Sulle geremiadi per il mancato gioco della Juve

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Storcere il naso di fronte alle poco convincenti affermazioni bianconere è ormai diventata consuetudine comune nel popolo juventino. Ben avvezzi, alle funamboliche e frenetiche verticalizzazioni contiane, alle rigogliose trame lippiane, ai richiami fascinosi dell’estetica sarrista e guardiolista. Eppure dagli algoritmi imperscrutabili di questo quadrienno , scaturisce una logica chiara ed evidente che ben contrassegna la sobria versione del calcio “cacciucco”. Ad Allegri, arzigogoli tattici a parte, non possiamo poi rinfacciare molte obiezioni. I risultati rappresentano il tam tam che dirada puntualmente ogni sorta di mugugno. E laddove non si è riuscito a rastrellare nulla, come in Champions League, piovono in sua difesa solide attenuanti. Le due finali, con i mostri sacri della scuola ispanica e i due diamanti del planisfero calcistico, Messi e Ronaldo, dove meglio, forse, non si poteva sperare . Le due fuoriuscite col Bayern e ancor più col Real , gridano vendetta: vuoi per i capricci di un Evra poco incline al nostrano “palla in tribuna” (a tempo scaduto risuona come un kantiano imperativo categorico!!!) vuoi, per l’ermeneutico fiscalismo di un Oliver che spezza tra le zolle del Bernabeu il sogno di una leggendaria remuntada.

Nulla è casuale, nulla è incorniciabile nei domini della “dea bendata” o, come frignano i nostri inguaribili avversari, imputabile a presunti arbitraggi di favore. Giacché la sorte è mutevole, mentre la scansione dei risultati vincenti è un dato meccanicamente costante. Esiste, come già detto, una formula da prendere in considerazione. La Juve di Allegri è paragonabile ad un boxeur incassatore, capace di resistere per diversi round senza crollare al suolo, ma attendere l’istante propizio per sferrare il colpo letale. La brava e bella Ciardiello alla DS, estrae dal suo repertorio lessicale l’appropriato termine “resilienza”. Un baricentro dello schieramento burrascosamente abbassato lascerebbe intendere, giustappunto, una sofferenza, una decisa pressione dell’avversario. Ma sembra tutto voluto. E’ la squadra a scegliersi – laddove è il termostato della sfida a richiederlo – l’agone della propria trequarti dove svetta sovente la sagoma corrusca e poderosa di un Chiellini.

E’ uno strano tira e molla tattico al quale è difficile abituare le proprie coronarie, almeno fin quando il proficuo connubio tra Acciughino e la Juventus non troverà il suo punto finale di saturazione. Tuttavia, se il perseguimento dell’impronunciabile sogno, avrà per direttrice maestra questa medicina amara del gioco speculativo, allora saremo ben propensi di seguirla. Vuol dire che, in qualche misura, addolciremo i nostri incontentabili palati con le magie di Dybala e del Divino Lusitano.

di Mario Pucciarelli