L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – 17 anni insieme

di 2Q18 |

Gigi

Un pugno chiuso alzato al cielo, e poi un urlo liberatorio.
Occhi chiusi e braccia aperte, larghe, verso l’alto, come in preghiera.
Un sorriso appena accennato negli occhi, velato da una fascia. Da capitano.
Un occhiolino. E nelle pieghe del viso, racchiuso il successo di diciassette anni passati insieme.
Baci alla coppa, come fossimo un tutt’uno. E qualche volta lo siamo stati.
Morsi alle mani, quando non sono state assistite dalla testa. È capitato. Capita, prima o poi.
Un pensiero. Forse un desiderio. O una speranza. La concentrazione, un attimo prima di ogni cosa.
Il vostro abbraccio ideale. I vostri cinque. Il calore di una vita. O almeno, di un pezzo.
E poi ciao. Se fino alla fine doveva essere, fino alla fine è stato.

Non è stato facile scegliere nove scatti. Per chi, come me, ha un album di ricordi così vasto, non è facile. Come in un album di famiglia, scorri e rivivi, sfogli e rammenti, ti emozioni e ti stupisci di come il tempo sia andato.
Finché non ci pensi non è nulla, solo un puntino lontano nella testa, ma quando te la trovi di fronte, quell’immagine non è ferma nel tempo, è in movimento, come un film. Il tuo, ma anche quello dei tuoi compagni di viaggio.

Non ho pretesa di esaustività, né di raccontare tutto. Solo qualche tappa. Senza inventare nulla. Ricordando qualche fatto grazie all’esercizio della memoria. Sabati, domeniche, martedì o mercoledì, che per me sono stati ordinari, ma al tempo stesso straordinari. Forse, dico forse, la cronaca è il miglior metro per misurare un’altezza che non si esaurisce in un numero. E nemmeno nel calcolo dei numeri: 192 centimetri per 17 anni, quanto fa?

Il 5.5.2002 la Lazio batte l’Inter. La mia foto del giorno è il maxischermo dell’Olimpico.
Il 10.5.2003 il pareggio con il Perugia significa Scudetto. Si può chiamare rivincita, di un’altra foto, però, che traccia la storia del calcio italiano.
Il 19.3.2017 sono diventato il giocatore con più minuti giocati nella Juve.

Forse il risultato di quella moltiplicazione sta proprio nei minuti giocati, diviso per i trofei vinti. Il risultato? Ancora una volta non è dato sapere. Troppo complesso e variegato per essere risolto nelle parole. L’essenza, insomma, non è tutta qui. Per citare qualcuno che ha passato i suoi minuti a pensare, a scrivere: «Le nostre azioni non vengono eseguite per restare nel ricordo, ma per necessità».

Ecco la chiave. Il bisogno di farlo e rifarlo ancora, ogni anno. Per diciassette volte. Sono tante. Potevano essere di più, ma anche di meno. La misura di un tempo trascorso non si può analizzare sul breve. Saranno altri a dire cosa è stato. A rendere epico quel campionato, la parata, l’errore che inevitabilmente è stato. Cadere e rialzarsi è parte integrante di ogni vita, figuriamoci per un portiere, che fa del suo mestiere proprio quel gesto. Perché non è tanto il percorso a fare la differenza, in questo caso.

Il portiere più forte, a mio avviso, non è quello capace di stare in volo più a lungo, librandosi nell’aria fino a toccare con la punta delle dita il cielo. Il portiere più forte è quello che dopo il volo tocca a terra senza lo schianto. E subito si alza e si rialza. Si alza. E si rialza. Ancora e ancora. Come un allenamento perenne. Dieci, cento, mille volte. Una caduta, via l’altra, e poi in piedi. Più stai in piedi e più sei forte. Prima di andare giù devi saper stare su, più a lungo possibile. Per sostenere lo sguardo avversario e giocartela nei tempi giusti.

Tempo e tempismo, due facce della stessa medaglia. Una medaglia che è mancata per un soffio. Peccato, ma abbiamo avuto comunque tanto altro. E di questo devo essere grato. Ai compagni, alla squadra, ai tifosi. Per ogni centimetro fatto. Per ogni cosa, particolare. Tutto. Proprio perché era una necessità. Ed ora è un ricordo. E’ stato un viaggio. L’ultimo insieme. E non dimenticherò mai nulla. Porterò sempre tutto con me. Fino alla fine anche se per me, da umano, non è ancora la fine.

 

buffon