L’Ultimo Viaggio di SuperGigi – Avete mai visto qualcosa esplodere per le mani?

Avete mai visto qualcosa esplodere tra le mani? Immaginate una costellazione, fatta di sei stelle, tre delle quali più luminose, due meno, ma comunque all’altezza, solo con meno esperienza o meno fortuna. Poi una sesta, più lucente delle altre, distesa nella sua ampia distanza planetaria. Anni luce, dicono. La velocità del tempo, suggeriscono altri. Saputelli, tutti. Ma in fondo è solo magia. Un po’ giocoleria, un po’ episodio. Fortuna, bravura. Posto giusto, momento giusto. Qualcosa di giusto c’è. Un impeto chiamato istinto. Un lusso per pochi, per molti capaci di guardare, vedere, osservare, parole così uguali e così diverse. A volte rocambolesco, altre figlio della volontà più assoluta, un po’ telecomandata, un po’ playstation, un po’ joystick d’altri tempi, ma in accadì.

Ci sono foto che sono solo fotografie. Altre invece fanno la storia. Ci sono parate utili, quasi tutte a onor del vero. Ma altre lo sono di più. Lo so io, lo sapete voi. Lo sa anche l’ultimo dei tifosi che ha visto gli highlights di Coppa Italia e ha dato un movimento, un effetto, un finale a quella palla che va, al mio profilo da superuomo. E poi sdeng. Il palo che ti salva, onomatopea di una storia che poteva finire in qualsiasi modo, ma è finita proprio in quel modo. A mio avviso, il modo giusto. L’unico. Come tutte le storie a lieto fine degne di essere chiamate così.

 

Ogni giorno, se capita, scattano una di quelle foto dall’alto, manco fossi una perturbazione metereologica. Così fanno previsioni. Su di me, la mia vita, la carriera. Tre cose distanti e al tempo vicine. Pioverà. Nevicherà. Giocherà. Continuerà. L’uragano Gigi. Salvo ricredersi. Perché – d’altra parte – chi crede ancora al meteo? E’ troppo variabile. Muta. Proprio come gli esseri umani. Intanto si va. Io non guardo il tempo il giorno prima, mi alzo al mattino e vedo cosa mi aspetta fuori dalla finestra. Dalla porta.

C’è la Lazio, e io ci sono. C’è Wembley, anche. Mi viene in mente il tennis, e il cinema. La pelosa che batte sulla rete, senza gol. Resta sospesa. Salta per aria, come una mina, o una rana. Come un portiere e il suo scatto di reni. Resta lì, a metà tra la vittoria e la sconfitta, un campo e l’altro, ying e yang. Due forza, altrettanto capaci di far sirena. La differenza che passa, sottile, tra continuare e mollare, vincere una finale o perderla, parare o meno. C’è sempre una linea da superare o no? Una demarcazione. Un confine. Un mondo, che può diventare extra. Terrestre.

Che poi il futuro non è mica scritto, bisogna farlo. Giorno dopo giorno. Un passo alla volta. Una parata dopo l’altra, che è anche sfilata e passerella. Mentre tutti guardano, mi distendo. Un po’ riposo, un po’ fregatura. Supereroe ed illuso. Salvatore della patria, e uomo. Perbene, come era Davide. Per Dio.

Alla fine quando voi osservate me sta tutto in un passo, una mano. Come una partita di carte. Scoperte, da difese avanzate, dimenticate, sbandate. Una linea che si può superare oppure no, conoscendone le conseguenze. A ogni azione, reazione. A ogni mano, una palla. La mia l’ho detta. Forse a voi, che smetterò. Forse a me stesso, se dico: continuo. Eppure capita di guardare le diapositive delle stelle e vederci una costellazione, il richiamo di un supereroe che invidia gli eroi normali di una domenica inspiegabile. Capita di sentire un grido d’aiuto. Magari sbaglio, ma lasciatemi almeno l’illusione di pensarlo. Fissate il momento. Rendetelo, rendiamolo, perfetto. Fino alla fine dell’anno. Poi ne riparliamo…