Szczesny, il messaggio del gigante buono

di Giulio Gori |

szczesny valencia

Aveva, avevamo bisogno di una notte così: al Mestalla, Wojciech Szczesny si è cucito addosso la maglia bianconera, ha spiegato di essere il padrone dei cinque metri e mezzo dell’area piccola, ha dato il segnale che serviva. Delle grandi qualità del portierone polacco della Juventus già lo scorso anno avevamo avuto prova e controprova. Ma tra essere il sostituto di Buffon e avere in fondo ben poche responsabilità e, invece, diventare il titolare di una delle squadre più ambiziose d’Europa ce ne corre. E se dubbi c’erano, riguardavano proprio la capacità di quel volto timido e poco spavaldo di dare sicurezza al resto della squadra, di affermare la sua presenza ai compagni.

Contro il Valencia, più che la perla finale, la parata sul rigore, a pesare a favore di Szczesny sono le tante paratine, apparentemente facili, compiute durante tutto il corso della partita, in particolare della ripresa. Prendere quei palloni, cinque tiri oltre a diversi cross, in verità non è stato particolarmente difficile, ma riuscire a bloccarli tutti, compresi alcuni complicati palloni bassi, ha significato inviare due messaggi. Il primo, chiaro e forte, è arrivato ai giocatori del Valencia. Il secondo, ancora più importante, è stato recapitato a Bonucci, Chiellini & Co: dietro c’è qualcuno di cui fidarsi, qualcuno che nei momenti complicati non trema e ha le mani salde.

Il portiere triste era stato ingiustamente crocifisso agli scorsi Mondiali, quando in molti l’avevano indicato come il responsabile di due gol subiti dalla Nazionale polacca: «Incerto», «ha fatto due uscite a vuoto», si era sentito dire da più parti. In realtà, un portiere esce a vuoto quando lascia la porta per chiudere su un attaccante marcato da un difensore e viene anticipato; quando l’attaccante non è invece marcato e il portiere esce, che subisca gol o no, la sua azione si definisce uscita disperata, non uscita a vuoto: perché prova a rimediare a un buco altrui, fa il possibile in una situazione non auspicabile, e se gli va male non può essere il portiere a finire sul banco degli imputati. In realtà, tutto questo conta poco: anche i portieri più forti sbagliano; così, se anche Szczesny l’avesse fatto (e non l’ha fatto), non avrebbe avuto molto rilievo sulla sua valutazione tecnica.

Il problema è (o forse ora il problema era) che quegli occhi tristi, quel volto antico hanno sollevato qualche dubbio sulla personalità di chi ha ereditato i guantoni dal portiere più forte di tutti i tempi. Sarà Szczesny in grado di reggere tanta responsabilità? Sarà Szczesny all’altezza, oltreché tecnicamente, anche sul piano della serenità, del carisma, della sicurezza da trasmettere ai compagni? Il portierone polacco, nonostante una statura fisica impressionante, non ha il physique du rôle del capo banda, non ha neppure il prestigio di chi ha già vinto, è semmai un gigante malinconico, che malgrado le sue leve ha il miglior pregio nella velocità di abbassamento e il maggior limite nell’avarizia nelle uscite alte. Così, saldarsi nei guantoni quei palloni vaganti del Mestalla, quei tiri sporchi, metterli in cassaforte mentre gli attaccanti non sperano altro che in un rimpallo, è la risposta: Szczesny è uno di cui ci si può fidare, è uno che nel momento difficile non trema.

E quando arriva la perla finale del rigore parato, Szczesny si sfoga in un urlo brevissimo ma subito manda via i compagni che lo vogliono festeggiare, richiamandoli all’attenzione per l’imminente corner. Parla poco, ma parla bene.