Superlega, la scorciatoia dei nobili del pallone

di Alex Campanelli |

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Immaginatevi davanti al computer, state giocando a Football Manager e siete alla guida dell’Everton, non l’ultima delle provinciali ma nemmeno la classica squadra multimilionaria che rende decisamente più semplice costruire l’11 dei propri sogni. Dopo anni virtuali di duro lavoro avete portato i vostri Toffees a ridosso delle grandi di Premier League, ma d’improvviso le regole del gioco cambiano: un gruppo di 12 club, dal quale voi siete esclusi, fonda una Superlega che accentra il potere e le finanze del calcio, alla quale voi non potete accedere, se non saltuariamente e comunque non con gli stessi vantaggi dei fondatori.

La Premier League perde interesse, crollano i diritti tv, la Champions League non è più la competizione europea per club più importante, le big 6 di Premier hanno accesso a fondi che non potete nemmeno immaginare, i vostri giocatori chiedono la rescissione perché non potete più garantire stipendi all’altezza, i procuratori gli impongono uno sciopero se non li libererete o cederete a club della Superlega a prezzi di favore. La distanza dalla vetta diventa abissale, l’Everton torna a sgomitare per non retrocedere in Championship, e voi venite esonerati. Avete colpe o responsabilità di qualche tipo? No, semplicemente il gioco vi ha messo davanti a un livello che non potete superare, peggio di ogni boss segreto di un qualsiasi Final Fantasy.

La Superlega è questo: un fulmine a ciel sereno che scaverà, anno dopo anno, un solco incolmabile tra i soci fondatori e tutti gli altri, invitati o meno a una festa esclusiva alla quale è inevitabile sentirsi un po’ come le ultime ruote del carro, come la ragazza che è stata invitata per cortesia ma che si siede in un angolo senza che nessuno le chieda mai di ballare.

Florentino Perez e i sostenitori di questa manifestazione sostengono che sia l’unico modo di salvare il calcio, ma omettono una parte importante della frase: il calcio dev’essere salvato, sì, ma da loro stessi, dai fautori di questo abominio che non hanno fatto che gonfiare stipendi, cartellini e commissioni ai procuratori anno dopo anno e ora, resisi conto dell’insostenibilità del sistema, non fanno altro che crearne uno nuovo, il cui eventuale collasso creerebbe un buco nero ancora più grande.

La creazione della Superlega è la soluzione più semplice, per tutti i club fondatori: il Barcellona, ad esempio, eviterebbe di sprofondare tra i debiti, nessuna delle 6 squadre di Premier perderebbe gli introiti derivanti da una mancata qualificazione in Champions, le italiane potrebbero staccarsi da un prodotto come la Serie A, decisamente complicato da riformare e meno appetibile di Premier, Liga e Bundesliga. Una bellissima e dorata scorciatoia, che nasconde i problemi sotto un tappeto da abbandonare nella propria vecchia dimora.

Intendiamoci, attaccare la Superlega non significa automaticamente difendere la Fifa e la Uefa: quando Ceferin parla di difendere gli ideali e l’inclusività del calcio, sbaglia nello stesso modo in cui sbaglia Florentino, dimenticando di guardarsi allo specchio per scoprire l’istituzione che ha rovinato questo sport negli ultimi decenni. Chiarito questo, non si scappa da un mostro creandone uno ancora più grande e terrificante.

Si dice che le vittime principali di questo scempio siano i tifosi, ma non è del tutto corretto; quei tifosi delle squadre incluse nella Superlega che ancora non sono del tutto convinti difficilmente abbandoneranno i loro colori, e presto si abitueranno alla nuova realtà, come accade a ogni piccola o grande riforma dei campionati.

A rimetterci più di tutti sono le piccole e medie squadre, come l’Everton descritto a inizio articolo, o il Sassuolo, squadre magari anche in mano a proprietari anche facoltosi, ma che non fanno parte dell’élite della Superlega e che dunque nel giro di pochi anni vedranno ridursi considerevolmente i propri introiti e le proprie ambizioni, travolte dalle macerie lasciate dalle magnifiche 12.

Qui non si parla di nostalgia del calcio anni ’90, tutt’altro, qui si parla di sconquassare il presente, di rifiutare gli errori commessi fornendo i presupposti di commetterne degli altri in futuro. Se il calcio rischia un ridimensionamento, piccolo o grande che sia, è giusto che i principali fautori se ne assumano le responsabilità, non che creino un’oasi dorata nella quale divertirsi mentre gli altri muoiono di sete.

Da tifoso juventino sono convinto che la Juve trarrà solo benefici da questa riforma, e sapremo mettere in piedi una squadra magnifica, liberandoci nel contempo del male del calcio italiano, dei vertici corrotti, dei Lotito, De Laurentiis (speriamo), Preziosi e tutti i personaggi che inquinano l’ambiente. Da appassionato di calcio, spero che questa aberrazione non si realizzi mai.