Svizzera vuol dire finale

di Nevio Capella |

L’incrocio europeo con una squadra svizzera non è certamente una consuetudine nella nostra storia oltre confine, ma in vista della seconda partita del girone contro questa squadra dal nome che sembra contrapporsi al più vecchio dei nomignoli associati alla Juventus, c’è un dato statistico che sicuramente renderà felici i più scaramantici tra i nostri tifosi.
Volendoci infatti limitare alla sola Coppa dei Campioni (poi Champions League) i due precedenti con compagni svizzere sono entrambi relativi ad edizioni della coppa più ambita che ci hanno poi visto andare in finale, anche se nel primo caso il doppio confronto portò alla prima delle nostre due vittorie nella tragica notte in terra belga, mentre nel secondo fu solo una tappa del viaggio che si concluse amaramente a Manchester, in una serata che rappresenta con molta probabilità la più amara e cocente tra le ormai famose sette debacle che abbiamo patito all’atto finale.

Ma andiamo con ordine, e partiamo proprio dall’edizione 1984-85 in cui la Juventus di Platini fresca detentrice di Coppa delle Coppe prova di nuovo la scalata alla Coppa dei Campioni e lo fa con una rabbia e una convinzione tali da far verificare una situazione non molto comune, rappresentata da un atteggiamento quasi di distacco e disinteresse nei confronti del campionato che poi fu quello vinto clamorosamente dal Verona, e in cui la Juve rimase fuori dai giochi quando era ancora inverno.

Passato agevolmente il primo turno contro i finlandesi dell’Ilves Tampere con un 6-1 complessivo, la Juventus si trovò di fronte le cosiddette “cavallette di Zurigo”, il Grasshoppers, che fu regolato nella gara di andata di Torino con un secco 2-0 maturato nel giro di due minuti a metà primo tempo, grazie alle stoccate di Paolo Rossi e Beniamino Vignola, mentre la gara di ritorno, probabilmente affrontata con meno applicazione a causa del rassicurante punteggio casalingo, regalò gol e ribaltamenti di fronte a ripetizione, concludendosi con un pirotecnico 2-4.
La formula antica del massimo trofeo continentale prevedeva quattro doppi turni ad eliminazione diretta per arrivare alla finale, e così dopo aver superato quarti di finale e semifinale rispettivamente contro Sparta Praga e Bordeaux, la Juventus arrivò a Bruxelles dove poi andò a finire come tutti sanno.

Il secondo precedente è invece relativo all’edizione 2002-2003, l’undicesima con nome nuovo e formula completamente cambiata che in quegli anni prevedeva due gironi di qualificazione attraverso i quali poi le otto squadre superstiti si sarebbero allineate ai quarti di finale con incroci tradizionali di andata e ritorno.

Nel secondo girone di qualificazione la Juventus fu sorteggiata con gli allora “soliti” Deportivo La Coruna e Manchester United, che proprio quest’anno torna sulla nostra strada  per la prima volta da quel precedente, e con gli svizzeri del Basilea, sorprendentemente passati a scapito del Liverpool nel primo girone.
La prima delle due gare si disputò come seconda del girone in pieno inverno in una Torino avvolta da neve e nebbia, e vide i bianconeri prevalere con un nettissimo 4-0 (marcatori Trezeguet, Montero, Tacchinardi e Del Piero) prima che la ripresa del torneo a Febbraio portasse in dote due sonore sconfitte con i Red Devils e una vittoria mozzafiato sul filo di lana contro gli spagnoli che però oltre a dare alla Juve la matematica qualificazione ai quarti di finale, rese pleonastica la partita di Basilea che infatti vide prevalere i rossoblu con il punteggio di 2-1
Anche in questo caso, luogo, avversario e soprattutto esito della finale sono ben noti a tutti i tifosi juventini, sebbene questa volta con sensazioni unicamente negative.

Il primo dei due confronti con la squadra di Berna sarà inoltre anche la prima partita ufficiale della nuova Juventus priva di Cristiano Ronaldo, oltre che la prima collocata al nuovo orario delle 19, in base agli anticipi voluti dalla Uefa a partire da questa stagione.
Allacciamo le cinture per questo viaggio da poco iniziato, e speriamo che il famoso detto “non c’è due senza tre” trovi riscontro anche in ambito calcistico.