Summit Juve: la grande attesa, tra passione e fiducia

di Vittorio Aversano |

“L’attesa diminuisce le passioni mediocri e aumenta le grandi, come il vento spegne le candele e ravviva il fuoco”. Parola di Francois de La Rochefoucauld, un nobile scrittore e filosofo francese vissuto nientemeno che ai tempi e nella società di corte dei Tre Moschettieri: diciamo, uno che, di intrighi e di rumours, se ne intendeva.

Ma veniamo ai giorni nostri e al nostro ambito: terzo round – o quel che è – dell’incontro dell’anno, che dall’essere la finale di Champions League o la sfida scudetto è diventato il summit tra Agnelli e Allegri, il nostro presidente e il nostro allenatore, i panni da lavare in casa insomma. Niente di legato al terreno di gioco, ma alla stessa essenza del club. Una scelta di campo in senso figurato, una dimostrazione di serietà per qualcuno, un discorso estremamente pratico per altri. Opinioni che si rincorrono confusamente, miste a meme, satira e parodia. Il bello e il brutto della democrazia in a nutshell.

Un’attesa estenuante quella che media e social hanno creato e alimentato ora dopo ora da settimane e la cui fine sembra sempre prossima, ma poi non arriva mai: Godot. E non è questo forse il bello dell’attesa? Vivere di adrenalina, campare ipotesi per aria, basate sullo spiffero o la sensazione, fare gruppo con chi la condivide insieme a te. E, meno si sa, meglio è.

Perché sarà pur vero che tutti vogliamo certezze, ma l’incognita della Juve che è o che sarà, così come l’idea del cambiamento, sono tutti scenari affascinanti, che ci proiettano in un mondo di fantasie e ci permettono di sognare in piccolo o in grande, ma di sognare. Quindi, a stretta logica, ancora una volta Il Calcio sta raggiungendo il suo obiettivo presso i tifosi e ci tiene incollati al news feed.

Scenario: “E’ lui o non è lui?”, avrebbe chiesto Ezio Greggio al Drive-In. “Cerrrrto che è lui” è la direzione in cui sembrano andare i racconti di chi ci sta informando in qualche modo in questi giorni. Ma non è mica detto che sia così. Tre incontri in tre giorni possono senz’altro far pensare anche a difficoltà e intoppi. La società è chiusa a riccio, com’è sempre stato alla Juventus e di questo noi ci fregiamo spesso e volentieri. Serietà e pragmatismo, laddove altri starnazzano. Ma non sempre, è pur vero, la regola non conosce eccezioni.

In riferimento allo scorso anno, ho recentemente pensato Real Madrid, club cui è legittimo guardare come modello, in quanto il migliore al mondo. Per aver trascorso una sola stagione (peraltro, nemmeno ancora conclusa all’epoca dei fatti), senza trofei, con un’eliminazione precoce agli ottavi di Champions League ad opera del nostro stesso carnefice (Ajax) e senza più obiettivi nazionali, ha immediatamente liquidato il fido Solari, riassumendo l’allenatore delle tre coppe di fila, quel Zizou che sembrava potesse invece sedere sulla nostra panchina a partire dal prossimo Luglio. Così, da allora, stanno pianificando e operando sul mercato, per tentare di proseguire nei consueti trionfi mondiali. Sembrano quasi dire: è stata una fisiologica transizione, non pensate adesso di avere via libera.

Di contro, dalle notizie che assumiamo quotidianamente, ma anche da un semplice riscontro fattuale, la Juventus – cui va la nostra incondizionata ammirazione per proprietà e management, sia chiaro – pur avendo subito l’eliminazione in Coppa Italia a Febbraio e quella in Champions League ai primi di Aprile, pur avendo già vinto in carrozza lo scudetto a Pasqua, e non avendo quindi altri obiettivi cui tendere nell’ultimo mese e mezzo, sembra che stia aspettando soltanto questi ultimi scampoli di stagione per risolvere la questione centrale del proprio allenatore e, quindi, dei talenti presenti in rosa. Non sarebbe la prima volta che il club si fa trovare, quantomeno in apparenza, impreparato su impreviste questioni cruciali (pensiamo agli addii improvvisi di Conte e Marotta, o alla pluriennale ricerca del trequartista sul mercato, attualmente peraltro non ancora completata).

Ecco, che siano voci, sensazioni, illazioni o, al contrario, semplici constatazioni o addirittura fatti reali, questo è ciò di cui l’attesa ci porta a discutere e tentare di analizzare, per raggiungere una conclusione che, per ognuno di noi, abbia un senso e su cui poterci temporaneamente adagiare. La comfort zone, direbbe qualcuno. Per qualcuno, è la permanenza di Allegri, per qualcun altro solo di Dybala o di qualche altro giocatore, per altri ancora una rivoluzione globale di guida tecnica, per qualcun altro ancora soltanto di alcuni elementi della rosa. E questo cosa genera, ovviamente nella minima misura legata all’argomento di cui si parla, cioè il calcio: la paura che le cose non vadano come le auspichiamo, perché questo comporterebbe delusione.

A me deluderebbe sapere che Allegri sia, ancora una volta, la scelta della società; così come veder partire qualche giocatore che ritengo non adeguatamente sfruttato, quando non addirittura demansionato. Ma non si può aver “paura” di questo, se si ha fiducia in chi comanda, e io in Agnelli ho fiducia. Quale che sarà la sua scelta, sono convinto che non potrà che essere nel migliore interesse di tutti: ecco la mia comfort zone.

Hitchcock sosteneva che “non c’è terrore in uno sparo, ma solo nell’attesa di esso”. Eppure, anche quando sarà finita – e manca poco ormai – e avremo la nostra smoking gun, ciò non impedirà comunque di ricominciare con le valutazioni, le opinioni, le critiche, le aspettative. Perché la passione è tutto nello sport, e soprattutto nel calcio. Sono i tifosi a rendere grande un club, a prescindere dalle vittorie. E Agnelli, noi crediamo, questo lo sa bene. Un uomo al comando è sempre solo e noi, per quanto vissuto finora, non possiamo far altro che fidarci. E attendere.


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