Tokyo 1985: la vittoria che visse due volte

Obiettivo: conquistare il mondo.

Età: 8 anni.

Dove: A Tokyo.

Quando: L’8 dicembre del 1985.

Dominare il mondo a 8 anni è uno scopo ambizioso. I più furbi a quell’età hanno già imparato a muovere come burattini i genitori, fratelli e sorelle, gli amici meno dotati che tifano Inter, sì l’Inter che aveva appena esonerato Castagner per mettere in panchina l’ex gloria Corso, o il Milan di Liedholm che vagava a centroclassifica sfoggiando la prestigiosa Mitropa Cup, o addirittura la Roma delle débâcle casalinghe contro Liverpool e Lecce, antesignane delle recenti imprese europee.

Routine, imprese facili. Mentre il mondo grande e terribile era ancora una dimensione sconosciuta e immensa, che si poteva raggiungere solo attraverso il proprio eroe, la Juventus.

Per la Juve c’era già stata un’occasione di prendersi il mondo, nel 1973, dopo la rinuncia del grande Ajax. Mio padre mi disse che eravamo andati a Roma a giocarci il trofeo Intercontinentale senza aver vinto la Coppa dei Campioni, e che su certe questioni di etichetta il dio del calcio non transige. Un tempo, prima di Calciopoli, era ancora vero. All’Olimpico, in una serata scialba di fine novembre, fu dominio Juve. Due traverse, un rigore sbagliato da Cuccureddu, tante occasioni al vento e un golazo a pallonetto del grande Bochini, già allora idolo di Maradona. 1-0 per loro, pochi rimpianti.

Per fortuna non ero ancora nato.

Dodici anni dopo non era più Roma ma Tokyo, e di fronte ancora gli argentini.

Di nuovo l’ombra tetra di Maradona. Che rabbia quando mi dicevano che era più forte di Platini, io le roi lo difendevo a spada tratta. Che a Tokyo ci portasse il Napoli urlavo, se ci riesce. Diego era cresciuto proprio nell’Argentinos Junior neo campione della Libertadores, ma s’era congedato senza vincere nulla dopo 116 gol in 166 partite, ed era passato al Barcellona. Aveva lasciato il testimone a un talento cristallino quanto umorale, Claudio Borghi.

L’avversario era tosto: un manipolo di creoli esperti in completo rosso, cattivi dalla cintola in giù; mastini come il gigante Batista campione del mondo 1986, come Jorge Olguìn campione del mondo 1978, il torneo più discusso della storia, come Adriàn Domenech detto el Ruso, il capitano nato e cresciuto a Buenos Aires, l’hombre de la calle. In avanti, milingueros tecnici e subdoli, ballerini di tango che si esalavano negli spazi stretti come Castro, Videla, Commisso ed Ereros. E con la diez proprio Borghi, l’arma segreta.

Europa contro Sud America. Dal 1976 al 1984 solo vittore brasiliane, argentine e uruguagie, perfino una paraguaiana, dell’Olimpia Asunción. Nessuna del calcio più ricco, lussuoso e organizzato.

L’Argentinos Juniors era l’ostacolo principale alla mia conquista del mondo, ma non era l’unico.

C’erano problemi logistici. La partita che tutto il popolo juventino dai 3 ai 100 anni aspettava come una rivelazione, sarebbe andata in onda alle 4 del mattino, in diretta solo in Lombardia. In Puglia, a casa mia, e nel resto di Italia, differita alle 20.30.

Una tragedia.

Vivere la battaglia decisiva con sedici ore e mezza di ritardo? Ridicolo, impensabile. Esistere nella notte del tutto o niente, della stratosfera o del fallimento, e perdersi lo spettacolo?

Altri tempi, altro calcio. Non sapevo cosa fare.

La diretta Rai non c’era nemmeno alla radio. Meglio così, perché a 8 anni nessuna madre avrebbe acconsentito a orari da guerriero della notte, nemmeno se in ballo c’era il dominio del mondo. Dunque, piano B. Ovvero, arrivare alle 20.30 vergine, puro, incantato. Chiudere ogni ponte con il mondo esterno. Fingersi malati e non alzarsi nemmeno. Starsene a dormire fino al fischio d’inizio. Non accendere radio o televisione, né sollevare le serrande. Chiudersi a suoni e sensazioni, pena l’interrogarsi per 12 ore filate sul silenzio in strada o viceversa sui rumori, provando a interpretare ogni colpo di clacson come un carosello di vittoria o un lamento di sconfitta.

Ci provai. Luci spente, tappi nelle orecchie. La notte passò indenne. Poi al mattino, a occhi spalancati, il compito più arduo. Soltanto sedici ore all’ora X.

Tempo di resistenza: dieci minuti lunghi come un anno, in dormiveglia. Poi la zampata paterna, a bruciapelo.

Abbiamo vinto, la Juventus è campione del mondo.

Quanto? 3-0? Tripletta di Platini?

No, ai rigori. Prima 2-2. Platini e Laudrup.

Campioni del mondo allora? È proprio vero?

Sì, Campioni del mondo.

L’alba di una giornata intera di gioia irrefrenabile. Pianti di gioia, ovunque e sempre stampata in volto l’espressione fiera dell’imperatore. L’obiettivo era raggiunto. Avevo il mondo in mano a soli 8 anni. E con me altri 15 milioni di juventini. Per giunta, senza sofferenza alcuna. Come in un sogno, nel più bello dei sogni.

E invece, il tifone inaspettato. Si può soffrire guardando una partita, sapendo che i tuoi eroi hanno già trionfato? Sapendo che nulla è più in palio e che il mondo è già tuo?

Dipende dalla partita, e Juventus – Argentinos Juniors fu fantastica. Al punto di stravolgere la percezione di realtà.

Primo tempo equilibrato. In principio predominio territoriale argentino. Angoli al veleno, scambi stretti tra Commisso in versione caudillo e Borghi che prova a fare il Bochini, e che spesso ci riesce. Poi si distende la Juve. Cabrini macina la fascia e Laudrup spreca al volo svirgolando, Cabrini prova la bomba e la barriera devia in angolo a niente dal gol, Platini ferma il pallone sulla trequarti e parte in slalom, da destra verso il centro. È verticale e mortifero, danza, finta e controfinta, tre uomini in confusione, si libera e calcia in una fessura stretta, il visibilio del pubblico compre perfino il lamento perenne e monocorde del collegamento satellitare, la sirena sorda e indimenticabile, ma il suo diagonale si spegne sul fondo.

Il pallone è ancora di quelli di cuoio, che pesano davvero.

Sono i prodromi di un secondo tempo tra i più belli di sempre. Gli argentini partono all’attacco, poi su una palla spazzata via da cinquanta metri indietro Serena svetta e fa da torre, e Laudrup sembra Boniek: quello che correva, il bello di notte che non commentava né allenava. Fuga in solitario, dribbling di routine con graffio felino e gol d’autore, annullato per un fuorigioco che non c’è.

Pochi minuti, e gli argentini restituiscono il pugno.

Cinquantacinquesimo. Videla, uno dei milingueros, ferma il pallone a centrocampo. È troppo libero, ha il tempo di piroettare, e con istinto panottico vede una crepa centrale libera tra Brio e Scirea. Pallonetto teso e chirurgico, il taglio secco in una tela, e nella fessura s’inserisce Ereros. È sombrero a Tacconi in uscita, 1-0 per i rossi.

Dovrei starmene calmo eppure soffro, ci sto male, sento il sogno infrangersi.

La Juve è scossa quanto me. Due, tre minuti ancora e parte Borghi, triangolo rapido con Castro e inserimento, i nostri presi d’infilata, il ragazzo è inarrestabile. Un pugnale affilato, dieci, quindici metri di allungo e lascia a terra Bonini, Brio e Scirea, e anziché puntare Favero e coprirsi di gloria eterna scarica su Ereros che mette al centro per Castro, sarebbe il 2-0 ma è ancora off-side. Centimetri, decimi di secondo. La mattanza deve attendere.

C’è speranza, si corre come ossessi. Velocità da terzo millennio. Platini riceve defilato a sinistra e cambia gioco, trenta metri, verso Serena tutto a destra in area. Olguìn è goffo, prova l’anticipo, frena addosso al bianconero, rigore netto. Michel fa il Michel. Testa alta, portiere da una parte, pallone dall’altra. È 1-1.

Passano pochi attimi e Platini è in vena di miracoli. Calcio d’angolo frettoloso, il muro argentino respinge al limite, testa di Bonini per Platini. Michel la stoppa di petto ma è in una morsa, ha Pavoni e Commisso in pressione e fa una diavoleria: palleggio di destro sulla testa dello sesso Pavoni e mezza rovesciata al volo di sinistro, in diagonale, all’angolo basso. Tiro teso, un colpo di sciabola, imparabile, una magia. È il 2-1 penso.

Allora non è vero, mi hanno mentito abbiamo vinto 3-1. Manca il gol di Laudrup.

Tutta la Juve festeggia, Platini sprigiona gioia pura, ma l’arbitro tedesco Roth è fermo, in piedi, a centro area, col braccio alzato. Prossemica inconfondibile: il gol non è valido. C’è chi dice fuorigioco, chi gioco pericoloso. Io so solo che ho appena visto il gol annullato più bello della storia del calcio. Platini fa in modo che nessuno possa dimenticarlo. Guarda Roth incredulo e poi si stende, in posa post-orgasmica da Don Giovanni. Lo stadio di Tokyo è la sua dormeuse, la telecamera è la sua amante.

È una pausa fin troppo lunga per i ritmi del match.

Borghi non si commuove. Anche lui è in gran serata. Riceva ancora da Videla, lì dove Manfredonia è un po’ troppo passivo. Parte in velocità, brucia tutti sul breve, poi in caduta, contrastato, s’inventa un filtrante per Castro, che per una volta nella vita sembra Garrincha. Scatto rovente e fendente in diagonale. Un altro colpo di sciabola. Traiettoria imprendibile sul secondo palo, a palombella, Tacconi nemmeno si muove. Un altro gol splendido.

Mancano quindici minuti al novantesimo. La Juventus attacca, ma è frenetica. I dubbi in me crescono. Avrà pareggiato davvero? Oppure ha perso e il mondo appartiene agli argentini? Mi hanno mentito per non farmi soffrire?

Sette alla fine. Conosco il risultato, credo di conoscere il risultato eppure mi dispero. Sento il cuore che batte, piagnucolo, prego. C’è un altro corner battuto male, respinta corta. Palla a Laudrup sulla trequarti, che è intasata. Il danese vede Platini in zona centrale, lo serve di piatto con sporcatura e si butta dentro, come un giocatore di rugby. Michel calcola il punto esatto di restituzione e chiude il triangolo al volo, gli argentini salgono in avanti, non capiscono il moto dei corpi, la giocata è fulminea e Laudrup è sul dischetto del rigore, solo. Con il primo stop dribbla Vidallé in uscita, poi di destro si allunga un po’ troppo il pallone e sembra perderlo, lo insegue caracollando, e quasi sulla linea di fondo lo raggiunge con una torsione incredibile e riesce a girarlo in gol, quando sembra troppo tardi. Altro capolavoro.

Io mi metto a urlare, il cuore batte a mille. Il finale di gara e i supplementari sono un’ordalia. Si lotta colpo su colpo. Occasioni per Platini, Castro, Batista, ancora Platini al volo, palla gol per Ereros che svirgola da pochi passi. 2-2, tutto come previsto.

Arrivano i rigori, secondo copione. Eppure ho paura. La certezza della vittoria non esiste più, è cancellata. Vedere per credere.

Inizia Brio, rincorsa e diagonale basso a incrociare. Pareggia Olguìn, stesso angolo di Brio, ma Tacconi è spiazzato. Cabrini di sinistro, ancora a incrociare: Vidallé intuisce ma è in ritardo. Batista va al dischetto, è un gigante dinoccolato, che domina sulle palle alte. Rincorsa breve e piattone centrale, Tacconi parte, intuisce, para. Si gasa, alza i pugni al cielo, io ci credo un po’ di più. È il turno di Serena. Non è un rigorista eccezionale, ma sistema il pallone con sicurezza. È rapido e concentrato. Il tiro è imparabile, sembra un esecuzione. Portiere a destra e pallone a sinistra, la Juve è un passo al match. Lopez, subentrato a Commisso, sceglie la bomba dritta e centrale, Tacconi sfiora di piede ma non basta. L’Argentinos resta in scia, non vuole mollare. Ha orgoglio e risorse nascoste, ma se segna Laudrup, è quasi finita. L’ultimo rigorista è Michel, una sicurezza assoluta. Rincorsa breve del biondo, due passi, sull’asse del pallone. Vidallé capisce che la piazzerà, tutti capiamo che la piazzerà. E infatti, Laudrup incrocia, senza potenza, e il suo duellante si distende e para. Tutto riaperto, ancora una volta. Come credere che finirà bene, una volta per tutte? Si prepara Pavoni, ancora un terzino. E Borghi? E Castro? E Videla? I rigori li tira chi se la sente, e Pavoni è un caudillo, non ci pensa due volte. Rincorsa lunga, centrale, e botta secca, dritto per dritto. A Tacconi basta restare immobile. Respinge e salta in piedi, chiude i pugni e tende i muscoli. Il mondo è davvero a un passo.

Tocca a Michel, al soave Michel. Rincorsa breve, un occhio al pallone l’altro al portiere. L’esito è sempre lo stesso. Il gol. Platini s’inginocchia, io m’inginocchio. È tutto vero. La conquista del mondo, la vittoria.

La vittoria che visse due volte.

Post Scriptum.

Ci sono partite che restano nella storia più di altre. Vittorie che restano nella storia più di altre. Dipende dalla forza degli avversari, dalla bellezza delle trame, dall’alternarsi delle emozioni, dagli stravolgimenti di flussi energetici, dalle atmosfere, dai gesti tecnici. Questa finale contro l’Argentinos fu una partita meravigliosa, tra le più belle della storia del calcio. Così come fu indimenticabile il secondo trionfo di Tokyo contro il River Plate, per il blasone degli avversari, una della squadre più titolate e celebrate del mondo, per la tensione e la bellezza del gol decisivo. Molte altre sono le finali indimenticabili, anche senza la Juventus naturalmente. Volete una finale difficile da ricordare? Una vittoria che finisca nel dimenticatoio? Dovete battere il Mazembe.