Trapattoni eterno giovane, noi sempre più vecchi

di Luca Momblano |

Il Trap sbarca sui social e tanti juventini fanno il percorso inverso. E’ un processo per molti istintivo, per me sicuramente. Istintivo cioè ancestrale, infantile, il meglio che mi potesse capitare alle prese con la febbre e alle prese con un contorno calcio un po’ così.

La storia di Giovanni Trapattoni è una, e una soltanto. Da ragazzino del Milan a guida controversa di una serie di nazionali. Ma è una enorme storia umana, fondamentalmente una storia che rende onore alla seconda parte del Novecento. Poi, però, ognuno di noi ha la sua di storia, al solo nome di Trapattoni. Io faccio parte della generazione per cui questo cognome che non sapevi mai dove stavano le doppie, che ognuno pronunciava alla sua maniera, significava Juventus. Da tempo e per molto tempo ancora. Non esisteva un prima di Trapattoni e c’è stato perfino un dopo cancellato solo dagli immediati capolavori della Triade e di un Nuovo Calcio che arrivò a vincere tutto con Torricelli a destra, Porrini a sinistra, un quarantenne e un forsennato a comporre una linea di difesa di trapattoniana memoria (Pizzul dixit).

C’era la domenica del Novantesimo Minuto e uno di questi novanta minuti di solito era Trapattoni ai microfoni; c’era il grandissimo appuntamento di Coppa il mercoledì, in chiaro, evento degli eventi perché si imparavano nomi affascinanti di calciatori che sull’album Panini non esistevano, e che sicuramente erano alieni. Qualcuno forte e “da portare alla Juve” (parola di nonno, steso sul lettone con una coperta sulle ginocchia, e io sulla poltrona sotto la finestra), qualcuno “scarso come la fame” (mio padre si esaltava per i mancini come lui, per i combattenti fino ad Arturo Vidal, con l’eccezione di un eterno debole per Miki Laudrup che inconsciamente lo rendeva molto bonipertiano), qualcun altro “che neanche Stivanello…” (caro zio, tu non juventino, ma esteta se ne è esistito uno nel calcio).

Erano altri tempi eppure era appena ieri che il Trap allenava ancora. Ma i vecchi di oggi siamo noi. Sempre lì a rimuginare su una giocata non riuscita che ti è costata (forse) la partita, sulla formazione iniziale, sulla formazione finale, sul centimetro. Sono convinto che il Trap e tutti quelli come lui senza i quali non esisterebbero i profeti di oggi – Mazzone e Guardiola in questo senso compongono l’asse ereditario paradossalmente perfetto – guardino ancora le partite con un occhio diverso. Poco chic, non meno denso. I centimetri del litigio sono per loro ancora raggi d’azione sui quali muovere i calciatori ed educarli a non smettere mai di porsi domande, di rispettare l’autorevolezza, di rispondere a quelle domande sul campo quando il campo significava già gli sguardi e un assortimento di altre cose nel tunnel d’ingresso.

Il Trap è insomma l’eterno giovane del calcio mondiale, iconicamente opposto a un altro grandissimo – che di bianconero ha avuto poco se non l’intuizione di fidarsi del blocco giusto al momento giusto – quale è stato Enzo Bearzot, il Vécio per antonomasia. Talmente giovane che, ancorato ai principi del Belpaese che si destava alle cinque di mattina e lavorava fino al calar del sole, andrebbe studiato e riutilizzato forse non solo nei libri del calcio. Talmente giovane da poter ancora essere giovane in qualunque forma lo si voglia oggi rappresentare. Fosse anche una canzone di quelle che tanto piacciono alle generazioni senza sveglia alla mattina e la vida che inizia con il calar del sole.

Eppure non lo so, non so se arriverà mai il giorno in cui racconterò di Trapattoni ai miei figli. Perché non so se mi ascolteranno. Però magari tra un po’ di anni internet esisterà ancora e leggeranno questo promemoria di un papà che è stato giovane e piccolo anche lui.