Torniamo ad essere Juve anche in campo, perché fuori non conta

di Gianlorenzo Muraca |

Una settimana caotica tra blitz, polveroni e polemiche si è conclusa con una domenica surreale.
Surreale non perché ci siamo scuciti il tricolore dal petto dopo 3282 giorni, a quello eravamo pronti da settimane e lo si è visto. Pioggia di congratulazioni e complimenti, dai piani più alti a quelli bassi, in piena dissonanza con la moneta ricevuta in questi anni e in perfetto stile Juventus. Nulla di strano, fin qui. Almeno fuori dal campo, riusciamo ancora a distinguerci.

Tutto molto bello, se non fosse che, in questo clima di fratellanza, sportività ed abdicazione, si gioca Udinese-Juventus.
Definirla una delle gare più importanti e decisive del decennio fa probabilmente ridere a crepapelle il nostro passato recente, ma non c’è nulla di più vero. Il momento storico, sportivo (ed economico) in cui si trova la Juve è delicatissimo e ciò che lascia interdetti è che non ce ne si renda conto. L’arbitro fischia e in campo c’è solo una squadra, veste bianconero, ma non è di Torino.

Per ottanta minuti abbondanti, la Juve non ha solo dato l’impressione di non saper cosa fare in campo, in preda all’improvvisazione e alla svagatezza più totale, ma ha anche fatto capire di non saper cosa ci fosse in palio. Ciò che lascia increduli è proprio questo, l’inconsapevolezza. Per stavolta, ci ha pensato San Cristiano e non so quale altra entità superiore, ma restano ancora 4 partite in cui, se non fosse ancora chiaro, ci giochiamo la VITA.

Il futuro della Juve passa da questi 360 minuti, in cui abbiamo l’obbligo di scongiurare un disastro economico-sportivo senza precedenti ed un downgrade le cui conseguenze non voglio neanche immaginarle. Cerchiamo di averne contezza e di tornare ad ESSERE JUVE IN CAMPO, perché fuori, per quanto bello sia, non conta.


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