Szczesny vs Donnarumma a bocce ferme

di Luca Momblano |

A parte la diffidenza di carattere storico e luogocomunista del portiere straniero alla Juventus, Wojciech Szczesny si approcciava alla Juventus con un paio di credenziali che tenevano a bada i dubbi circa la scelta (fortemente veicolata dalla volontà di Fabio Paratici, che lo seguiva dai precoci tempi dell’Arsenal): una riguardava la presenza in organico ancora da protagonista di Gigi Buffon – siamo nella finestra di mercato post Cardiff – e l’altra, un po’ più calciofila, riguardava l’ottimo impatto a Roma, tenendo anche a bada come riserva un prospetto che secondo molti osservatori internazionali era già una certezza, ovvero il brasiliano Alisson. Ciò che è accaduto dopo ha chiarito definitivamente che nel calcio di un certo livello poche cose accadono per caso, forse soltanto il prezzo del cartellino sborsato dalla Juve nel caso del portiere polacco che adesso vale sul mercato quattro volte tanto (in attesa di una tabella aggiornamento figlia dell’emergenza, dei danni economici, delle nuove dinamiche di domanda/offerta nel mondo del calcio iperprofessionistico). Tutto ciò per inquadrare il percorso straordinario affrontato da Szczesny, poi nemmeno insidiato da Perin (consigliato dal preparatore portieri Filippi e alla sua più grande chance in carriera) nella stagione parigina di Gigi Buffon, che alla soglia dei 30 anni entra nella maturità calcistica del portiere per come oggi un grande club lo intende: solido, preparato, completo e soprattutto fidato, in particolare se tale lo ritengono i compagni di squadra. Insomma, un quasi insostituibile se è vero come è vero che lo status più recente di Szczesny lo mette dritto tra i pilastri dello spogliatoio (anche agli occhi del club), tra i pochi non italiani insieme ai cosiddetti senatori e alla pari delle stelle conclamate della squadra.

Ho usato il “quasi” soltanto per aprire a un gioco che ho vissuto sulla mia pelle ogni volta che si è proposta – nella realtà o anche solo nel dibattito – la possibilità che la Juve avesse un concreto e attivo interesse per Gianluigi Donnarumma. Il milanista, il precoce, il predestinato, il portiere del futuro, il prototipo del portiere perfetto. Esagero i termini perché almeno per una volta lo abbiamo pensato in questi tre anni di Serie A, prima da minorenne, poi da miliardario del calcio nostrano. E non è delitto pensarlo ancora: gli errori e alcuni orrori fanno parte del mestiere, del ruolo e dell’anagrafe (chiedere info proprio a Szczesny, per un rapido esempio). A chi scrive, per esempio, la prima stagione e mezza di esposizione ai massimi livelli di Donnarumma ha tendenzialmente confermato quanto intravisto: un po’ il Neuer italiano e un po’ il Peruzzi in versione maggiorata. La mole, l’istinto, la gambe forti, l’inespressività, ma anche una dose di piccola e sana follia. Il successivo anno e mezzo non ha minato, ma ha paralizzato l’opinione. Anzi, diciamo che la ha congelata su due chiodi fissi, con un sorpasso globale di Szczesny da portiere ideale per questa Juventus che oggi è difficilmente raggiungibile anche da un potenziale colosso come Donnarumma. Troppe cose che esulano da un tuffo o da un’uscita bassa o da una respinta di piede stanno dalla parte di Tek, inimmaginabile che nell’immediato la dirigenza possa pensare a uno swap. Forse a malincuore, forse rinunciando anche al concetto della grossa plusvalenza, forse rinunziando anche a una golosa opportunità di mercato. Diverso magari sarà e sarebbe per l’estate 2021, quindi sperare da juventini in una prosecutio in rossonero di Donnarumma non è delitto.

Oggi però Szczesny “pesa” troppo – enorme la capacità di gestire, in due annualità anche molto diverse tra loro, la coesistenza con un mostro in tutto e per tutto come Buffon – quindi il paragone con Donnarumma si ferma filosoficamente qui. Non fosse che gli anni che mancano al portiere rossonero non glieli può aggiungere nessuno e si attenderà soltanto il corso dei campionati e della natura. Tecnicamente, però, ci sarebbe molto ancora da ridire, perché la Juve giustamente aspira al portiere senza nei. Il grosso della sua vicenda è però lavorabile: a Donnarumma serve togliere pigrizia e grammi, soprattutto la prima. E lì si può arrivare in fretta, magari anche attraverso gli stimoli di un’esperienza nuova e diversa rispetto a dove è (giustamente) coccolato da dieci anni. Questo Raiola lo sa bene e nessuno sa quanto Mino voglia ancora aspettare. E quando scrivo pigrizia scrivo di pigrizia sul campo, mica altro. Gigio si fida tantissimo, ormai chiaramente troppo, della sua forza, della sua stazza, della sua manona. Dovrebbe aver capito che non basta più. Di certo non basta per la Juve, anche se nessuno nega che probabilmente sarà davvero il più bravo. Essere vivo sulle gambe, badare a ogni particolare, imparare a sentire ancora meglio la porta. E allora magari quando sarà ora ne riparliamo. E ne riparlerò. Perché a me Donnarumma è uno che piace, ma mi sono fermato di fronte ai fatti: giusto che lo si guardi da lontano in attesa di tempi più maturi di quelli attuali.


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