravi, precisi e concordanti, che come un casuale e beffardo gioco del destino e dovrò, per questo, gioco forza limitarmi all’essenziale, lasciando all’occhio critico del lettore il compito di completare il puzzle.

Il minuto è l’86°, i secondi sono 55 e Mertens avvia la sciagurata sequela di errori che non possono non essere, tutti o quasi, già depositati nella testa di chi indossa la maglia rossa. Mertens dicevamo. Ragazzo caro, mancano tre minuti, stai ottenendo il risultato per cui avete tanto sudato e tic e toc, ti infili all’arma bianca tra le truppe di Alessandro Magno con uno scola pasta in testa, schiacciandoti sull’esausto Hamsik – che, poverino, infatti non si sposta – e mettendo una palletta arretrata facile preda delle lunghe leve di un giocatore che, non sarà Kondogbia, ma il suo lo sa fare. Soldato Mertens, dietro la lavagna!

Già che ci sei, fatti accompagnare da chi hai tagliato fuori dall’azione, insomma dal ceko, l’argentino e Callejon, tanto, la loro partita, finisce qui perché, sfiancati dall’ultimo ripiegamento, avranno solo la forza di assistere inermi agli accadimenti mentre cercano di riprender posizione. Ah no, allo spagnolo gli facciamo fare altri 70 metri di campo giusto per mandare in confusione il suo compagno tra qualche secondo.

Dicevamo del sosia di Kondogbia. Lui fa il suo lavoro, la smista sull’esterno e si imbuca nello spazio per allungare gli avversari. Perfetto.

Cuadrado prende campo ma è ancora nella metà difensiva, poi tergiversa un attimo. Su di lui stringe Jorginho e, nonostante quest’ultimo fosse in punizione, rinviene Mertens. L’ossigeno è finito, hanno un’apparizione, ma sfortuna vuole che incontrino il viso di Jacques Mayol nel momento in cui in apnea stacca il cartoncino dei meno 85 metri all’Isola d’Elba nel 1973. Questi gli fa il dito medio e, ormai “impiccato” conserva per se stesso l’aria per tornare in superficie. I due, sincronizzati dalle loro gambe pesanti, affossano l’ala con un millesimo di secondo di ritardo. Errore, sarà fatale anche questo, altro che episodio. Marchisio qualche minuto prima non ci ha pensato un battito di ciglia a fermare l’improvviso taglio centrale degli avversari.

Il colombiano, benché avvezzo a tentare in quella zolla di campo accelerazioni garibaldine, ha anche lui una visione: i baffi di Mansell uscire dall’abitacolo della sua Lotus senza carburante durante l’ultimo giro del Gran Premio di Dallas dell’84 e così, saggiamente, gioca l’ultima sua caloria per uno scarico sulla mente del gruppo. Perfetto.

Lo zio Sam ha la testa alta come solo un gran giocatore può permettersi quando il cronometro segna 87 primi e nove secondi, tre tocchi in avanti, coppa del mondo sotto il braccio e sventagliata trasversale che manda in confusione un orologio fin qui puntualissimo. Perfetto.

Dicevamo di Mertens. Lui è in ripiegamento affannoso, dà le spalle alla palla e, stanco come Can-can nel rettilineo di “Febbre da Cavallo”, arriva spompato e con la lingua a pensoloni a spaventare il suo compagno che, infatti, esita ad intervenire. Un disastro.

Lui di metri ne ha fatti pochi, è fresco come una rosa ed ha una molla sotto gli scarpini. Alex Sandro chiama l’ascensore, sale sull’attico ad innaffiare le piante e con semplicità appoggia dietro all’accorrente Evra. Perfetto, altro che episodio.

E se dieci secondi prima i due, quest’oggi titolari della medesima fascia, erano schiacciati negli ultimi venti metri insieme ai compagni ed ora sono all’unisono dalla parte opposta di campo senza sbilanciare la squadra, le conclusioni traetele voi. Questi vogliono la rete più di qualsiasi altra cosa ed in questo momento sarà difficile fermarli.

Il francese la addomestica con la coscia – se non ne hai più sbagli anche questo – e, con calma olimpica, anziché cercare il traversone disperato, la porge in orizzontale all’altro nuovo entrato. Nulla di eccezionale stavolta, ma di certo non ha fatto una cazzata.

Siamo nel vivo dell’azione, Zaza è spalle ad una porta ancora lontanuccia e non può far male. Alla sua schiena Koulibaly ha due, dico due alternative. La prima chiudere il sinistro al lucano, visto che il segreto lo conosce anche un cow boy texano che, come unico sport, segue solo il lancio del ferro di cavallo. L’altro, inutile dirlo, è fermarlo in ogni modo, anche con una randellata che valga una doccia anticipata. Al minuto 88 tutto è giustificabile. Lui no, gli concede il mancino. Sciagura, non episodio, sciagura.

Zaza è incontenibile, ringrazia del presente, controlla magnificamente, sfugge via nel corridoio e avanza deciso verso la porta.

Albiol, ma dimmi, ti prego, perché restare lì impalato e non uscire come una furia verso l’attaccante. L’abc del difensore. Non hai nessuno da marcare, almeno Hysaj ha da guardare Alex che punta la porta. Tu no, poi non lamentarti se, nella pallida opposizione, la palla ti accarezza la coscia ed inganna il tuo guardiano. Errore, lo pagherai.

Siamo all’epilogo. La sassata accarezza eccome la coscia del marcatore, sporcando la perfezione dell’azione proprio al fine di regalarla alla storia. E questo con un solo giocatore sopra la linea del pallone anziché tre, perché caso mai sto pallone il pelato lo dovesse sbucciare, almeno non si rischierà una beffa al contrario. Tutto calcolato e, ancora una volta, perfetto.

Però alla fine il portiere mi deve spiegare il motivo, davvero, che lo ha portato a stare almeno sei metri avanti alla linea di porta quando ne bastavano tre, quelli ora del popolo bianconero sopra il cielo.

di Roberto Savino