Dentro il tonfo i soliti difetti: scuotersi e ritrovarsi

di Mauro Bortone |

Il tonfo di Oporto fa rumore e fa male: è uno schiaffo in pieno volto a questa Juve che fatica a capire davvero cosa sia. Eppure, nonostante il fragore dell’impatto, non ha messo la parola fine all’avventura europea dei bianconeri, anche perché c’è un secondo round da giocare il prossimo 9 marzo e le possibilità di passaggio al turno successivo non sono affatto compromesse.

Certo la sconfitta non può non scuotere l’ambiente bianconero, da sempre particolarmente sensibile al richiamo della Champions League con tutte le aspettative che una competizione, che manca in bacheca da così tanto tempo. Ma tra un capitombolo inquietante e un funerale annunciato esiste comunque una differenza, che non è affatto sottile.

Per dirla alla spagnola, per ora, quello di Oporto è un ruzzolone, ma non un “fracaso”. Da questo bisogna ripartire e ripensare la squadra per correggere errori francamente inspiegabili e atteggiamenti ormai stratificati che non trovano alcuna logica in una squadra che, nelle intenzioni, punta a vincere tutto. Il “fracaso” non c’è ma il fallimento può diventare questione di attimi e di dettagli.

Come quelli che hanno determinato nella serata del “Do Dragao” l’uno-due micidiale che gli avversari hanno assestato ad una squadra imballata, la Juve, tutt’altro che vogliosa e combattiva come le migliori notti di Champions vorrebbero.

Il paradosso è che la mollezza, con cui si affrontano i turni ad eliminazione diretta, sia diventata difetto reiterato da quando è arrivato Cristiano Ronaldo a Torino non fa ben sperare: tre ottavi di finale interpretati allo stesso modo non sono un segnale di maturità e rispediscono al mittente il “mantra” che regolarmente qualcuno tira fuori ad ogni tracollo, quello di “aver imparato la lezione”.

Certo, la doppia sfida è concepita per essere superata nell’arco di 180 minuti di gioco, ma una squadra che ha sempre bisogno di imprese per ottenere il minimo consentito è sintomo di un collettivo non in grado di aspirare ai più alti traguardi: forse in assoluto, dunque, c’è da farsi poche illusioni per il cammino europeo, ma contro il Porto è tutto ancora aperto.

Ci sono gli infortuni, d’accordo, e un centrocampo che, anche quando è a pieno organico, non sembra di grandissima caratura europea, ma sperare in una partita diversa, più propositiva contro il Porto dovrebbe essere ordinaria amministrazione, a maggior ragione dopo quanto accaduto nelle due Champions precedenti e dopo il passo falso contro il Napoli di pochi giorni fa: una squadra che, invece, trascorre quasi un tempo per centrare la porta avversaria è la fotografia di una proposta tecnica che nella realtà non rispecchia gli obiettivi di far male con la presenza contemporanea di diversi giocatori offensivi. Da Sarri a Pirlo, in tal senso, l’evoluzione non sembra esserci stata.

Su certi meccanismi, mentali e tattici, si può operare e rimediare, perché il Porto è un avversario alla portata. Starà a Pirlo e al suo staff fare gli aggiustamenti necessari, recuperando alcuni interpreti fondamentali per ridare forza e personalità alla squadra, ma puntando su quel coraggio che pure aveva caratterizzato lo spirito visto nei gironi: perché il funerale annunciato arriva anzitempo e il risultato è ribaltabile. Ma per essere davvero da Champions, al di là di interpreti e deficit strutturali, non serve l’estemporaneità dell’impresa: serve meno supponenza, un carattere diverso e osare un po’ di più.