Qui sulla torre d’avorio

di Claudio Pellecchia |

Il post Juve-Inter è stato il miglior condensato possibile del teatro del neo assurdo degli ultimi vent’anni dell’informazione sportiva italiana.

Il giornalista e scrittore Eduardo Galeano ha fotografato la bellezza insita nella popolarità (nell’accezione di grande diffusione alle masse) del fu sport più bello del mondo nel suo Splendori e miserie del gioco del calcio. Con una scrittura asciutta e diretta (rara e preziosa ormai) raccontava il carattere proletario e democratico di uno sport che “è così bello proprio perché fa parlare tutti quanti”.

Se però, come nel nostro calcio, la popolarità diventa populismo, con tutti gli annessi e connessi di un’epoca di post-verità, allora non c’è Galeano che tenga. Il fatto che il calcio faccia parlare (a caso) tutti, ma proprio tutti tutti, non mi va giù e solidarizzo con Umberto Eco e le sue “generazioni di imbecilli” a mezzo social, oltre che a rinchiudermi in una rassicurante turris eburnea dalla quale osservare, sconsolato, le miserie (di splendori ce ne sono pochi…) del cialtronismo da bar sport, veicolato con scientifica regolarità da media irresponsabili e dimentichi della nobiltà e dell’importanza del proprio ruolo.

Parliamoci chiaro: se è vero che viviamo nel tempo in cui l’ignoranza è una scelta, è altrettanto vero che “l’uomo della strada” si è visto ridurre (e di molto) le opzioni per informarsi correttamente e con cognizione di causa su quel che gli accade intorno. Succede in ambiti ben più importanti della vita quotidiana, figuriamoci nel calcio dove, ormai, il fact-checking lascia spazio al “parola più parola meno”, al click-baiting, al titolo sensazionalistico seguito da fuffa, in dibattiti TV desolanti in cui si ragliano inesattezze e non conta ciò che si dice ma chi lo dice urlando.

Tutto questo ha avuto luogo subito dopo Juve-Inter, con la complicità di un “giornalismo” che getta nel discredito chi ha nobilitato questo mestiere in passato (e chi prova a farlo anche oggi, nonostante tutto). Il circo post-gara è stato la squallida rappresentazione dell’indole da “ciuccio e presuntuoso” dell’italiano medio, che la butta in caciara quando i fatti rivelano l’inconsistenza delle sue strampalate teorie e che ritiene più importante la faziosità che la credibilità professionale. Per tacere di chi si lancia in j’accuse temerari e fantasiosi (salvo poi nascondere la mano, dopo aver tirato il sasso).

E quindi chi se ne frega se la Juventus è tra le squadre capoliste con meno rigori a favore nei maggiori campionati europei, chi se ne frega se Rizzoli è lo stesso che annulla il gol di Pjanic a San Siro o che espelle Khedira (squalificato per due giornate) nel derby di Torino per “frasi ingiuriose” (tranquilli, Perisic non è solo), chi se ne frega se Medel per il secondo anno consecutivo gioca a pallavolo nella sua area (“ma non si poteva far vedere perché nella concitazione del momento era sfuggito” cit.), chi se ne frega se Icardi giochi al tiro al bersaglio con il suddetto Rizzoli (meno male che la mira è stata quella dei 90 minuti precedenti), chi se ne frega se il vituperato Orsato non più tardi di un anno fa era indicato come il salvatore dell’onorabilità del campionato in vista di Juve-Napoli, chi se ne frega se ci sono squadre che sono in proiezione 18 rigori a fine stagione nel silenzio generale, chi se ne frega se dal 2012 (toh!) alla squadra campione d’Italia non è consentito disputare la finale di Supercoppa nel proprio stadio come regolamento impone.

L’importante è il dito e non la luna indicata dallo stesso, in un patetico hic et nunc fatto di forzature, storture e stravolgimenti della verità a favore di telecamera, taccuino e microfono: come nella celebre scena di Fantozzi durante Italia-Inghilterra, i rigori dell’Inter diventano due, poi tre, poi quindici, Chiellini doveva essere espulso (buona per tutte le stagioni), Bonucci in ginocchio sui ceci, Higuain messo a dieta, Dybala venduto al Real Madrid e Allegri nello skybox che fu di Conte per labiali moralmente sconvenienti, mentre il povero Maran viene espulso per bestemmie.

E allora è normale che l’uomo della strada , nel frattempo diventato nella maggior parte dei casi l’analfabeta funzionale di turno, si senta obbligato a postare la foto della testata di Bonucci, un #eallorachiellini, i link con i neurodeliri dei giornalisti-tifosi, un’ intervista dei soliti Simoni o di Zeman o la mappatura della spectre FIATche sponsorizza gli arbitri, quindi la giuve rubba e Gentiloni kefffaaaaaaa?!”. Il tutto in attesa del prossimo virgolettato inventato, la prossima moviola mirata, il prossimo articolo su accantonamenti mancati e ‘ndranghetisti collusi (“e ma non ne parla nessuno!” cit. “mica come nel 2006 del sentimento popolare” autocit.) da reiterare all’infinito a prescindere da contenuti rigorosamenti non letti, cosa vuoi che importi. Senza freni, senza controllo, senza dignità.

Tutto fa brodo, like e audience in un sistema che somiglia sempre più a un gigantesco leviatano che mangia sé stesso. E, in attesa di una fine che mi auguro rapida e prossima, mi ritirerò di nuovo, sconfitto e sconsolato, nella mia torre d’avorio, con il libro di Galeano lasciato ad impolverare su uno scaffale. Mi verrebbe quasi da chiedere scusa a lui e agli altri grandi giornalisti e scrittori appassionati di calcio del passato, per il modo in cui abbiamo trasformato qualcosa di popolare in qualcosa di populista.